Quando c’era Berlinguer

Walter Veltroni, Documentario, Italia, 2014, 117 min.

Commento di Rossella Valdrè

……..I perché di una rimozione…

Diceva Pasolini: “La morte non è nel poter più parlare, ma nel non essere più compresi”.
Enrico Berlinguer è morto ‘fisicamente’ per emorragia cerebrale durante l’ultimo comizio veneto nell’84, ma era morto psichicamente, moralmente e idealmente qualche anno prima, con l’uccisione di Moro, le Brigate Rosse e la fine definitiva dell’obbiettivo politico di largo respiro da sempre sognato, il compromesso storico. Non sempre le due morti, del corpo e dello spirito, coincidono in un uomo: stanco, amareggiato e stretto ormai in necessità e contraddizioni storiche che non gli lasciavano uscita, con il fortissimo senso di responsabilità che lo caratterizzava, portò comunque avanti la leadership di un partito che si avviava a perdere il suo baricentro. Morì dunque ‘nel corpo’ nell’unico modo possibile per uomini così: vivendo, come cantava Ungaretti.

Mi sono sempre chiesta, da anni, senza trovare risposte se non i confusi tentativi ipotetici che vi propongo, le ragioni non solo storiche, partitiche e sociali che, pur complesse, è meno arduo comprendere e collegare, ma le profonde ragioni psichiche, nel suo partito, alla base di questa enorme, incredibile rimozione. Di rimozione ovviamente si tratta: nessuno, nel Pds prima o Pd oggi, ha mai dimenticato. Ma come nessun altro leader incisivo, carismatico e a guida del più grande partito comunista europeo dal ’72 alla morte, è stato oggetto di tanta scabrosa, nemmeno mascherata, rimozione collettiva.
Non una commemorazione almeno minima o formale all’interno del partito allo scadere degli anni dalla morte, non un film (vediamo a fine documentario che alcuni registi vi tentarono, ma furono evidentemente ostacolati), non congressi o conferenze in sua memoria; se assenti nel suo partito, ovviamente assenti da parte dello Stato in generale. Perciò il lavoro di Veltroni mi offre l’occasione di scriverne qui, in questa che non è una recensione né un omaggio in senso stretto, ma perché credo che le ragioni e le radici di una rimozione, di uno scotoma tanto profondo e tanto gravido di conseguenze, come psicoanalisti ci riguardi, al di là della personale bandiera politica. Non mi soffermerò pertanto sulla nota, almeno a noi, carriera politica di Berlinguer, pur non potendo non accennarla per sommi capi essendo la vita politica inscindibile dall’uomo, né sul carattere del personaggio, riservato e sobrio e di cui il biopic lascia intravvedere la sfumatura di fondo pur non scegliendo quel registro per il suo collage, né, come detto, nel dare un giudizio su questo, a mio parere, ‘normale’ documentario, da cui apprendiamo o rivediamo fatti e vicende già note ma assemblate nella memoria del giovane allora attivista Veltroni, conquistato dal carisma di Berlinguer. Piuttosto, come detto, se dalla sua storia e dalla Storia rintracciamo i germi di tanta rimozione. Se la Svezia ricorda ogni anno, ancora scioccata, l’omicidio di Olof Palme (non troppo dissimile dalla vicenda di Berlinguer), e se ogni Paese in genere commemora o persino santifica i suoi, in genere pochi, leader carismatici, come per Allende e molti altri, su Berlinguer il totale silenzio.

Era “troppo avanti” sui tempi, vedeva troppo lontano, come si usa dire un po’ scontatamente in questi casi? Corre inevitabile il ricordo a Pasolini, non a caso brevemente ritrovato nel film, di cui non solo manca oggi la sua voce di lucidissimo intellettuale che non avrebbe dimenticato, ma accomunato in parte, con declinazioni diverse, dal destino di una furibonda intelligenza e capacità di leggere l’oggi come visuale del futuro, capacità maledetta per chi la prova ma salutare per la Storia che rende questi uomini oggetto di culto, d’invidia, di tentativi di rimozione, di ostracismo e di condanna a una inevitabile solitudine nel loro tempo? Se rimozione non c’è stata per il poeta, anzi sorprendentemente oggi ripubblicato e ri-citato da ogni parte (persino quella avversa), ne è coperta invece la figura di Berlinguer e del suo lascito.

Veniamo brevemente al film. Mixando immagini di repertorio, ricordi personali dei rimasti compagni di Governo (primo e più incisivo fra tutti, il Presidente Napolitano), interviste a pochi e selezionati interlocutori che lo hanno conosciuto da vicino (la figlia Bianca, il capo-scorta…), o commentatori quali Scalfari, con rari commenti da parte del regista, sebbene si tratti di un documentario ‘normale’, cioè prevedibile nella sua compostezza e nel non tentare ardite scelte tecniche, evita l’eccesso idealizzante e un’enfasi che sarebbe stata superflua. Perché? Credo perché la figura, anche fisica, corporea di Enrico Berlinguer non aveva bisogno di alcuna enfatizzazione: era uno di quei corpi che definisco ‘naturalmente carismatici’, icone anche a loro insaputa, stampate per sempre nell’immaginario collettivo a onta di ogni umano tentativo di rimozione. Come se la forza della potenza simbolica imponesse il rimosso al rimovente…. Quel corpo esile in ‘vestiti troppo grandi’, commenta Jovanotti, la faccia scavata e inalterata dalla giovinezza alla fine, il sorriso timido ma fermo (“non sono triste” confida nella bella, per chi la recuperasse per intero, intervista a Minoli), un piccolo uomo di fronte a folle immense, resta icona nazionale indimenticabile quanto Kennedy, Che Guevara, certe immagini terminali di Wojtyla…corpi che parlano da sé come se unissero a una personale grazia fisica una forza e una potenza immaginativa capace di raggiungere anche le persone più semplici.

Pochi i dettagli biografici. Il più significativo, la precoce scomparsa della madre ammalata da quando ha 4 anni, e di conseguenza il forte legame con il padre avvocato antifascista, lo zio e i fratelli. Entrato giovanissimo nel PCI locale di Sassari, è presto chiamato a Roma da Togliatti e, dal ’72 fino alla morte, segretario indiscusso del PCI. Sotto la sua guida, il partito raggiunge l’acme storico della sua vittoria arrivando ad un 34% dei voti, mai più raggiunto da un partito comunista, in un’epoca in cui la sola parola era vista da metà del mondo con sospetto. Ma a Berlinguer si deve, tra i molti altri debiti che non solo la sinistra ma l’intero Paese ha verso di lui, la prima visione moderna e democratica del partito: dico moderna e non modernista, lungi dal ricorrere come si fa oggi le mode, i consensi, e ogni rincorsa al ‘nuovo a tutti i costi’. Si apre, si intravvede con lui la speranza di un Paese finalmente europeo, non piegato alle altre potenze ma collaborante con le democrazie e la pace, aperto ai diritti umani e civili, alla libertà di culto e di scelte e, soprattutto, definitivamente sottratto all’Impero Sovietico. Il piccolo uomo al congresso delle cariatidi staliniste a Mosca, va a parlare di diritti e libertà…. Guardato quindi e poi ostacolato dai poteri forti russi ben prima della caduta del Muro, ancora diffidenti gli americani che pur ne apprezzano la volontà di ingresso nella Nato ma ancora troppo radicati al clima della guerra fredda, sostenuto dalla base e dalla maggior parte, ma non da tutto il partito, Berlinguer fu schiacciato in contraddizioni storiche che, con incredibile anticipo, si sarebbero tutte rivelate vere. I suoi richiami alla sobrietà in politica, alla famosa ‘questione morale’, al servizio, alla lotta per le disuguaglianze e per i diritti (ribatte con la sua consueta ma ferma educazione a un ottuso intervistatore che definisce la “donna esperta di cucina”!), a quello che allora si chiamava ‘compromesso storico’, alla pace…non è ciò di cui si riempiono la bocca oggi tutti (trasversalmente) politici, commentatori e comuni cittadini?
Come Pasolini (cui lo accomuna anche non solo l’essere contemporanei ma anche una laicità priva di laicismo, il rispetto per il mondo cattolico e la sacralità) prevedeva la deriva dell’Italia, fenomeno unico e specifico del nostro dopoguerra, nella ‘mutazione antropologica’ di un popolo passato dalle campagne al consumismo senza che si consolidasse una vera borghesia e una cultura liberale, così le lunghe vedute di Berlinguer, una volta lasciate cadere, aprono com’è noto la strada prima al craxismo poi al ventennio di berlusconismo, di cui certo la lettura storica nel tempo vedrà i germi seminati proprio da queste sconfitte. Passato attraverso avvenimenti storici mondiali che cambiano lo scenario del PCI nel mondo, come il colpo di Stato in Cile che spazza via la sinistra di Allende, l’anno di svolta è il tragico ’78: dopo l’acme elettorale, il sogno di un partito saldo nelle radici comunista ma essenzialmente riformista, è interrotto dall’omicidio Moro e l’avvento delle BR. Si chiude una stagione: Berlinguer deve rinunciare, sa che lo Stato non deve cedere ai ricatti, il suo progetto ha scosso i cosiddetti poteri forti, da più parti, si torna non allo status quo ma, come avviene in questi casi, a una regressione che ne segna, a mio parere, la morte vera, la morte psichica e ideale.

Torniamo a noi, alle mie domande iniziali (cui blandamente, la stampa di questi di questi giorni in occasione del film, ha titolato ‘vent’anni di ritardo’ e cose del genere). Che dire di una rimozione tanto prolungata e profonda, di un tale silenzio?
– Il già menzionato “vedere troppo in là” rende alcuni uomini, soprattutto, ma non solo nel nostro piccolo Paese, oggetto ambivalente di un amore fortissimo che riempie le piazze e un dolore “vero”, come dirà la figlia, alla loro morte, ma possono anche essere terribilmente temuti: essi con la loro visione “che vede il sole dell’avvenire” si sottraggono al conformismo e alla comune versione delle cose e pagano con duro scotto personale, di nuovo come Pasolini, questo privilegio dell’intelligenza che in seguito la Storia raccoglie.
– Un lutto tale da essere non elaborabile, in un trauma così profondo, se non per le generazioni successive, attraverso la faticosa trasmissione transgenerazionale che conosciamo, non solo individuale ma che ‘deposita’ anche nuclei non elaborati nelle maglie istituzionali e che solo col tempo, se le cose vanno bene, può essere riportato alla luce e alla memoria?
– Il senso di colpa inconscio di figli che hanno procurato se non l’uccisione simbolica del padre, il contributo a lasciarlo morire, solo, non appoggiato anche da parte del partito, oggetto di critiche (persino su La Repubblica una discussa vignetta di Forattini lo derideva, fino a essere ritrattata da Scalfari), complice una crescente crisi economica, gli scioperi alla Fiat, il clima inevitabilmente mutato?
– L’inevitabile invidia/ammirazione, sempre in rapporto dialettico e fragile fra loro, con l’estrema difficoltà a trovare un successore dopo tanto carisma, affidando, infatti, l’incarico pro tempore alla sbiadita figura di Natta, in seguito di Occhetto e di leader (almeno fino, pare, all’attuale) che non sembravano che deboli controfigure? Difficile se non impossibile uguagliare un padre così; occorre rimuoverlo a lungo per andare avanti? Non a caso le figure più carismatiche della sinistra successiva si collocano, a mio avviso, nei grandi leader sindacali, da Lama al recente Cofferati (unico che riempì nuovamente le piazze, e che spiweb scelse non a caso per una videointervista ). La capacità insieme di essere colti teorici e fini politici e, nel contempo, saper comunicare alla gente comune non è da tutti; e Berlinguer la possedeva. 

“Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona”, canta Gaber in una sua nota ballata.

Molte insomma, le possibili radici, e certo non solo questi spunti nati dal mio interrogarmi.
Il docu-film di Veltroni sarà occasione di riaprire finalmente la memoria, il dibattito, la dovuta rielaborazione, o resta episodio isolato di un innamorato, come si sa, del cinema, oltre che ex giovane estimatore del leader “più amato”? Un omaggio, un personale ricordo? Essere il “più amato”, diversamente da Togliatti che era considerato “il migliore”, è – come visto – un’arma a doppio taglio: l’amore è un’emozione soggetta al suo ribaltamento in ostilità, sempre fragile, sempre intrisa d’idealizzazione, non rende stabile un leader (benché privo di trastullamenti narcisistici come Berlinguer) ma lo espone alle vicissitudini emotive, sempre cangianti…
Con Berlinguer, come tutti commentano in chiusura, non muore ovviamente un uomo ma un’epoca, una stagione: è la fine del PCI e del suo straordinario tentativo di riformare il Paese, per aprirsi un trentennio che é noto quali altre forze vede in primo piano e che si avvia all’attuale decadenza e ai ripetuti scandali e che forse solo ora, anche forzatamente, intravvede un piccolo spiraglio. Certo, con Berlinguer, soprattutto, il partito perse non solo l’incisività politica e i voti, ma la sua presenza nella Cultura, la voce che incarnava lo spirito del futuro, il sogno riformatore di cui le giovani generazioni sono così bisognose….

“Sul sole dell’avvenire oggi discutono più gli scienziati che i comunisti”.

(da un’intervista di Adornato, in La consapevolezza del futuro).

Aprile 2014