Reality

 

Matteo Garrone, I, 2012, 115 min.

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THIS MUST BE THE REALITY

È mia impressione che questo Reality rappresenti, in un certo modo, nella produzione di Matteo Garrone, quello che This must be the place rappresenta nella filmografia di Paolo Sorrentino.

Così come per quest’ultimo, dopo visioni e ri-visioni, non si sfugge alla sensazione che Paolo Sorrentino fosse unicamente arso dal desiderio di girare una lunga videoclip sul suo pezzo mitico –This must be the place, appunto, di David Byrne – e che poi su questo capriccio abbia voluto a tutti i costi mettere insieme una sceneggiatura (storia improbabile, piena di buchi e forzature), un attore di grande peso (Sean Penn), anche se in una scelta interpretativa sbagliatissima e disgraziatissima (mezzo scemo, mezzo ex-strafatto, o che?), una trama che  regge come un tavolino a due gambe, un fotografia di grido (Luca Bigazzi), strepitosa abbastanza quanto bastasse a coprire il vuoto del film, il tutto, ovviamente in un budget di tutto rispetto per un film commercialmente ambizioso. E non si sfugge alla sensazione che abbia voluto a tutti i costi farci un film. Perché ‘doveva’.

Così Reality è essenzialmente un film di Matteo Garrone. E la paternità è il suo (solo) valore. Punto. Certo i critici di ‘contenuto’, potranno sbrodolarsi su un film coraggiosamente frecciato alle TV, alla degenerazione culturale introdotta dai reality e dai Grandi Fratelli di tutte le televisioni del mondo, e del mondo televisivo italiano soprattutto, per il suo particolare grado di tropismo verso vacuità stupidità volgarità. Certo ci sono anche questi ‘contenuti’.

Ma perché rimango perplesso di fronte al film? Mi pare, essenzialmente, che l’operazione manchi di quelle indubitabili silenziose tensioni – intellettiva, culturale, politica, etica – percepibili fin dai primi fotogrammi de L’imbalsamatore e di Gomorra. Nella apparente organizzazione spoglia ed antiretorica delle scene, lì, si andava costruendo una narrazione secca, ma coerente, una sapiente costruzione di immagini (anche nella apparente dispersività di Gomorra) che costruivano una intensificazione drammatica progressiva e crescente. Fino ai compimenti finali, nodi strettissimi e riassuntivi tutto il senso narrativo che si era andato accumulando. La scena finale del lampo di sparo nell’auto dell’imbalsamatore, e lunga camminata a bordo fiume. E la sequenza, da tragedia attica, delle ‘esequie’ sulla spiaggia, in una ruspa da scarico, dei due balordi ‘cani sciolti’. Finali che chiudevano in
Qui, in Reality, il film dopo un esplosivo esordio di colori nell’mirabilandico-disneyano-lasvegasiano-mega-fictional-ipermarket-shopping-wedding-village…. Girato con i colori giustissimi, quelli iperbrillanti, nettissimi, senza sfumature, luminosi e accecanti dell’iperrealismo kitsch… (di C.S.I. Miami per intenderci tra i cultori del genere) Dove nessun colore, ma nessuno, è esistente in natura. Dopo questo esplosivo esordio, dicevo, il film non sa esattamente dove andare. Non riesce a mantenere la tensione, anche coloristica, promessa. La trama procede in un prevedibilissimo accumulo di eventi. In bilico tra svolgimenti possibili da commedia grottesca napoletana, nuda esplicitazione di santa violenza quotidiana – come vedevi e temevi di vedere in ogni fotogramma di Gomorra –, copione gogoliano sulle tristi vicende di un pescivendolo travolto nella follia della modernità (trash), macchiettismo partenopeo di trufficelle, miseria e nobiltà televisiva. La commedia grottesca non riesce fino  in fondo. E per essere un dramma, scrittura e personaggi sono divertenti. Ma soprattutto Garrone appare terribilmente indeciso su cosa rappresentare. E il linguaggio del film ne risente. Da quel linguaggio a campo medio e lungo di Gomorra: tutti gli eventi visti a una certa distanza, come un impassibile occhio fotografico che nella sua distanza esprime la sua posizione etica sulla storia. Fino a queste riprese in primo piano e a varie angolature del faccione simpatico di Luciano, per sottolinearne ‘psicologicamente’ i tormenti paranoidei. Troppo vista e rivista la tecnica che, per fare capire che stiamo tentando di rappresentare i pensieri di qualcuno, si facciano piani sempre più ravvicinati al soggetto! In breve dall’iperrealismo irrealistico dell’inizio, al realismo quotidiano e prosaico della città degradata, ai primi piani ’psicologici’.

Insomma, per chi ama tanto e tantissimo Garrone, è difficile ammettere che si tratti solo di una serie di interessanti appunti su come realizzare un film sulla fenomenologia dei reality. Una serie di notazioni per i futuri cineasti. Un film non ben concepito, o da fecondazione assistita (capisco che i registi promettenti abbiano dei gravosi ‘obblighi’ a mettere in cantiere nuove produzioni), di testa e non di ‘cuore’. Anche se non se ne possono non apprezzare e ricordare alcuni pochi passaggi davvero notevoli e ispirati. Ricorderei tutta la sequenza della visita al cimitero con la superba scena del dialogo tra Luciano e due pie signore. Un dialogo tra surreale, commedia degli equivoci, antrolopogia dei misteri, delle fatalità, della Divina Provvidenza, del ‘tutte le interpretazioni funzionano se ci credi veramente’, follia del credere e credere come follia. E la sequenza del grillo. Pazza e poetica. E la veloce, ma ben piazzata, zampata, sulle Grandi Liturgie Religiose come Grandi Sceneggiature Fictionali. E la magistrale idea della conclusione. Certo, si sa sempre: è facile ingarbugliare la trama di un film, è difficile sbrogliarla e concluderla decentemente. Garrone qui si salva (e lo aspettiamo fiduciosi alle prossime prove), e si salva alla grande. E salva l’affondamento totale del film. Che rimane solo adagiato sulle rocce dell’Isola del Giglio. Non si svela ovviamente chi sia alla fine l’assassino. Perché è giustissimo andare a vedere, e a godere, di persona. Ma è una intelligente e creativa chiusura,  forse l’ unica che si poteva, sull’ estremizzazione dell’irreale e del non esistente. Infine infine… un arretramento (computerizzato) di inquadratura, alla googlemaps per capirci, con l’ occhio che arretra sul mondo sempre più vasto visto dall’ alto sempre più alto. E resta solo una luce. In una città buia.

 

Ottobre 2012