Sorelle Mai

Marco Bellocchio, Italia, 2010, 110 min.

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commento di Rossella Valdrè

 

Working Through…..

"La realtà non si forma che nella memoria…"
(Du coté de chez Swann, M. Proust)

 

Molto difficile scrivere qualcosa su questo film. Tentazione
affascinante, allo stesso tempo, quella di entrare in questo laboratorio
aperto, in questo interessantissimo work in progress che Marco
Bellocchio ha costruito per la sua ultima, intensa e poeticissima opera.

Bobbio, provincia di Piacenza. Casa natale del regista, dove
visse fino alla giovane età e già teatro dell’ormai primo film-cult, I
pugni in tasca
(di cui appaiono qua e là fugaci immagini), e tuttora casa
delle vacanze estive dellla famiglia. Questo il set, il luogo in cui la
scena si dipana attraverso sei episodi, sei tranches de vie in cui i
vari personaggi si incontrano, si separano, fanno le loro scelte, nella calura
immobile delle estati di provincia. Ma perchè parlo di working throught,
o potremmo dire anche con una dizione meno psicoanalitica, work in progress?

Perchè il film è frutto di un lavoro collettivo, di un
laboratorio svoltosi nel tempo, dal 1999 al 2008, con gli allievi della scuola
"Fare cinema" che il regista tiene a Bobbio, sede appunto della casa
di famiglia e pertanto divenuto oggi luogo della memoria, della sua personale recherche,
di un’originale rivisitazione che qui non si accontenta del semplice ricordare
o ri-narrare i fatti, quanto piuttosto li mescola all’inventato, alla fantasia,
a quella soggettiva e privatissima elaborazione che rende ogni memoria, ogni
esistenza unica, speciale.

Insieme agli allievi del corso di cinema e a pochi attori
professionisti, a recitare sono gli stessi membri della famiglia di Bellocchio,
i personaggi reali della sua biografia: il figlio Piergiorgio, la figlia minore
Elena, il fratello nella piccola parte del preside, e soprattutto le due
anziane sorelle, Letizia e Maria Luisa, a cui si deve il titolo, con cognome
inventato, di Sorelle Mai. E tuttavia, nonostante queste personalissime
presenze, il film sfugge ogni pericolo di semplice autobiografismo, non cede
alla tentazione narcisistica del parlare-di-sè nè al documentarismo vero e
proprio, e neppure è un’opera di pura fantasia poichè, come ne I pugni in
tasca
, il luogo, le persone, gli affetti, taluni accadimenti fanno parte della
storia reale del regista.

Persone o personaggi, dunque? Realtà o finzione? Passato o
presente?

Ricordare, ripetere, rielaborare.

Sorelle Mai è un film aperto, un dispositivo insaturo
che, come qualcuno ha scritto, richiede la complicità dello spettatore, la sua
disponibilità a lasciarsi andare contribuendo con la propria immaginazione a
riempire i buchi della storia, i non detti, i pensieri non pensati o non ancora
avvenuti, senza preoccuparsi troppo di dare un senso, una linearità ad una
vicenda che è sì vicenda storica, ma soprattutto interiore, una recherche
riattualizzata dove i giochi possono essere ancora aperti, dinamici, in
movimento. Working through.

Frequentatore intimo, seppur con un suo percorso personale,
del mondo interno, l’Autore si muove tra realtà e sogno, tra rimembranza (i
flash de I pugni in tasca) e qui-ed-ora con molta maestria, direi con
naturalezza; così che perde d’importanza, se riusciamo a lasciarci andare a
questo gioco, cosa è reale e cosa no, cosa è avvenuto e cosa no, se abbiamo di
fronte un personaggio, d’invenzione, o una persona.

Estati che si susseguono nel corso di alcuni anni, abbiamo
detto. A scandire il passare del tempo, le figure ai poli opposti delle età
della vita: la piccola Elena, che da bimba paffutella diventa pre-adolescente e
si fa portavoce di chi pone le domande, di chi interroga la realtà; e all’altro
polo le due inseparabili Sorelle Mai, anziane e mai maritate perchè
"a volte si nasce nella famiglia sbagliata", chiuse nel mondo
protetto della loro proprietà e dei loro riti (la tavola, il solitario), del
tutto silenziosa e forse un pò autistica una, che così affida all’altra il
rapporto col mondo. Tra questi due poli che abitano la casa di Bobbio, tornano
nelle estati i due figli, entrambi desiderosi di diventare attori, ma abitati
da diverse inquietudini: lui più irrisolto e tormentato, lei più capace di
scelte autonome, sempre meditate e sofferte. Amico fedele e consigliere sempre
a fianco delle zie, il fidato ragioniere Gianni, che nella sua dolce solitudine
vive a fianco delle sorelle e della nipotina come figura quasi irrinunciabile
nella grande casa; non c’è decisione importante, non c’è scena che comporti uno
snodo emotivo che non lo veda presente. Apparentemente a latere, è tuttavia a
questa malinconica e affettuosa figura di "ospite" che il regista
affida il finale inatteso, bellissimo: un suicidio che definirei poetico, in un
impianto scenico vagamente felliniano…..Ed ancora la breve apparizione di
personaggi estemporanei, come le insegnanti nello scrutinio di fine scuola,
tutti portatori di una loro singolarità, 
soggettività non banale e nel contempo non troppo definita….

Sul contenuto della storia, piuttosto esile e irrilevante in
sè, non abbiamo molto da aggiungere. Solo il senso della morte sembra
percorrere tutto il film, fino alla sua rappresentazione finale, attraverso il
parlare ripetuto e quasi ossessivo delle Sorelle: la cappella mortuaria
che tanto le preoccupa, il racconto dei bambini bocciati suicidi, i fatti
sanguinari di cronaca… Ma è una morte parlata che non sembra avere
alcun senso del tragico, del drammatico; è anzi un pò ironica, qualcosa che
deve arrivare e che richiede una dimora (la cappella), o anche frutto
improvviso di una libera scelta (il suicidio), di un’ulteriore libertà del
soggetto e dei suoi mascheramenti (il frac).

Laboratorio che potrebbe ancora evolvere, modificarsi. Nulla
è dato per sempre. Il mosaico della vita rivede, riposiziona, ricolloca, come
se attraverso differenti après-coup il regista rimettesse mano, con lo
spettatore, alla propria storia, la rimaneggiasse continuamente. L’oggi non è
allora, e tuttavia oggi è anche l’allora, ma dove possiamo sempre
inserire un cambiamento, un coup de téatre…

"Il campo – scrive Antonino Ferro (1999) – coincide con
la narrazione che ne viene fatta, che è già superata nel momento stesso
in cui viene portata a compimento, perchè nuovi personaggi e forze emotive sono
continuamente ‘in cerca di autore’…." (corsivo mio). Sottolinenando,
come è noto, l’importanza dell’insaturità che deve mantenere l’intepretazione
psicoanalitica perchè il campo condiviso tra analista e paziente non risulti
troppo ingorgato da ciò che l’analista rischia di mettervi dentro, Ferro, sulla
scia di Bion e con molti altri AA, suggerisce una chiave molto vicina all’anima
di questo film. Insaturo, unfinished, eppure a suo modo compatto, coeso.

Ma come potremmo evocare l’insaturità, al di fuori della
seduta psicoanalitica? Mi sorgono due immagini, le due Pietà di Michelangelo,
la Vaticana e la Rondanini: sono entrambe sublimi, ma l’una possiede una
bellezza finita, completa, alla quale il nostro sguardo non può
aggiungere più nulla, mentre l’altra, lavorata per nove lunghi anni fino alla
morte dell’artista, ci consente di immaginare, sognare, partecipare,
come se sui tratti mancanti potessimo anche noi contruibuire con la nostra
creatività. L’insaturo, pur apparentemente meno perfetto e talora sconcertante,
ci offre l’opportunità di partecipare alla costruzione del campo, soggetti
attivi o, per dirla con le parole del critico, ci richiede complicità.

Sempre Ferro (ib, p 9), citando gli studi narratologici di
Umberto Eco, ricorda come le interpretazioni possibili, seppure all’interno di
un’ampio ventaglio, non sono tuttavia infinite: esiste pur sempre l’intenzione
del testo
.

Il testo, vale a dire, ha qualcosa da dirci, possiede una
sua spinta interna che nelle pur mille congetture possibili, urge per essere
letto, possiede davvero una sua intenzione. L’intenzione di questo film, di
questo testo scritto nel tempo (nel tempo storico e nel tempo interno) a me è
parsa quella di giocare winnicottianamente con la memoria e con la
realtà, di fornire così un canovaccio simile al sogno, che segua regole ‘altre’,
di una realtà ‘altra’, per darci la benefica illusione di maneggiare lo
scorrere del tempo, e rappresentarci la morte come un’uscita di scena teatrale,
personale, la cui messa in scena ciascuno, alla fine,  può esser libero di inventare da sè.

21 marzo 2011