The Artist

Michel Hazanavicius, Francia, 2011, 100 min.

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commento di Rossella Valdrè


Della perdita di un mondo…..

"..Le vele del mondo si sono voltate di scatto e m’hanno colpito alla testa. E tutto finito, Le luci del mondo si sono spente"

(V. Woolf, Le onde)

Quando nel 1929 il cinema introduce la "sconvolgente" innovazione del sonoro, il mondo cambia completamente per George Valentin, stella del cinema muto, The Artist. Niente sarà più come prima; nel giro di pochi anni, The Artist non solo perde il lavoro, ma la moglie, la bella casa, tutto quello che era il suo mondo. Si ritrova, due anni dopo, alla deriva: costretto a vendere al banco dei pegni l’elegante frac di cui si abbigliava ogni giorno, quasi alcolizzato, rintanato in due squallide stanzette dove rifiuta, orgogliosamente, ogni aiuto e ogni contatto col mondo, vaga per le strade dell’assolata Los Angeles diventata, ora che non è più set, un’anonimo territorio ostile. La bellezza è fuori, è degli altri, non gli appartiene più. Attori giovani e con belle voci hanno preso repentinamente il suo posto, all’antiquata recitazione enfatica del muto si va sostituendo, coi tempi già crudelmente rapidi della modernità, il germe della recitazione moderna, più sottile e parlata, decisamente lontana dalle gag e dalle smorfie: di colpo, quello che il filosofo della scienza Khun aveva definito "un salto di paradigma".
Tra questi giovani attori, la bellissima e gentile Peppy Miller, che viene travolta da un rapidissimo successo, ma che, nel contempo, prova amore e pietà per il povero Valentin a cui ha involontariamente sottratto la scena, e turbata da un sincero senso di colpa farà di tutto per offrigli nuove opportunità e tendergli la mano del suo amore…..

Questa l’esile trama della delicata e originale opera del francese Havanavicius, molto acclamata al Festival di Cannes 2011. In una costosa e perfetta ricostruzione d’ambiente, nell’elegante luce del bianco e nero, la parabola storica e simbolica dell’Artista, non solo del nostro Valentin, The Artist in quanto tale, in ogni tempo, soggetto fragile sempre esposto alla vulnerabilità effimera del successo e della caduta, del consenso e del dispregio, acclamato e poi repentinamente rifiutato, l’Artista totalmente identificato col suo lavoro, con la magia del suo prodotto: quando lo perde, la perdita diventa allora perdita identitaria. The Artist non è qualcosa che si fa, è qualcosa che si è. Parabola dell’Artista e dell’umano in generale….
Non si pensi, tuttavia, ad un film dal tradizionale registro drammatico; di tradizionale, in The Artist, non c’è nulla. Come è noto dalle numerose e lusinghiere critiche, l’intuizione geniale del regista è stata di farne un film muto, sfidando coraggiosamente la possibile lontananza del pubblico contemporaneo, tanto disabituato alla non-parola e a tutto ciò che suoni come antiquato: non dunque un film solo sul muto, ma che tenta di rappresentare il passaggio al muto mettendolo in scena, in atto, immergendo quindi lo spettatore proprio nel particolare contesto di cui sta narrando. Meraviglia del cinema. Che non ha bisogno di attori, diceva Pasolini, non ha bisogno di niente altro per rappresentare la realtà, perchè è già la lingua parlata della realtà, ma, allo stesso tempo, non si riduce al reale: il cinema è anche sogno, messa in scena dell’onirico che si crea e disfa nel battito d’ali di un film; questa la fragilità che ce lo fa tanto amare, scrive sempre Pasolini, questo suo essere effimero, volatile, a differenza del teatro, che ha invece bisogno di attori e che rimane, non è fragile, non ci scappa dalle mani (‘Empirismo eretico’, 1972).

Negli anni ’30 forse mancava ancora il moderno ricorso alla statistica, ma viene da chiedersi chissà quante stelle piccole o grandi del muto sono andate alla deriva col passaggio al sonoro, quante tristi storie personali si celano nelle pieghe di un inevitabile cambiamento storico: qualcuno (i più forti, i più dotati, i più fortunati) ce la fa, riesce a riciclarsi come si dice oggi con un brutto termine che ci omologa alla spazzatura, ma qualcuno non ce la fa….Adattarsi al cambiamento è sempre difficile, comporta un faticoso, solitario e lungo lavoro del lutto che rimette in discussione tutto il nostro essere, ci assorbe ogni energia. "Il lutto per la perdita di qualcosa che abbiamo amato e ammirato – scrive Freud in Caducità (1916) – sembra talmente naturale che il profano non esita a dichiararlo ovvio. Per lo psicologo invece il lutto è un grande enigma, uno di quei fenomeni che non si possono spiegare ma al quale si riconducono altre cose oscure" (corsivo mio). E oltre "…noi vediamo unicamente che la libido si aggrappa ai suoi oggetti e non vuole rinunciare a quelli perduti, neppure quando il loro sostituto è già pronto. Questo è dunque il lutto".

Il sostituto è pronto, per The Artist, Peppy non fa che offrirglielo su un piatto d’argento, ma almeno inizialmente l’artista resta legato ai suoi oggetti, al suo mondo perduto, a quel po’ di narcisismo che gli rimane nell’orgoglio, e soltanto sul finale quando rischia di morire, accetta l’offerta d’amore…E’ forse questo, a mio parere, l’incalzante rincorsa di Peppy e il tentativo di riparare alla fantasia della colpa commessa, il punto più debole del film, quasi a sottolineare la solita falsa morale per cui sarebbe sempre colpa di qualcuno quando ci accade qualcosa, anzichè accettare l’inevitabile passaggio del tempo e del fisiologico mutare delle cose. Non è nella varie nuove Peppy la responsabilità del salto di paradigma: esso è avvenuto in sè, che lo si voglia o no. Diverso, invece, se leggiamo in quest’offerta d’amore il messaggio che non ha a che vedere con la fantasia di colpa, ma con la constatazione che in effetti solo l’amore, il vincolo affettivo tra le persone (tra gli esseri viventi in genere, in quanto è il cagnolino a salvare Valentin…), il fatto che ci sia qualcuno che ha cura di noi, che ci ha nella mente anche nella sventura, la sola possibilità di ripresa e di salvezza.

Non saprei quanto presente nelle consapevoli intenzioni del regista, ma The Artist, in questo momento di grave crisi economica, e non solo, che sta sconvolgendo molte esistenze, non ha potuto non farmi pensare all’attualità. "Le vele del mondo si sono voltate di scatto e m’hanno colpito alla testa…..", scrive la Woolf in uno dei suoi più dolenti personaggi (Le onde. 1931). Suicidi, rivolte, vite frantumate, qualcuno che non ce la fa, ma anche, da qualche parte, occasioni di svolta, ripartite, lutti creativamente possibili…Senza evocare facili e banali parallelismi, certamente in The Artist (come prova il titolo volutamente universale) si incontrano la storia di un uomo, che mi pare tuttavia l’aspetto meno significativo, la storia dell’Artista in quanto tale e di tutti gli artisti, la storia di noi uomini di oggi, ben lontani apparentemente dai primi anni ’30, ma anche così irrimediabilmente vicini (il ’29, non a caso, è anche l’anno della Grande Crisi). Tutti questi possibili registri sono sapientemente lasciati, tuttavia, alla nostra immaginazione; niente è del tutto saturato, del tutto compiuto, possiamo giocare come in una favola adulta di cui cogliamo l’amarezza, e niente di più. Sono infatti i momenti più belli del film, a mio parere, quelli dello smarrimento di Valentin: gli oggetti consueti non sembrano più tali, le voci e le bocche parlanti lo perseguitano, quando nessuno sembra volere la sua. Il mondo circostante, luogo pacifico e sicuro fino al giorno prima, diventa un illeggibile perturbante, un Unheimlich non comprensibile al soggetto, che parla un’altra lingua, la lingua del sonoro, da cui il soggetto è escluso e si esclude, quasi volontariamente, per un’inconscio e ostinato attaccamento al linguaggio originario, al mondo perduto. Le cose oscure di cui parla Freud.
La bella idea finale di tornare in scena con il balletto, il famoso tip tap, luogo di transizione che non è nè la parola, nè il muto, riproduce la felice sintesi di un lutto riuscito, potremmo dire, di un paradigma superato attraverso una mediazione e un’accettazione creativa, simbolica: faccio qualcosa che sta al posto di qualche cos’altro, recuperando così in parte quello che ho perso, e riuscendo ad esprimermi in modo nuovo. Diversamente dalla tragica Norma di Viale del tramonto (molte sono le citazioni filmiche nel dotto film di Hazanavicious) che imprigionata nel lutto impossibile della sua passata gloria di diva del muto non fa che rivedere se stessa nella casa-museo della sua follia, The Artist trova uno sbocco, una soluzione creativa.

"….Se ha rinunciato a tutto ciò che è perduto, ciò significa che esso stesso si è perduto e allora la nostra libido è ancora libera (nella misura in cui siamo ancora ancora giovani e vitali) di rimpiazzare gli oggetti perduti con nuovi, se possibile altrettanto o più preziosi ancora…" (S. Freud, Caducità, 1916)

gennaio 2012

(pubblicato anche in psychiatryonline)