Nymphomaniac – Vol. 1

Dati sul film: Regia di Lars von Trier. Danimarca, Germania, Francia, Belgio, UK, 2013. 118 min.

Trailer: 

Genere: Drammatico/Erotico

Trama: sulle note musicali di “Füre mich” del gruppo musicale industrial metal tedesco dei Rammstein, il film si apre sui vicoli notturni di una non precisata città durante una nevicata. Joe (Charlotte Gainsburg) viene trovata dal vecchio scapolo Seligman (Stella Skarsgard) riversa al suolo, insanguinata e in stato di incoscienza. L’uomo la porterà a casa sua, rifocillandola e curandosi di lei, dando così inizio al racconto autobiografico di questa donna piena di lividi ed ecchimosi, che si autodefinisce una ninfomane. Attraverso cinque capitoli evidenziati da precise didascalie, il film narra le vicende erotiche di Joe a partire dalla sua infanzia fino alla sua età attuale (circa 50 anni). Il buon vecchio Seligman ascolterà tutto il racconto di Joe smontando con dialettica filosofica l’ossessiva e tossicomanica monoliticità sintomatica di cui la donna è portatrice. Seligman contrapporrà ai contenuti perversi del racconto di Joe raffinati rimandi culturali che vanno dalla filosofia, alla letteratura (Edgar Allan Poe), alla matematica (Fibonacci), alla musica (Bach), al “fly fishing”, cioè l’utilizzo delle mosche come esche per la pesca, come metafora della seduzione.

Perché andare (o meno) a vedere il film: il Volume 1 della terza sezione del trittico della depressione (le prime due erano Antichrist, 2009 e il meno riuscito Melancholia, 2011), è una lunga, prosopopeica autocitazione da parte di un regista che ci ha già raccontato molte volte la stessa storia di narcisismo autodistruttivo, a partire da quell’intenso e palpitante film che è Le onde del destino (1996). Nymphomaniac è infatti il film più didascalico e ricorsivo di von Trier, quasi che il regista voglia qui ribadire fino alla nausea il suo desiderio di spiegarci la sua poetica. L’operazione commerciale da battage pubblicitario (che ne ha preceduto per lunghi mesi l’uscita nelle sale) tradisce una certa fragilità complessiva del film, rispetto ad altre opere precedenti del regista. Il film non è poi, affatto, un film erotico d’autore (come ci era sta presentato da trailer e poster), bensì un racconto molto ben costruito e narrato, capace di avvincere lo spettatore (e questo aspetto rappresenta il vero punto di forza dell’opera): il rapporto tra Joe e il vecchio Seligman sembra a tratti una lunga seduta analitica, vissuta all’interno di un setting del tutto inusuale.

La versione dello psicoanalista: se mettiamo da parte le scelte stilistiche e tecniche di von Trier (discutibili da parte di chi scrive), tutte improntate ad una auto esibizione celebrativa della propria poetica filmica (vedi l’uso di sovra impressioni al limite del fumettistico; l’uso alternato del bianco e nero e del colore; la tecnica del riavvolgimento veloce nelle sequenze delle due ragazze sul treno; l’uso di una colonna sonora che ammicca a certi gusti adolescenziali intellettual-trasgressivi, molto cool come oggi si usa dire appunto in questi ambienti), Nymphomaniac rimane sempre saldamente ancorato ad una rappresentazione molto intensa della relazione tra Joe e il vecchio Seligman. Von Trier è in grado di costruire un plot che coinvolge emotivamente lo spettatore e lo fa riflettere su un disagio psichico e su una struttura sado-masochistica (e tossicofilica) di personalità, mostrandone comunque la possibilità di un’ermeneutica (messa in scena dalla dimessa ma potente figura “analitica”, “terza”, del personaggio di Seligman). Il film fa pensare al concetto di “terzo analitico” di Ogden, oppure alla necessità, in analisi, da parte della coppia analitica, di “sognare sogni non sognati”. Anche il ruolo e la rappresentazione dell’infanzia di Joe, in particolare la sua relazione col padre, sono tratteggiati con rara, onirica sensibilità, e delineano uno dei principali filoni tematici su cui si incardina l’intera narrazione filmica. Notevole, ad esempio, e molto evocativa nella sua semplicità quasi minimalista, la sequenza in cui Joe bambina sfoglia il libro coi disegni delle parti anatomiche genitali femminili, mentre il padre la guarda camminando da una stanza all’altra. Si tratta di un’infanzia appunto “non sognata”, certamente mai ri-narrata, e che trova in Seligman un “ascolto analitico” capace di dar voce agli oggetti che animano il mondo interno di Joe: un’umanità che in Joe sembrerebbe del tutto perduta o gravemente segnata da un senso di solitudine annichilente.

Aprile 2014