Séraphine

di Martinn Provost, 2008, F-Belgio-G, 125 min.

commento di Francesca Geria

Quando sono molto triste vado in campagna, comincio a toccare gli alberi, a parlare agli uccelli, ai fiori, agli insetti e mi passa”

(Seraphine)

Il principale merito del biopic di Martin Provost è stato di richiamare all’attenzione di quanti non la conoscevano, la vita e le opere di Séraphine Louis e di farci vivere con gran realismo le sue onde emotive, quelle tristi, quelle cupe ma anche quelle piene di estasi e colori.

Il film, pur con qualche contraddizione, attraversa la vita di questa donna umile fino al suo riscatto sociale e alla piena speranza fino alla successiva e definitiva caduta nel “buio della mente”.

La sua vita ci viene presentata attraverso i semplici gesti quotidiani di domestica e attraverso il suo rapporto col critico e collezionista tedesco Wilhelm Unde.

In realtà ella era meno che una domestica, era una povera sguattera che viveva ai limiti della sopravvivenza mal-trattata dal prossimo e non aveva mai ricevuto da alcuno una parola amabile.

Quando Unde, dopo averla appena conosciuta, le rimprovera i toni bruschi che usa verso di lui, risponde infatti: “ Come pensate che mi parlino da quando sono nata?”

Ma Seraphine aveva una doppia vita: di notte si trasformava in una grande e ispirata artista.

Tra le lenzuola da lavare al fiume o i servizi nel negozio del macellaio e di altri padroni, si rigenerava tuffandosi letteralmente nella natura e rubando a essa gli elementi con cui preparare i colori da trasferire sulla tela; porterà con sé dentro la tomba il “segreto” della loro fattezza.

Anche la preghiera e i canti sacri erano per lei un riparo dal mondo, sentiva che “Dio è presente anche in mezzo alle pentole”; quando Unde le dice di non credere in Dio ma soltanto nell’anima perché solo chi ne possiede una può essere triste e che solo questo ci distingue dagli animali, lei replica subito che “anche una mucca piange se gli portano via il suo vitellino”.

I quadri di Seraphine, a un primo sguardo distratto, non sembrerebbero preludere alla fine tragica della sua vita, ma, ad un occhio più attento o allenato all’osservazione dei funzionamenti psichici, non può sfuggire il riconoscimento della presenza di una evidente frammentazione dell’Io e, quindi, la previsione del triste destino che l’attendeva: la fine della sua vita in un ospedale psichiatrico.

La fama arriverà per lei troppo tardi e solo grazie alla costante ostinazione di Unde il cui intuito non solo gli aveva permesso di essere il primo acquirente di Picasso e Braque ma gli aveva fatto anche scoprire Rousseau, il doganiere, dando vita al movimento dei “Primitivi” (la parola naif non gli piaceva, gli faceva paura).

Il film lascia le nostre emozioni sospese durante la proiezione, ci fa arrivare alla parola fine con amarezza, ma si chiude con un’immagine di pace; Seraphine seduta sotto un albero finalmente libera dalla camicia di forza.

Forse possiamo immaginare che gli ultimi giorni della sua vita siano stati più lievi anche se, come aveva detto ai medici ,“La pittura è scomparsa nella notte”.

Prevost, con questo film, si è aggiudicato il premio César come migliore sceneggiatura nel 2008 ma, successivamente, nel 2010, fu accusato di plagio, insieme al produttore del film, da Alain Vircondelet e condannato al pagamento di una ammenda. Lo storico, infatti, dimostrò che moltissime parti del film erano “la reproduction servile ou quasi servile” della biografia di Seraphine de Senlis che lui aveva scritto e che era stata pubblicato nel 1986.

Note di Rosanna Calvano

Il film ha il grande merito di raccontare la vita di Séraphine Louis, nota come Séraphine de Senlis, umile governante e pittrice autodidatta, morta in ospedale psichiatrico nel 1942, dopo una breve notorietà dovuta al critico e collezionista tedesco Wilhelm Uhde.

Il regista descrive la vita (tragica) e l’arte (segreta) di questa semplice domestica della provincia francese, dotata di una geniale e visionaria vis artistica grazie alla quale diventerà nota al pubblico per un breve periodo, prima di precipitare nel buio della follia e nuovamente dell’oblio.

Séraphine, interpretata dal fisico maturo e imponente dell’attrice Yolande Moreau, conduce un’esistenza povera e dimessa, ai limiti della miseria e della sopravvivenza, prestando servizio come domestica presso varie dimore, tra cui quella del critico tedesco Wilhelm Uhde che ne scoprirà il talento.

Il regista ne descrive la vita quotidiana attraverso alcune immagini indicative e ricorrenti: Séraphine carponi intenta a lucidare con uno straccio il pavimento di una padrona ostile e arrogante o mentre cammina con passo pesante e scarpe sdrucite lungo sentieri sterrati per ritirare periodicamente cataste di biancheria da lavare al fiume e poi stirare.

Fotografie di un’esistenza povera e marginale, schiacciata dal peso dei bisogni primari e da una concretezza irrappresentabile.

Eppure, durante la notte, l’esistenza di Séraphine si trasforma in quella di un’artista ispirata che dipinge in estasi grandi e coloratissime tele, sul misero pavimento  del proprio piccolo appartamento.

Séraphine spende tutto il proprio magro stipendio in colori e tela, attingendo materiale per la pittura dalla natura stessa (terra, lacca) o da imprevedibili fonti della vita ordinaria, come il sangue di animali macellati in bottega o la cera votiva della chiesa del paese.

Decisivo per lei sarà l’incontro e il complesso legame col critico e collezionista tedesco Wilhelm Uhde che attraverso un dialogo inizialmente rude e poi crescente, ne scoprirà le qualità artistiche ed anche il pensiero (ani) mistico e poetico.

Quando Uhde, poco dopo averla conosciuta, le rimprovera i toni bruschi, lei risponde dolente: “Come pensate che mi parlino da quando sono nata?”

Emerge, nel rapporto costante di Séraphine con la natura, la sua continua ricerca di un contatto primigenio con gli alberi, l’acqua e le piante, oggetto delle proprie tele e di insospettabili riflessioni poetiche: “quando sono molto triste vado in campagna, comincio a toccare gli alberi, a parlare agli uccelli, ai fiori, agli insetti e mi passa”, osserva con Uhde , allorché il loro dialogo diviene più intimo e lei  ne scorge la solitaria tristezza.

Anche la fede e i canti sacri rappresentano per lei un importante riparo dal mondo e dalla miseria della vita quotidiana: “Dio si nasconde anche tra le pentole”, commenta mentre è affaccendata negli umili lavori domestici, (ispirandosi a Teresa d’Avila), quando Uhde le dice di non credere in Dio ma soltanto nell’anima perché solo chi ne possiede una può essere triste. Lei allora replica repentina: “Anche una mucca piange se gli portano via il suo vitellino”.

Séraphine, al servizio del critico e raffinato intellettuale omosessuale, si apre a un nuovo mondo partecipando a una mostra collettiva nel municipio del paese, nell’ambito delle avanguardie dei primi anni del 900 di cui Uhde è tra i primi collezionisti, traendo la propria ispirazione dalla forza dalla fede religiosa e dalla contemplazione delle forme della natura.

Il successo, la speranza, seppure tardi, arriveranno anche per lei grazie alla costante ostinazione di Uhde il cui intuito gli aveva permesso di essere il primo acquirente di Picasso e Braque ma gli aveva fatto anche scoprire Rousseau, il doganiere, artista appartenente, come la stessa Séraphine, al movimento artistico dei primitivi moderni, artisti istintivi, infantili, privi di cultura pittorica, sia accademica sia avanguardista, ma capaci di creare opere d’arte attraverso una grande espressività emotiva e istintiva.

Séraphine, ebbra di successo e di guadagni, aprendosi in modo irrealistico al desiderio (delirante?) inizia ad acquistare vestiti eleganti, una casa fastosa e costosissima e un abito bianco di seta e taffetà con il progetto di sposare Uhde, di cui è segretamente innamorata.

Speranze e successo precipiteranno ben presto con la Grande depressione e l’improvvisa partenza di Uhde, omossessuale in fuga dal nazismo.

Dopo un lungo periodo di solitudine e di frustrazione per la partenza del critico, Séraphine, in seguito a un lungo ritiro in casa e dopo essersi mostrata in abito da sposa lungo le strade del paese, delirante terminerà la propria esistenza in ospedale psichiatrico.

Il film si chiude con un’immagine (onirica?) di Seraphine, verosimilmente in pace, seduta su una sedia sotto un grande albero, finalmente libera dalla camicia di forza ma priva della propria vocazione artistica, come le sue ultime parole ai medici suggeriranno: “La pittura è scomparsa nella notte”.

Il film sollecita molteplici riflessioni circa l’arte e la fede di Séraphine attraverso il suo legame totalizzante con Uhde.

Di che natura è la fede  assoluta di Séraphine nella religione, nell’arte e nel critico stesso? Il suo dialogo con la natura cosa rappresenta?

Quale cifra riconoscere alla base della sua arte primitiva e dei suoi ideogrammi naturalistici (frutta, fiori, foglie) innumerevolmente ripetuti? Il tentativo di riparare un elemento originario traumatico? Un’autorappresentazione–contenitore dell’oggetto e del proprio Io frammentati? La compensazione creativa (e scissa) di una vita diurna tragica e senza speranza?  Se l’arte di Séraphine ha pertanto una funzione riparativa, quanto la sua creatività è trasformabile in transizionalità o in sublimazione?

Winnicott (in Gioco e realtà, 1971) rileva la centralità dell’area psichica del gioco, l’area transizionale, nel cammino evolutivo e nello sviluppo emozionale dell’Io, descrivendola come la terza area psichica, posta tra l’oggetto soggettivo (il fantasma) e l’oggetto oggettivo (la percezione), inestricabilmente collegata con la creatività, necessaria sia all’integrazione delle esperienze istintuali e relazionali precoci e alla costruzione della funzione simbolica, sia  alla  ricerca identitaria di una propria separatezza differenziante e identificante.

Il critico attraverso il proprio sguardo competente riconosce le qualità artistiche straordinarie di Séraphine ma nel vederla e nell’ascoltarla le offre, al contempo, un’occasione inedita di rispecchiamento dando vita ad una esistenza (psichica) ed a una soggettività non più solo deprivata e scissa tra bisogno (diurno) e riparatività (notturna).

Séraphine pertanto si anima e si trasforma aprendosi al desiderio e al pulsionale senza trovare, però, dentro di sé una sponda interna, una possibilità d’integrazione delle molteplici spinte libidiche aggressive in movimento.

La sua vocazione mistica totalizzante, il rapporto poetico ma anche animistico e concreto con la natura(madre) suggeriscono un bisogno primario di fusionalità che interferisce con il lavoro differenziante del lutto, rendendole insopportabile l’esperienza della separazione e del limite.

Il venir meno del critico nella realtà e nelle aspettative (lo sposo immaginario) faranno crollare il fragile io di Séraphine nei confini visionari e autoprotettivi del mondo delirante ponendo fine nella notte anche alla sua spinta creativa e autoriparativa.

Ogden, in L’arte della psicoanalisi, rileva come l’impossibilità a compiere il doloroso riconoscimento della propria incapacità di annullare la realtà della perdita dell’oggetto… renda intollerabile il dolore della perdita e l’accesso ad una relazione tridimensionale con un oggetto mortale e talvolta frustrante, cristallizzando il legame d’oggetto in una relazione bidimensionale (e narcisistica) con un oggetto (interno) fuori dal tempo e protetto dalla realtà della morte.

Ulteriori interrogativi sono scaturiti circa la natura dell’arte (e della bellezza) e sulla sua relazione con l’altro (mentore, critico, spettatore).

Abbiamo bisogno di una guida per scoprire l’arte? L’artista esiste se c’è qualcuno che lo scopre? Perché siamo rapiti dall’arte?

Anche Séraphine allora, come la sua pittura, con il venir meno dello sguardo soggettualizzante di Unde, è scomparsa nella notte?

Ottobre 2015