Senna

Asif Kapadia, GB, 2010, 105 min.

 

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commento di Rossella Valdrè

 

"Poichè la ragione cerca con ogni mezzo di
tenerci lontani dal precipizio, proprio
per questo
noi inesorabilmente ci avviciniamo ad esso. Non c’è in natura
una passione più diabolicamente impaziente di quella di colui che, tremando
sull’orlo di un precipizio, medita di gettarvisi"

(E.A.Poe,
Il genio della perversione)


Perchè scrivere di un film-documentario su un campione sportivo, lo
scomparso grande corridore di Formula 1, Ayrton Senna? Lo sport pare da sempre
un altro mondo – o un mondo altro
rispetto alle nostre speculazioni e interessi psicoanalitici; qualcosa di puro
intrattenimento, che non prevede un interno ma si gioca, letteralmente, tutto
sull’esterno, sull’azione….

Niente di tutto questo nell’ intenso ed eccellente lavoro di Asif
Kapadia, vincitore del Sundance 2010
per la sezione documentari, e ampiamente sottovalutato in Italia, come
purtroppo accade spesso al genere documentari e docu-film (mi risulta avere
circolato per pochi giorni in poche sale, e non nella mia città..). Avendo
avuto la fortuna di vederlo a New York, accompagnato anche dalla breve
presentazione del giornalista sportivo americano John Bisignano della ESPN, lo
propongo a quanti avessero la voglia o la ventura, come me, di imbattervisi
anche casualmente.

Il documentario ripropone, attraverso il recupero di preziosi filmati
inediti che la famiglia ha oggi messo a disposizione (e depositati presso la
Fondazione "Ayrton Senna", molto conosciuta in Brasile), la breve e
folgorante carriera automobilistica di Senna, dagli esordi nel campionato
sudamericano dell’81, all’ingresso in Formula 1 con il debutto nel Gran Premio
del Brasile dell’84, alle numerose e per certi versi clamorose vittorie
successive, fino alla morte tragica nell’ultima gara ad Imola, durante il Gran
Premio di San Marino nel ’94. Aveva 34 anni. Dopo la sua, non ci sono più state
morti violente per incidenti in pista durante le gare: con Senna sembra quindi
chiudersi un’epoca (che lui stesso con le sue anche violente critiche ha
contribuito a migliorare, come il film testimonia assai bene), quella del corridore
solitario, un pò epico, romantico, lanciato a tutta velocità in pista su auto
non ancora ipertecnologiche, lui con in mano un volante e padrone del suo
mezzo, che deve condurre con le mani, i piedi, i riflessi, l’intelligenza.

Niente azione o spettacolarismo, abbiamo detto, in questa vita
ripercorsa attraverso lo sguardo di un regista, Kapadia, e dello sceneggiatore
indiano Manish Pandey (film fortemente voluto anche dal produttore J.G.Rees)
che sono riusciti nell’intento di evitare gli stereotipi che i media
tristemente applicano ai campioni sportivi (e forse proprio questo ne ha
limitato la distribuzione), come le donne, gli eccessi, la curiosità morbosa
sulla vita privata, l’enfatizzazione degli aspetti caratteriali più vistosi, e
via dicendo. La macchina da presa si sofferma qui sui volti, sulle espressioni
e sugli indugi dei protagonisti al percorso di Senna, sui loro dubbi, ansie,
esitazioni, emozioni trattenute nella parola, come forse è comune tra gli
sportivi, ma denunciate dalle mascelle tese, dallo sguardo acceso, dai silenzi,
dagli sporadici sbotti d’ira, dai rari sorrisi. Se non proprio l’evidenziazione
di un mondo interno, certo la vita emotiva, i pensieri e le angoscie di questi
uomini, costituiscono a mio avviso la cifra specifica e non banale del
docu-film. Oltre a Senna stesso, i personaggi a cui la sua vicenda, umana e
sportiva, fu indissolubilmente legata: primo fra tutti l’eterno rivale Alain
Prost, campione francese preferito dalla Federazione e dal suo capo, Ballestre
(che morirà nel 2008), visibilmente ostile a Senna da cui era
"politicamente" troppo lontano e che, infatti farà squalificare nel
Gran Premio del Brasile dell’84, rifilandolo in un vergognoso secondo posto;
pochi fedeli allenatori e giornalisti sportivi, tra cui i commenti di John
Bisignano; rapide immagini di altri campioni, di alcuni corpi divorati in
lamiere che si schiantano e bruciano contro i guard-rail; alcune immagini di
serenità nei filmati girati al mare dalla famiglia, di un Senna giovane e
apparentemente felice delle prime vittorie, ma intimamente mai pago, mai
davvero vittorioso.

Incombe dall’inizio un senso di morte nel filmato. Se anche non avessi
saputo del destino di Senna, lo avrei sentito
fin dalle prime scene, dalle prime parole catturate in brevi interviste. Lo
sguardo di questa faccia malinconica e pulita di bambino, figlio di una buona
famiglia benestante di San Paolo che ne appoggiò da subito il talento e le
aspirazioni, è uno sguardo fisso sul suo unico oggetto d’amore, sulla sua unica
passione: correre. Non si corre per partecipare, dice infatti con la disinvolta
sincerità di un uomo a suo modo in contatto con se stesso e scevro da quelle
convenzioni politically correct che vogliono che lo sportivo sia democratico,
che porga l’altra guancia: si corre per vincere, lo scopo è vincere, siamo qui
per questo. Sempre in uno dei primi commenti, in gran parte affidati alla voce
calda e commossa del giornalista brasiliano Galvao Bueno, si mette in luce come
Senna, quando correva, fosse guidato, dominato non da condotte razionali o
strategiche, ma dall’inconscio. Non
gli importava delle beghe politiche di Ballestre e di Prost, non gli importava
di ingraziarsi qualche potente tacendo sui difetti e sui pericoli delle nuove
macchine rese almeno all’inizio paradossalmente più fragili dalla tecnologia,
non gli importava di niente se non di correre, correre, sfidare qualche demone
dentro di sè, quella rabbia che lui stesso ammette di avere, mettere a tacere
qualche fantasma, spingersi al limite, corteggiare la morte continuamente.
Cercarla, infine. Chi saprà davvero mai cosa animava la mente di quest’uomo
dotato, fortunato, che secondo il senso comune "aveva tutto". La
fama, la ricchezza, un Paese alle spalle che lo adorava, una famiglia che pare
sensibile e amorevole, un talento vero, eccezionale. Eppure. Il volto triste tradisce
la sostanziale inutilità e indifferenza alla fama, per Senna; la ricchezza, si
scopre dopo la morte, era in gran parte devoluta in beneficienza ai bambini
brasiliani (non forse per quella ‘bontà’ con cui lo si designava, ma appunto a
seguito di un disinteresse verso di sè, di una noncuranza verso il proprio
piacere). Credente in Dio, afferma in un’intervista, sinceramente credente ma
senza fanatismi, sembra quasi senza speranza, una sorta di tentativo di una
buona presenza interna, di una qualche protezione, un riferimento.

Perchè proporre questo film, quindi. Uno dei pochi esempi in cui
l’inconscia pulsione di morte (uso qui il termine in senso generico, e non
strettamente psicoanalitico), nel suo declinarsi, se si vuole, tragicamente
adolescenziale di ricerca compulsiva di sfida e stimolo, domina il registro
narrativo restituendo alla persona Senna, e non tanto al personaggio, tutta la
complessa umanità e il groviglio di angosce che doveva portarsi dentro.

Nel fine settimana dell’ultima gara, quella di Imola in cui perse la
vita, Senna appare "nervoso, scontento…..era a disagio con le nuove
auto", commentano le voci di sottofondo, come se la tecnologia, nel suo
appiattente intento facilitante che cattura i più, su di lui avesse avuto un
effetto di perdita, privativo: gli levava qualcosa, il possesso diretto del
mezzo, la sua padronanza, il contatto, lo scopo e il senso per cui era lì. E
ora, che senso aveva? Lo schianto sarà terribile. L’autopsia rivelerà che non
riportò nessuna frattura ossea; si
accenna soltanto alle future diatribe intorno al processo e alla ricerca di
responsanbilità, ma come detto non è questo l’intento del film.

Senna sembra decidere
internamente, che quella sarà l’ultima corsa. L’organismo decide internamente
la sua propria morte, scrive Freud in Al
di là del principio del piacere
(1920). Il giornalista John Besignano, che
da quarant’anni frequenta e conosce questo mondo, ad una mia diretta
osservazione a fine spettacolo dice che "sì, è proprio così, in tanti anni
posso dire che i grandi campioni sempre, sempre, vanno a braccetto con la
morte, con il desiderio di morire. E’ così. Perchè, non lo so….certo questo
in Senna era molto, molto forte" (yes,
yes, it’s just like that, as you have said….during a long time working and
living with these men, with these champions, I can say that always, always they
live togheter, they court death…wish of death. Why, I dont’ know….Surely,
in Senna that was very, very deep…."
).

Un ulteriore dettaglio mi ha colpita. Senna amava la pioggia: dava il
meglio di sè sotto il diluvio, laddove altri avrebbero fermato le gare (la
famosa squalifica sopra menzionata, fu appunto sotto un diluvio che lo stava
vedendo vincente). Accresceva il senso di rischio e sfida, il pericolo? Lo
isolava ancora di più dall’esterno, come una coltre uterina? Costringeva a
maggiore fatica, più sforzo, più lavoro sull’auto?…chi può dirlo. L’uomo
della pioggia non sembra spinto alla sfida per disprezzo del pericolo, per
l’ebbrezza drogata della velocità, per una conscia voglia di distruggersi; il
volto delicato e l’esile corpo, i gesti quasi timidi esprimono piuttosto, o
così nel mio sentire, una vena di malinconia profonda, antica, inevitabile,
inspiegabile, a cui dover obbedire…

"All’uomo accade talvolta di
sfuggire alle persecuzioni del desiderio, alla tirannia dell’istinto di
conservazione. Lusingato dalla prospettiva del decadimento, scalza la propria
volontà, si ingegna all’apatia, si erge contro se stesso, e chiama in aiuto il
suo cattivo genio. Esagitato, in preda a mille attività che gli nuocciono,
scopre un dinamismo di cui non aveva sospettato l’attrattiva, il dinamismo del
disgregamento. (…). Nell’intimo degli individui, come nelle collettività, abita
un’energia distruttrice che permette loro di sgretolarsi con un certo brio:
esaltazione acida, euforia dell’annientamento! Nell’abbandonarsi ad essa
speriamo forse di guarire da quella malattia che è la coscienza. Di fatto, ogni
stato cosciente ci estenua…."

 

                                                                           
                    
(E.M. Cioran, La tentazione di
esistere
)