Somewhere

Sofia
Coppola, USA, 2010, 98 min

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commento
di P.Roberto Goisis

 

Un altro
commento a Somewhere?!?

Non è
una gara a chi la scrive meglio o prima o in maniera più intelligente…davvero
no!

A volte
ci sono film che ti toccano dentro, che ti attivano dei circuiti cerebrali e
emotivi.

Ecco
quindi la mia personalissima tavola del Rorschach che il film mi ha stimolato.

Lettura
che avrà un senso solo dopo aver letto il commento che ha scritto Jones De Luca
in questo stesso sito e spazio.

Quindi,
iniziate a leggere ciò che lei ha pensato e raccontato…

Mi piace
l’idea di questo secondo commento anche perché è nato in me, non tanto dopo la
visione del film, quanto piuttosto dopo la lettura del testo di Jones.

Mentre
lo leggevo, infatti, più di una volta mi sono detto: "ecco una visione al
femminile!", non tanto per evidenziare delle ben note differenze di genere tra
noi due, quanto come ammirazione, interesse e curiosità per la conoscenza e la
scoperta di una visione che partiva da una angolatura e un’ottica differente
dalla mia.

Non mi
soffermerò sui passaggi nei quali tali pensieri si sono attivati. Dirò i miei
pensieri e basta.

In primo
luogo sono contento di avere ritrovato la Sofia Coppola dei suoi primi due
film, Il giardino delle vergini suicide e
Lost in translation, nei quali le tematiche dell’adolescenza, del rapporto
con i genitori e della solitudine/isolamento dell’adulto erano centrali e
trattate con chiarezza ed originalità.

Anche
qui appare una capacità immediata di capire e rappresentare il mondo
adolescenziale dal versante femminile.

L’ambientazione
in albergo ci rimanda senza dubbio alla solitudine di Bob nel Park Hyatt Tokyo.

Senza dimenticare il clima da Castello
impenetrabile e inaccessibile degli alberghi di Los Angeles e Tokio o della
casa nella quale vengono rinchiuse le ragazze che ricorda la Reggia di
Versailles di Marie Antoniette.

A mio
avviso la regista utilizza una modalità espressiva estremamente semplice e
lineare, ma non per questo banale o semplicistica. Penso che essere capaci di
esprimersi con chiarezza e semplicità sia un grande merito di chiunque abbia
qualcosa da comunicare, in qualunque campo ciò possa avvenire. Capacità che Sofia
manifesta in questo film con forme mature ed efficaci.

Proverò
ora a raccontare le sensazioni e i pensieri che mi hanno attraversato durante
la visione del film, nelle ore successive e, infine, mentre leggevo il commento
della collega ed amica.

Alcune immagini
e inquadrature mi sono sembrate pezzi di cinema da collezione.

La
camera fissa sulla pista ovale nella quale la Ferrari del protagonista inanella
giri su giri mi sembra la metafora della sua stessa vita che gira su se stessa,
senza senso e senza direzione. Va perché deve andare, perché una macchina è
fatta per correre e un uomo per mangiare, bere, impasticcarsi, scopare e
dormire, sembra dire la regista. È una macchina meravigliosa, anche quando si
ferma e ci fa sentire solo i rumori metallici del motore surriscaldato. Anche
Johnny è un bell’uomo, affascinante, di grande successo, potente e riverito. Lo
vediamo scherzare con sconosciuti ai quali si accompagna, camminare nel
corridoio dell’Hotel Chateau Marmont nel quale vive e incontrare meravigliose e
slanciate figure di ragazze e modelle, assistere a meccanici e asettici
spettacolini di lap-dance e domicilio.

Sembra
la sua una condizione invidiabile, ma fin dalle prime scene qualcosa si rompe.

Avviene
una caduta sulle scale con la conseguenza di un braccio ingessato che lo
accompagnerà per molta parte della storia. È una rottura che progressivamente
diventerà anche interna, tra noia, addormentamenti improvvisi e inopportuni
(mentre assiste alla lap-dance o durante un rapporto sessuale), sms con insulti
da parte di una donna alla quale non risponde, piccole pedane per alzarlo di
statura durante le foto promozionali con una attrice, parole vaghe, vuote e
imbarazzanti durante una conferenza stampa ("chi è Johnny Marco?"…domanda
lasciata senza risposta!), feste nella sua suite con ospiti che quasi neppure
conosce, timori improvvisi sul versante persecutorio quando esce nelle strade
("c’è un Suv che ci segue?")

La
straordinaria scena nella quale gli viene preso il calco del viso per farne una
maschera (guarda caso…) da effetti speciali (l’invecchiamento…) e il tempo
interminabile nel quale Sofia Coppola ci lascia immobili con il solo respiro
nasale del protagonista attraverso il calco di gesso, sono un grande pezzo di
cinema.

È la
crisi globale del maschio e del cosiddetto sex simbol che viene, a mio avviso,
messa in scena.

È la
crisi globale del conoscersi ed essere riconosciuto che viene rappresentata.

Se ti
manca il riconoscimento, ti manca la vita, potremmo dire! 

A questo
punto arriva la figlia Cleo, come ha scritto abilmente Jones De Luca, e qui
inizia un altro film, un’altra storia e un’altra lettura (o forse sarebbe
meglio dire una integrazione…) da parte mia.

Cleo
sembra il perfetto e miracoloso ritratto di una preadolescente/pseudoadulta dei
giorni d’oggi.

È
allegra, sorridente, studia, fa sport con grazia e abilità, passa con
disinvoltura da un genitore separato all’altro, sa far da mangiare con maestria
e cura, accudisce il suo papà scapestrato, lo rassicura ("ci sono molti Suv di
questo tipo a Los Angeles…prendo nota della targa…"). Lo adora e ammira, anche,
forse, perché non lo conosce bene, forse perché è comprensibilmente un po’
ingenua ("papà perché hai fatto la doccia nell’altra stanza?" gli chiede
vedendolo uscire da una camera nella quale il padre aveva appena consumato un
rapido e occasionale rapporto sessuale).

Qualcuno
potrebbe parlare di trascinamento e non superamento della fase edipica…

Il
viaggio in Italia ai Telegatti per ricevere un premio ed essere consacrato come
divo davanti ad una platea televisiva (poveri noi italiani…verrebbe da dire…)
sono l’occasione per conoscersi meglio, capirsi un po’, iniziare un percorso di
trasformazione e cambiamento.

Cleo
capisce che il padre, pur nell’affetto che prova per lei, poi la lascia da sola
nel lettone una notte per passarla con una ex amante.

Johnny
inizia a realizzare la mancanza di senso della sua esistenza.

Nella
lussuosa ed esclusiva piscina privata della suite che occupano, padre e figlia
proseguono il loro percorso di conoscenza e riconoscimento reciproco, dopo una
proposta di giochi in apnea e un metaforico immergersi nelle acque ora
trasparenti di un inconscio e di un non noto che inizia a svelarsi.

Nelle
miracolose acque mimano un pasto o una colazione, nutrimento di anime più che
di corpi.

Ecco
quindi la fuga clandestina dall’Italia dei successi effimeri e dall’albergo, e
il ritorno nella vecchia Los Angeles, dove, tra una romantica ballata suonata
da un chitarrista nella hall, la presenza di uno zio, fratello del papà, i
giochi, i ricordi infantili, la liberazione dal gesso e la rottura della
Ferrari, Johnny Marco progressivamente torna a essere, o diventa per la prima
volta, un uomo e un padre.

Cleo,
che per tutto il film ha dovuto fare da badante a suo padre (quanta verità c’è in
questa immagine! quanti padri e genitori affidano le proprie cure alle mani dei
figli e la loro educazione a se stessi…), finalmente può permettersi di tornare
ad essere una 11enne che piange al pensiero della mancanza della mamma e della
assenza del papà.

Lui la
accompagna al camp estivo, la saluta straziato e torna all’Hotel.

Per
l’ultima volta, però, perché presto chiederà il conto, lascerà la stanza,
partirà con la sua Ferrari che dopo un po’ abbandonerà sulle stradine di una
America indefinita, per proseguire a piedi, finalmente sorridente e sereno.

Un uomo
nuovo si è rimesso in cammino…come spesso accade ai nostri pazienti dopo
l’incontro e un po’ di strada fatta con noi!