Roman Polanski: A Film Memoir

Laurent Bouzereau, I, 2012, 94 min

commento  di Paolo Boccara                                                                                               

Roman deve rimanere in Europa e va a salutare sua moglie Sharon che parte per gli Stati Uniti, dove trascorrerà le ultime settimane della gravidanza. Roman non poteva immaginare cosa sarebbe successo, ma salutandola (ricorda oggi dopo tanti anni), “ è come se avessi avuto uno strano presentimento…”.

Il racconto arriva al cuore di un fatto di cronaca tra i più terribili degli ultimi trent’anni. L’uccisione di Sharon Tate da parte della famiglia Manson nella sua bella casa in California, con in grembo il figlio che avrebbe forse potuto dare a Polanski quella normalità di vita che non aveva mai conosciuto.E ci ritroviamo a pensare: perché non ha dato retta a quella sensazione? Perché non ha trattenuto la moglie? E poi come sarebbe andata? Sarebbe rimasto ucciso anche lui? E cosa ne sarebbe stato di noi, senza Chinatown, senza Il pianista o L’inquilino del terzo piano, Frantic  o L’uomo nell’ombra?Già! Un presentimento… Possiamo credere a un fenomeno del genere o magari pensare a un uomo che oggi, e soltanto oggi, tenta così di darsi una possibilità in più del tipo “l’ ho lasciata andare, ma avevo sentito che qualcosa poteva andare storto.”?Il documentario  di Laurent Bouzereau,  “Roman Polanski: A Film Memoir”, ė appassionante, drammatico, avvincente sia per le vicende umane che descrive sia per come vengono raccontate, più che per il modo (molto tradizionale) con cui è realizzato tecnicamente. Vedendolo stentiamo a credere che a un solo uomo sia accaduto tutto quello che ascoltiamo. Eppure è vero.

L’infanzia vissuta nel ghetto di Cracovia come vittima e testimone di molte orribili vicende. La morte di due amici bambini e della propria madre ad Auschwitz. Il dolore e la necessità di doversela cavare da solo, una volta fuggito, senza sapere per anni cosa ne fosse stato della sua famiglia. La sopravvivenza all’orrore della persecuzione nazista, alla guerra e al dopoguerra. L’adolescenza vissuta lontano dal padre, come star della radio e del teatro, scontrandosi con la durezza del comunismo reale. E poi Hollywood. Hollywood vissuta prima da acclamato giovane prodigio e poi da regista famoso innamorato della bellissima Sharon Tate, fino  alla vicenda di quel terrificante omicidio con tutto quello che ne conseguì. E infine, dopo molti anni, fuggito dagli Stati dopo le gravose avventure processuali legate alla controversa vicenda dello stupro di una minorenne, il clamoroso arresto e la detenzione quando sembrava finalmente felice con la nuova compagna Emmanuelle Seigner e le due splendide figlie.La sequenza appare incredibile. Sorge spontanea la domanda: come ha fatto a sopravvivere? Non solo fisicamente (in fondo ce lo vediamo davanti come uno splendido settantasettenne) ma soprattutto mentalmente (stentiamo a credere alla sorprendente semplicità con cui racconta tutte quelle vicende).Si potrebbe pensare che ad una vita così si può sopravvivere soltanto con una buona dose di autoironia, astuzia, forza interiore e istinto di sopravvivenza e che il  suo vissuto offre una perfetta chiave di lettura del suo cinema, attraversato quasi sempre dai temi della fuga e della resistenza. Ed è senz’altro anche così, ma nonostante tutto, quel racconto ci sembra ancora un po’ oscuro, magico, straordinario…

Sullo schermo alle parole vengono associate immagini inedite, documenti d’archivio, filmati poco visti, foto private di repertorio e scene dei suoi film e l’ascolto si misura con le nostre immagini mentali. Veniamo infatti spesso catturati dai nostri ricordi di fatti così noti, dalle nostre sensazioni provate di fronte a film così amati, dallo stupore di associare a quei fatti scene cinematografiche conosciute che acquistano però nuovi significati, evocano nuove emozioni ancora fino ad allora non provate.Nel corso di quella conversazione che il regista polacco intrattiene con il suo amico di lunga data Andrew Braunsberger, riusciamo a gettare uno sguardo dietro le quinte del mondo di Polanski e raccogliamo via via preziosi indizi sulla sua vita e sul metodo della sua arte che, dietro le invenzioni più surreali, fa intravedere il dolore reale di una esistenza ferita e lacerata ripetutamente.

I novanta minuti (montati dopo molte ore di conversazione avvenute in vari incontri), scorrono veloci e, anche se sappiamo che  il documentario è sicuramente costruito (per tutte le riprese non cambia mai la camicia, come se il tutto durasse solo il tempo del film), veniamo attraversati dalla sensazione di trovarci di fronte a qualcosa di autentico, di sincero ma anche di vagamente irreale. Quasi come se ascoltassimo con stupore il racconto di un nostro paziente alla fine di una analisi riuscita, da cui magari emerge un uomo appassionato e contraddittorio, con una forte consapevolezza della propria immagine e del proprio valore.E allora torniamo con la mente al senso da dare a quello “strano presentimento”. Che non ci appare più semplicemente la magica anticipazione di un evento futuro,  ma la rievocazione inconsapevole  di un fatto traumatico del passato (scegliete voi quale, tra le tante perdite subite nell’infanzia!). Una rievocazione che emerge probabilmente per il fatto che Polanski è riuscito nella sua vita a tenere assieme i diversi stati del Sè di cui è composta la sua essenza umana.

Se infatti d’accordo con Philip Bromberg (2006) consideriamo la dissociazione non come una forma patologica del funzionamento della mente, ma come un dispositivo di base della funzione mentale, che permette, attraverso una modalità creativa e difensiva, il mantenimento della continuità del Sè  e degli innumerevoli stati del Sé di cui è fatta la mente, possiamo immaginare qualcos’altro riguardo a quello “strano presentimento”.Possiamo supporre che l’elemento fondamentale per Polanski sia stato proprio  riuscire a mantenersi nel tempo il più possibile in contatto con il vissuto del suo passato, senza che la fisiologica dissociazione  della  sua mente (che in tanti momenti gli avrà anche permesso di sopravvivere) non sia mai diventata una struttura mentale dissociata  separata dal resto della sua esperienza.

Essere attraversato da quell’ombra (il presentimento di poter perdere sua moglie Sharon) era allora in fondo il modo di ricontattare per un attimo il dolore della perdita di sua madre, della assenza di  una vita spensierata, della scomparsa di un rapporto nutritivo da cui sentirsi protetto e  sicuro. Era un modo per confermare che non si può cambiare il passato, che la sopravvivenza mentale dipende molto da quanto cambiano o meno le conseguenze interne di quello che si è vissuto, e da quanto si riesce ad integrare le vicende dolorose e traumatiche con tutti gli aspetti della propria vita interiore. 

Buio in sala

Firenze, 19 ottobre 2012