Still Alice

di Richard Glatzer e Waah Westmoreland – USA – 2014 – 99 min.

commento di Rossella Valdrè

L’arte di perdere

L’arte di perdere non è difficile da imparare;
così tante cose sembrano pervase dall’intenzione
di essere perdute, che la loro perdita non è un disastro.
Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta il turbamento
delle chiavi perdute, dell’ora sprecata.
L’arte di perdere non è difficile da imparare.
(….)

Elisabeth Bishop

E’ quando Alice, ancora alle fasi iniziali della malattia, legge davanti ad un pubblico di malati di Alzheimer gli splendidi versi di Elizabeth Bishop, mentre parla a se stessa e a loro, che abbiamo la struggente e a suo modo poetica metafora centrale del film. Se perdere è un’arte, in quest’arte la professoressa Alice Howland, felice e brillante docente cinquantenne alla Columbia University di New York, dovrà progressivamente ma con rapidissimo declino immergersi, conoscerne suo malgrado tutte le pieghe, le umiliazioni, la definitiva deriva.
Tratto dal romanzo omonimo della neuroscienziata Lisa Genova, Still Alice (pubblicato in Italia da Edizioni Piemme, Perdersi), perciò così scientificamente documentato. E’ degno di nota segnalare che dei due registi e sceneggiatori, Richard Glatzer e Wash Westmoreland, compagni nell’arte e nella vita, uno è affetto da Sindrome laterale amiotrofica: un film dunque a suo modo autobiografico, che sposta non in un corpo, ma in una mente femminile lo stesso dramma di ogni malattia degenerativa. Il declino progressivo, talvolta rapido come nel caso dei Alice, inesorabile, incurabile, che priva l’essere di ciò che costituisce l’essenza stessa dell’essere umani: la mente, la coscienza, la memoria. L’identità.

Con un voluto paradosso, la vicenda è ambientata in un luogo culto del sapere, la Columbia University di New York, e colpisce una famiglia di scienziati e intellettuali, una donna che ha dedicato la carriera a studiare linguistica, nota in tutto il Paese: proprio il linguaggio, quelle parole della cui nascita e senso si è sempre occupata, ora improvvisamente, appena compiuti cinquant’anni, cominciano improvvisamente a sfuggirle, ad essere dimenticate, confuse, a perdere senso. La diagnosi non lascia dubbi: una rara e precoce forma di Alzheimer ereditario. Nel giro di poco più di un anno – arco temporale nel quale si snoda il film – dalle prime dimenticanze, Alice finisce per perdersi completamente. Anzi, pare che proprio le persone intellettualmente più dotate, la informa il neurologo, siano colpite in modo più atroce; capaci, grazie alle loro risorse cognitive, di supplire per un po’, possono i primi tempi ritardare la diagnosi.
Alice è tenace, sulle prime non si arrende: vorrebbe ancora insegnare, si fa aiutare dalla memoria del cellulare per ogni impegno. Prevedendo cosa le riserverà un futuro nel quale la sua mente non sarà più presente va a visitare una casa per degenti, lascia al computer le sue volontà. E’ a mio avviso il punto più toccante e tragico del film quando, tornando per caso a rivedere quelle immagini di se stessa che le davano indicazioni su come suicidarsi in caso non avesse più ricordato nulla, l’esile progetto non le riesce, e tutte le pastiglie che l’avrebbero fatta dolcemente scivolare in un dolce sonno, finiscono sparse sul pavimento del bagno.
Personalmente ho avvertito in quel momento quasi un dolore personale: c’è condanna peggiore per un uomo che diventare così demente da non poter nemmeno più soffrire al punto da scegliere, di sottrarsi ad una vita che non è più tale? E’ come se da quel momento Alice fosse condannata all’arte di perdersi: niente costituisce più un riferimento, né il campus il cui ha sempre lavorato, lo scorrere dei giorni, i visi familiari che la circondano di un affetto avvolgente, ma perdono identità e fisionomia ai suoi occhi. Un luogo vale l’altro, le giornate (perso, ovviamente, il lavoro) desolatamente vuote, un volto vale l’altro: per una donna che, come le ricorda il marito (un Alec Baldwin fortemente voluto dalla Moore, un po’ goffo nella parte, ma forse era proprio il rimando attonito di ciò che capita ad un coniuge così colpito…) aveva sempre “voluto tutto”, carriera e famiglia, ora non c’è più nulla. L’universo, interno ed esterno, progressivamente incolore e svuotato.

Sostenuto quasi interamente dall’interpretazione misurata, e che al tempo stesso rimanda il senso di una sorda disperazione, della diafana Julianne Moore, e presentato con prevedibile successo al Toronto Film Festival, il film mantiene un suo equilibrio nel riuscire a farci identificare col progressivo frantumarsi di una mente giovane e brillante, senza scivolare in stucchevoli sentimentalismi. Un punto debole è, a mio avviso, non il reale della malattia, ma la quasi irreale perfezione che la precede (due carriere perfette, tre figli amabili e perfetti, un matrimonio perfetto). Il senso di rottura che in questo modo l’irrompere improvviso della malattia procura, collocato nella culla della Conoscenza, riesce così, con più forza, a rimandare il senso dell’imprevedibile insensatezza delle nostre vite, del ruolo del Caso, dell’imponderabile ingiustizia: perché a me? È sempre ciò che ci si domanda…. In un frammento di Dna danneggiato, a nostra insaputa, è custodito un destino che credevamo nelle nostre mani: perdere – che la magia della poesia trasforma in arte – diventa il nostro destino.

Se – come scrive Borges e ben sappiamo dalla psicoanalisi “il lavoro creativo è sospeso tra memoria e oblio”, la perdita di memoria si rivela come la condanna più atroce, direi inumana: non resta allora che l’oblio.
Alla rabbia degli inizi, ai primi inutili tentativi di lotta, cede, infatti, il passo una sorta di dolce e struggente oblio: oblio che non concede però nulla del ricorso alla minima sublimazione, ad un brandello di creativtà, di pensiero. Lo sguardo finale di Alice è mite, ebetamente sorridente e vuoto: la memoria è tutto, per l’identità umana. Persa quella, non vi è più bagaglio, soggettività: diventiamo libri dalle pagine bianche. L’essere si rifugia nel riparo della casa, temendo il ridicolo, gli inciampi della parola, l’imbarazzo degli altri. La immaginiamo in un futuro potenzialmente ancora lungo, tra le alterne cure di familiari e badanti e poi un lindo istituto pieno di buone intenzioni, o travolta da una rapidissima deriva che la libera da un universo privo ormai di significato.

Delicata l’immagine finale. La figlia amante del teatro la tiene occupata, le recita versi di teatro, come nella speranza recondita che la parola, quella parola a cui Alice dedicò la vita, evochi qualche residuo neurone, qualche nesso associativo sopravvissuto alla strage; che la narrazione, nostro principale tesoro e patrimonio, colmi di senso il vuoto immemore su cui si muovono gli occhi celesti e vacui di Alice. La narrazione non fa, però, che avvolgerla in un quieto oblio, scaldato dagli affetti, ma privo di risonanza. Alice non comprende nulla dell’intenzione del testo della giovane figlia; semplicemente la parola la culla, non evoca significati, ma, forse, immagini di antichi ricordi che sembrano gli ultimi a cedere alla devastazione.

(….)
L’arte di perdere non è difficile da imparare.
Poi pratica lo smarrimento sempre più, perdi in fretta:
luoghi, e nomi, e destinazioni verso cui volevi viaggiare.
Nessuna di queste cose causerà disastri.

Elizabeth Bishop, The art of losing

gennaio 2015