Per sempre

(Alina Marazzi – Italia 2005)

Pietro Roberto Goisis

Che cosa spinge e porta una giovane donna, di professione regista, ad immaginare e girare un film che si occupa di altre donne che decidono di chiudere le loro vite all’interno di un convento di clausura?

Lo so che dovrei parlare del film, del suo tema e dei suoi contenuti, ma credo che questa domanda sia necessaria come quelle che si è posta Alina quando ha pensato di realizzare il suo film.

In realtà, anch’io, come lei nel film, non riesco ad avere una risposta univoca e certa. Cercherò allora di raccontare quello che so, quello che ho letto e quello che ho provato e poi pensato nell’avvicinarmi al film.

Secondo Raffaele Meale Per sempre è un viaggio di ricerca all’interno del significato del termine fede: cos’è che riesce a convincere donne giovani e intelligenti a rinchiudersi in un monastero di clausura, negandosi di fatto alla vita per perseguire un’ideale astratto? Come può la materialità di cui è composta la vita contemporanea lasciare così facilmente campo libero a una forma mentis a cui sembra completamente estranea la tangibilità del corpo e dell’essere? Interrogativi di non poco conto dai quali parte l’analisi che porta al confronto con un mondo, quello monastico, che la maggior parte della gente non riesce a razionalizzare. Il documentario indaga i motivi che portano alcune donne a scegliere la vita religiosa all’interno delle comunità monastiche. La regista si immerge in questa realtà chiedendosi come sia possibile per una donna di oggi concepire una scelta estrema e definitiva, che vale per sempre.

L’opera di A. Marazzi è il diario del suo incontro con le suore di alcuni ordini religiosi dal punto di vista della donna, prima che della monaca. Un tentativo di raccontare una dimensione difficilmente rappresentabile, volgendo uno sguardo discreto al di là della grata della clausura (come in uno dei più bei fotogrammi, lei al di qua, le sua interlocutrici al di la’ della grata), per far nascere riflessioni sul senso delle nostre scelte.

Veronica Maffizzoli dice che il materiale filmato e le interviste realizzate con le protagoniste di questa particolare realtà, raccontano della ricerca di sé e del senso di ogni cosa, vissuta però all’interno di un microcosmo dove si respirano, ma sono tenute fuori (per davvero?), tutte le tensioni del mondo esterno. La fede nel perseguire un sì pronunciato ad alta voce e la ritualità del quotidiano monastico, fanno si che le esistenze siano scandite secondo un ideale evangelico, in cui poter accettare, crescere e costruirsi al di fuori della cultura dominante.

L’essenza di tale scelta è compiuta nel valore della comunità, nello sforzo del superamento dell’io in una prospettiva di fede e di amore, nel senso della regola come riferimento costante di una vita fuori dall’ordinario. La convivenza ed il confronto diretto con altre donne è il mezzo per arrivare ad una scoperta dell’ "io" reale, incondizionato, senza riserva alcuna. E’ il cammino dove, sperimentando su se stesse, si conferma l’intuizione che ha condotto a questa scelta di vita definitiva. Oltrepassando in qualche modo il limite della clausura, l’autrice ha creato un canale di comunicazione tra realtà femminili intimamente differenti, in cui da sempre c’è stata ostilità ed incomprensione. Non esistono perchè a cui rispondere, ma solo delle donne che conducono esistenze diverse, nel nome della propria essenza, dei propri desideri e consapevolezze.

Non sempre i documentari forniscono risposte. L’opera di Alina Marazzi pone molti spunti di riflessione senza dare una sentenza definitiva. Di certo l’argomento trattato è oggetto di diverse indagini: filosofiche, sociali, teologiche, nonché punti di vista personali. Le numerose monache intervistate in diversi conventi mettono in luce le ragioni personali di scelte assolute. Quello che emerge è che più si analizza questa realtà più la si svuota dei suoi miti. La bravura della regista consiste nello scegliere risposte semplici che sollevano molti dubbi. Per esempio, alla domanda che si pongono molti laici sull’utilità delle suore di clausura nel mondo moderno, una giovane sorella risponde: "Gesù non ha fatto niente. É morto, non ha salvato il mondo". Colpisce l’ingenuità di queste testimonianze, che dissolvono allo stesso tempo l’aura di mistero che circonda da sempre i monasteri.

Il film di Alina Marazzi viene spesso ricordato in questo periodo nel quale è uscito sugli schermi un’opera che ha delle importanti analogie (o differenze, soprattutto…) con la sua, "Il grande silenzio" di Groening, girato durante sei mesi di frequentazione di un monastero maschile certosino in Francia. I luoghi in cui i due registi hanno potuto svolgere la loro ricerca, dopo un periodo di attesa perché la richiesta andava soppesata – un tempo lunghissimo, 18 anni, nel caso di Groening –  sono stati il Carmelo di Legnano e l’eremo di Camaldoli nel nostro caso, la Grande Chartreuse, casa madre dell’ordine certosino nelle Alpi francesi, nel secondo.

Alina Marazzi inizia a pensare alla realizzazione del suo documentario  sul set di ‘Fuori dal mondo’, il film di Piccioni del 1999 a cui ha collaborato come aiuto regista, e che raccontava dell’improvvisa irruzione della realtà esterna nel mondo protetto di una suora. Incuriosita dalle ragioni che possono portare giovani donne, che nella vicinanza di quei mesi ha scoperto per tanti versi simili a lei, a fare una scelta così radicale, e anche colpita  dalla sua definitività,  decide di indagare, lei laica, su quel mondo e su quelle ragioni. E lo fa cercando di  instaurare, nei limiti delle possibilità offerte dalla clausura, un rapporto di conoscenza e comprensione con quelle di loro che hanno accettato.

E’ molto interessante ascoltare quello che le monache hanno da dirci – sulla gioia della rinuncia, sul senso del loro non fare quasi niente, come Gesù che ‘non si diede poi tanto da fare, giusto due o tre miracoli in trentatre anni’, sul non essere mai sole e non sentirne il peso –  sia di quelle che la scelta definitiva l’hanno già fatta,  sia di chi, come Valeria la novizia, ci coinvolge al contrario in un percorso più problematico perché non ancora compiuto.

E poco importa se alla fine il mistero della vocazione rimane e l’indicibile resta non detto…lo scambio tra i due mondi  è iniziato.

Ecco le parole della regista in un articolo apparso su La Repubblica nel 2006, sul Giornale nel 2005 e nell’intervista a Paolo Brusorio prima del Festival di Locarno.

"’Per sempre’ è un viaggio tra le suore di clausura di tre monasteri del Nord Italia. L’idea mi è venuta durante la lavorazione di un film di Giuseppe Piccioni, Fuori dal mondo, con Margherita Buy, quando ho incontrato delle novizie in un convento a Bergamo, quindi in un contesto urbano. Mi chiedevo: cosa spinge queste donne a rinchiudersi? È stata una vera sorpresa: non erano aliene come mi sarei aspettata e soprattutto la loro vita non era astratta. Non scappavano dalla famiglia o per studiare, come avveniva in passato. Facevano una scelta di abnegazione ma, mi spiegavano, per coltivare una parte di sé. I loro voti di povertà, castità e obbedienza venivano reinterpretati quasi come eversivi. Non possedere nulla significava anche protestare contro la proprietà privata e mettersi dalla parte di chi non ha poteri decisionali, i poveri. Essere caste significa vivere l’amore (per Dio) svincolato dal possesso dell’altro. Conoscendole meglio mi sembrava che quello che dicevano attraverso la grata fosse più comprensibile da una prospettiva laica. La priora di un monastero di Carmelitane mi trasmetteva un grande senso di serenità e moltissima energia. Tutte loro parlavano di cose essenziali e sicuramente sono meno frastornate dal casino intorno. Per noi fare lo stesso lavoro o mantenere la stessa relazione per tutta la vita può essere un incubo… Continuavo a ripetermi: "Ok, povertà, castità, obbedienza… ma com’è possibile fare tutto questo ‘per sempre’?. «Perché lo fanno? Perché ci credono». «Da allora sono rimasta in contatto con qualche novizia»; da allora ha preso vita il progetto e una domanda: cosa spinge ancora oggi una donna a chiudersi in monastero.

Un anno e mezzo di corteggiamento per farsi aprire portoni e cuori, i primi contatti con le realtà lombarde, ha giocato subito a carte scoperte la Marazzi: «Chiamavo e spiegavo alla madre superiora o alla badessa che volevo sapere qualcosa in più del loro mondo e che lo scopo finale sarebbe stato un documentario sulla vocazione».

Fasi di studio, colloqui privati e collettivi, qualche monaca che rinuncia («erano perplesse "che bisogno abbiamo di esporci", mi dicevano») e la scelta finale di set e «attrici»: le carmelitane scalze di Legnano, le monache camaldolesi di Camaldoli e le monache benedettine di Viboldone, hinterland milanese. Da luglio 2004 sei mesi dentro e fuori le mura. A volte, solo dentro: «Mai più di tre giorni. E, come capita spesso sul set, sveglia alle cinque per filmare il primo atto del giorno: le lodi. E di seguito, le altre ventiquattro ore». E gli incontri ravvicinati: «Almeno inizialmente l’approccio era il solito: capire le motivazioni di una vita di povertà, castità e obbedienza». Poi le scoperte. Alcune insospettabili: «Queste suore erano laureate. Non sono donne fuori dal mondo, non guardano la tv, ma sono informate. Leggono i giornali, sanno delle guerre, dei fatti politici. E le più giovani, in fondo, hanno i gusti delle loro coetanee: sentono la musica, Franco Battiato e Carmen Consoli sono gli autori preferiti, ma non immaginatevi il rock a tutto volume. Anche quella della musica è una presenza molto discreta».

La comunità, una comunicazione orizzontale e non piramidale, l’assenza di quei segni del comando immaginati al di qua del muro: sono il bagaglio che Alina Marazzi si è portata a casa. Essere donna, dice, «mi ha aiutato molto a entrare in sintonia con loro, probabilmente un uomo avrebbe fatto più fatica. Tanto che a un certo punto mi sono posta il dubbio di entrare in monastero con la troupe maschile: ho chiesto il permesso alla madre superiora, me l’ha concesso e non abbiamo avuto problemi»".

Forse ora è arrivato il momento giusto per poter dire che cosa mi sono portato a casa io, dopo la visione e la discussione  di questo film.

Credo che quasi chiunque abbia visto questo film, l’abbia fatto perché aveva conosciuto l’opera precedente di Alina Marazzi, Un’ora sola ti vorrei, del 2002. In molti, dopo avere amato la struggente rivisitazione della storia della propria madre e la riscoperta della stessa attraverso il lavoro cinematografico, si erano domandati, un po’ curiosi, un po’ preoccupati, un po’ ansiosi, quale sarebbe stato il percorso successivo della regista.

In questo senso, a me sembra, in primo luogo, che ci sia una grande continuità tra i due film. Ambedue parlano di misteri, di speranze, di fede e di scelte definitive. In particolare, Alina non hai mai parlato della scomparsa di sua mamma come di una assenza, ma sempre come di una mancanza, molto legata quindi al tema della nostalgia, che si può provare, secondo me, solo se si è potuta sperimentare una presenza. E credo che per potersi aspettare una sorta di ritrovamento di chi si è perduto, bisogna fare i conti con la fede, con la fiducia. Forse non è un caso, quindi, che lei si sia trovata a trattare questo tema.

A me sembra che ci troviamo davanti ad un contatto molto attento, rispettoso e partecipe al tempo stesso. Un lavoro nel quale, più che cercare e dare delle risposte, vengono poste e condivise delle domande e degli interrogativi. Il senso estremo e globale di una scelta così radicale e definitiva. Mi pare che queste tematiche siano ben espresse attraverso il tema della ripetitività. Stessi orari, stessi gesti, stessi rituali, come a garantire e preservare il distacco dalle "cose terrene" quelle mostrate attraverso gli stacchi di vita esterna (nuvole, fiumi, acqua che scorre, come il traffico di un’autostrada, e così via…). Sono grandi le domande, ma sono semplici, quasi "piccole", le risposte che vengono dalle suore. Come se anche loro si trovassero dentro ad un progetto ben più ampio di quello che possono loro stesse comprendere e percepire.

Io penso che il film non sia solo un documentario, comunque, ma che ad un certo punto faccia un salto deciso verso la fiction. E’ quando sulla scena compare Valeria, una novizia che cerca di spiegarci anche le ragioni culturali, filosofiche e personali della sua scelta. Appare all’improvviso in una stanza, forse una cucina, forse ripresa dall’esterno. Si sente che è "diversa", che è un’altra, nonostante tutto. Sulle prime io ho quasi avuto un senso di disorientamento, non ho capito se si trattasse di Alina stessa, se fosse un errore di inquadratura, se fosse una persona della troupe. Era una sorta di perturbante percettivo. In realtà, la storia successiva, il fascino delle parole di una "come noi", la possibilità di avere davvero delle risposte, fanno cambiare il ritmo del film. Fino al colpo di scena finale, quasi il rischio che il filone finalmente trovato potesse spezzarsi e rendere vana l’intera ricerca ed operazione. Fino al ritorno alle cose semplici, essenziali, scontate, uguali e senza un’apparente perché, come la sveglia mattutina e le prime orazioni.

Mi piace riportare, nella mia condivisione con le stesse, anche le parole di Lisa Marchiori, espresse in un dibattito su Cine@forum: "Mi è sembrato che i quesiti che si pone la regista, sulla definitività della scelta delle suore di "uscire" dal mondo rimandi ancora a quesiti sulla morte della madre, che ha compiuto questa scelta in modo ancor più definitivo. Le "madri" con cui si incontra non la convincono, le sembrano "lontane" sino a quando non incontra Valeria, una novizia che ha un aspetto direi quasi familiare, per chi ha in  mente il viso di Alina e di quello di sua madre. Valeria, se ho capito bene, alla fine torna indietro da questa "scelta definitiva". Alina, che per un periodo non sente Valeria perchè ha avuto sua figlia, non la trova più dove l’aveva lasciata. Una loro telefonata fa pensare che Valeria abbia preso un’altra strada… come se allora si potesse pensare che effettivamente non è detto che tutto sia  "per sempre". Il film mi ha lasciata turbata. Ancora questa regista mette tutta se stessa nella immagini, nelle parole, nei suoni. Ho percepito un grande desiderio di capire, di entrare in relazione con l’altro anche se così diverso, di immedesimarsi, di tollerare… d’altra parte le suore le ripetono che quello che desiderano è l’amore e l’accettazione reciproca…"

E’ proprio la fede nel ritorno di qualcuno che manca che ci fa vivere e ci permette di svolgere il nostro lavoro. Ancora una volta è il tempo la domanda di fondo, la questione sospesa, in questo caso dietro la definitività delle scelte che le persone possono compiere. Dimensione temporale che appare anche nei titoli…un’ora sola, per sempre…, anche se per Valeria sembra poter esistere anche il "per un po’…". Il "per sempre", inoltre, inserisce un’altra dimensione temporale: non basta più "un’ora sola", ma si vorrebbe rimanere con la propria madre (o la propria figlia …) "per sempre". Se unissimo i due titoli verrebbe "Un’ora sola ti vorrei per sempre", come se ora il desiderio fosse quello della stabilità, che forse riguarda anche Teresa (la bambina che è nata poco dopo la fine del film precendente) ed il nuovo ruolo di Alina Marazzi…per sempre figlia, per sempre madre. E, per nostra buona fortuna, ancora regista!

Pubblicato su http://web.tiscali.it/freniszero/goisispersempre.htm