Ogni cosa è illuminata

La visione.

Una pietra di ambra non avrebbe senso se non fosse proprio quella pietra che pende al collo di una donna ritratta – sostenuta dal braccio del suo compagno – mentre la sua pancia è già rotonda. Strano destino l’incontro di due elementi che fino ad allora erano rimasti chiusi nelle rispettive bustine di oggetti da collezione! Forse quella foto e l’ambra ora hanno uno statuto diverso perché ti giungono come eredità di un nonno che, da vivo e da giovane deve averti pensato. Se sei stato pensato non ha più senso collezionare, ma ha senso cercare. A questo punto si capisce perché gli occhiali – che all’inizio del film sono sempre in primo piano – li senti troppo ingombranti per essere veri. Ti viene da pensare che, come per il nonno di Alex, stavano a testimoniare una cecità inautentica, necessaria per tenersi a distanza da quello che può accadere. Jonathan Safran Foer si mette in viaggio perché si incrina il rigido senso ossessivo del collezionista e, guidato da una foto che parla d’amore e di lutti, cerca risposte ad una domanda che ancora non conosce, ma che sicuramente riguarda il nonno Safran e se stesso: “tuo nonno prima di morire mi ha detto di darti questa!”.

 

Gli occhiali sono uno schermo opaco che permette di non vedere, mentre – come agli inizi della vita – è lo specchio che fa vedere. Piano piano ci si incontra nello specchio: l’immagine che ci può tornare incontro (Lacan). E’ nello specchio retrovisore della macchina che il nonno rivede i propri occhi commossi e nello specchio laterale, ad un certo punto, si disegna la luna. E’ il segnale di qualcosa che dopo una lunga parabola, come la luna, ritorna. Il nonno che ora vede sempre più chiaro, si fermerà davanti ad un campo di girasoli che fa pensare a Van Gogh e a Kurosawa: “andatelo a chiedere lì!”. Lì c’è una donna chiusa in un tempo che non procede e che chiede: “una domanda: è finita la guerra?”; una casa immersa e nascosta da infiniti girasoli e panni bianchi che segnalano il vento. In quella casa c’è un’altra collezionista che custodisce la “Polvere” e i “Casomai”; ovvero: costringere dentro una scatola ciò che per definizione cerca gli spazi infiniti. Ma è Tachimbrod il luogo cercato! un luogo dove ciascuno si trova convocato in un crocevia in cui 1064 vite si sono incrociate con nazifascisti che ne hanno colto la vita tutte nello stesso momento, tranne due: Safran che per amore era appena partito e il nonno di Alex che, incredulo, si ritrova vivo nonostante l’esecuzione. Il nonno può ricostruire il suo ricordo che ha il carattere del sogno: “c’è qualcosa che non va nel nonno. E’ come se mio nonno sognasse continuamente!…”; forse proprio quello che lo aveva reso cieco per tanto tempo “finché ogni cosa è illuminata dalla sua propria luce”.

 

In realtà è la storia della rottura della logica del collezionare. Uno psicoanalista è sempre attento al progetto psicologico del collezionismo, ovvero evitare le angosce del pensiero creativo attraverso la raffinata soluzione delle ossessioni: “perché lo fai?” chiede incredulo Alex; “forse perché ho paura di dimenticare!” risponde Jonathan. Si tratta infatti non di un vero e proprio collezionista, ma di uno che cerca di salvaguardare ad ogni costo la propria memoria “… fino al momento in cui diventava visibile il nesso logico…”. (Bollas 2000, 142) fra due dati fino a quel momento dissociati. Decine di pazienti, quindi, passano sullo schermo e si chiamano Safran Foer: Franca che cerca continuamente dei numeri o delle frasi che descrivano come si è sentita durante la seduta e questo le serve per arrivare alla prossima settimana; Manuela che da un po’ di tempo mi fa vedere il suo “quadernino” su cui durante la seduta scrive alcune frasi che io le propongo; Salvatore che durante la settimana scrive i suoi pensieri su fogli protocollo che tira fuori dalla tasca per iniziare ogni seduta… Cesare che da un po’ di tempo ha comprato una Moleskine “quelle agende che Chatwin usava per gli appunti di viaggio, dottore!….”

Strano modo di collezionare se la terra che cogli nel sacchetto ora la regalerai al nonno e la spargerai sulla sua tomba americana perché anche per lui il cerchio si possa chiudere: la terra lasciata per amore che per mano di un figlio viene a cercarti e ti ritrova. Forse questo vuol dire quando si pensa che i morti continuino a vivere… è la felice commozione degli incontri che ti fa pensare che una serie di oggetti, nascosti nel mondo, continuano a cercare chi li ha lasciati.

 

Come nei percorsi di cura e nella vita, le domande non sono solo tue; non esistono mai prima e sono gli incontri che ti spingono a formularle. Questa volta la foto è il primo di una serie di eventi che non possono più essere collezionati e la domanda spingerà verso una immensa serie di fatti che sono sopravvissuti perché congelati in bustine trasparenti o sotterrati nel campo dei “Casomai”. Per fortuna, come prima cosa la domanda spinge a chiedere aiuto e costringe alla felice scoperta che il nostro Sé è fatto dell’esperienza di mille altri, incontrati spesso senza neanche saperlo. Per questo forse Safran Foer incontra Alex il cui padre dirige un’agenzia di “Viaggi Tradizione”, specializzata in tour per ebrei americani che vogliono rivisitare i luoghi da cui sono fuggite le loro famiglie per salvarsi dai nazisti. Non sarà solo Alex ad accompagnare Foer nel suo viaggio, ma ci saranno anche il nonno “cieco” e il cane “psicopatico” Sammy Davis jr. jr. Quando si incontrano, tutti e tre sono esattamente speculari a Foer: non hanno nulla di cui occuparsi e – ciascuno a modo proprio – sono tutti e tre ciechi. Alla famiglia Perchov, di Odessa, accade di dover accompagnare qualcuno alla ricerca di qualcosa di importante, ma questa volta il padre di Alex si sbaglia a pensare che si tratterà del solito noioso lavoro di accompagnare un ebreo che cerca delle persone morte: “nessuno vuole accompagnare un ebreo che cerca persone morte:… però è facile, bisogna solo accompagnarlo ad un cimitero e dirgli che la persona che cerca non c’è più… sono certo che la donna che cerca è sicuramente morta…”. Un analista comincia a sentire che si tratta di qualcosa che lo riguarda.

 

Quando lo incontrai per la prima volta, Saverio aveva 19 anni. Il mio incontro con lui ebbe il tono della sfida, non fra me e lui, ma la sfida verso la sua certezza che si trattava di andare a ricercare un padre semplicemente e definitivamente morto. Lasciai il padre morto e mi misi a seguire la sua rabbia e le sue sfide. Da anni aveva sospeso la sua vita perché la realtà gli aveva strappato ogni sogno e per non sentirsi morto aveva dichiarato guerra a tutti. Arrivò in analisi dopo essere stato in carcere per aver partecipato a violenti risse e proponendomi la sua catastrofe interna in una precisa sfida: “non so bene in che cosa l’analisi mi possa aiutare, ma so che è la mia ultima chance… Se lei mi dice che mi può aiutare, va bene! Ma io le confesso che non ci credo”. Colsi l’aspetto onesto ed intimo del suo dramma e forse sentii questo come un possibile spazio di cura. Colsi il suo dramma in una scena che mi riguardava personalmente ed in cui lui mi evocava come padre toccando il mio bisogno di esserlo (per me stesso, nella mia vita). In questa scena che si disegnò immediatamente nei miei occhi come automatica reazione all’angoscia che Saverio mi porgeva, io mi vedevo nell’ingresso di casa mia, in piedi, vivo e solo. Fu l’inizio della ricerca.

 

Chi deve essere guidato a ritrovare quello che ha perduto? La domanda la pone uno solo, ma tutti gli altri si trovano – lo vogliano o meno – a fare lo stesso viaggio. Quando le cure funzionano nessuno sarà mai più lo stesso; i viaggi cambiano le storie anche quando pensiamo che, semplicemente accompagneremo qualcuno a scoprire che ciò che cerca è definitivamente morto. Nonostante la fobia per i cani, Safran Foer dovrà fare il viaggio seduto a fianco a Sammy Davis jr. jr. e alla fine lo abbraccerà commosso; Alex cambierà il suo modo di parlare e di vestire e il nonno potrà togliere definitivamente gli occhiali e cominciare a sospettare un proprio passato intimo ed intenso: “Parlagli di Odessa… è un bravo ragazzo… bisogna aiutarlo a trovare quello che cerca!”

Quello che cerca non è un villaggio, ma una donna, anzi un uomo, un pezzo di storia che il nonno gli ha consegnato sapendo che la propria vita era troppo breve per compiere tutto quello che è necessario ad un uomo. Come in The Terminal, i figli, all’inizio, sono stati inventati perché la vita di un uomo è più breve del suo desiderio, ed ogni figlio avrà solo a disposizione le memorie dei padri per cercare il proprio posto. La memoria segna l’inizio della vita ed è la cifra di ogni possibile percorso. Alcune volte è oscura, ma la sua esistenza è certa. Il futuro serve perché diventerà memoria e, per fortuna, non solo per noi. Nel film le memorie sono gli oggetti sotterrati in un campo e da lì attirano il loro signore che, prima o poi, verrà a le scoprirle; qualcuno capiterà da quelle parti e “Casomai” si incrocerà con la polvere o con un anello nuziale.

 

Le memorie sopravvivono agli uomini forse perché prima o poi è giusto (è naturale?) vengano alla luce… forse nel mondo niente si dimenticherà mai di quello che accade… ciascuno vive perché deve portare alla luce un frammento di verità che tutti hanno dimenticato e che si incarnerà nel bisogno di qualcuno. Vale la risposta finale della sorella di Augustine. “l’anello non è qui per voi, ma voi siete qui per l’anello!” Alla fine, è un modo acuto per rispondere a quella sottile sensazione che piacevolmente accompagna ogni uomo da sempre e per la quale ci si scopre a chiedersi fino a che punto i percorsi infiniti che tracciamo nel nostro tempo sono tracciati da noi o, semplicemente ciascuno, come gli eroi con il loro fato, semplicemente si fa portare dall’eco insistente e tenace di una traccia che ci guida e ci precede. E’ difficile (spesso doloroso) sapere di essere soli di fronte alle scelte… forse siamo continuamente portati da braccia leggere e forti che per fortuna, quando va bene, riescono a non farsi sentire consegnandoci la certezza di essere solo noi i padroni delle nostre scelte (Winnicott).

 

Alla fine le esperienze toccano ciascuno e ciascuno non sarà più quello di prima: potrai tornare alla vita di New York, ma ritroverai quello che hai lasciato in Ucraina dove “…a Odessa i campi di grano sono morbidi come i capelli delle donne e dove è il posto più bello per innamorarsi e prendere moglie!”. Quando le cure funzionano è esattamente così. Si tratta di una serie di percorsi sparsi che senza saperlo convergono verso un punto solo che, alla fine rappresenta una zona in cui tutti almeno una volta si sono incontrati nella loro vita. Non si tratta di Trachimbrod (in sé quello è un luogo che interessa pochi – alla fine i due nonni e la sorella di Augustine) ma tutti si incontrano nella zona in cui “Casomai” qualcuno, qualche volta potrebbe cercarti perché tu esisti già prima. Il viaggio di Safran Foer non ha una meta, ma un punto di gravità che solo alla fine potrà svelarsi: una donna che custodisce all’infinito una infinità di oggetti che aspettano di appartenerti. Per questo Jonathan potrà ripartire portandoli per sempre con sé e per questo il nonno di Alex ora può morire.

 

“il caso, specie fra gli umani, è raro, ma non impossibile”

(Asor Rosa, 2005)

 

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