The End of the Tour

“The end of the tour”: un viaggio nella mente di David Foster Wallace*.

di James Ponsoldt, USA, 2015

(Rossella Valdrè)

Ho avuto la fortunata occasione di vedere “The end of the tour” alla prima newyorkese, in Luglio, in una gremita e commossa sala che ritrovava, attraverso il bel film di Ponsoldt presentato al Sundance Festival, lo scrittore americano contemporaneo che più ha segnato una generazione, che più ha saputo raccontarla entrando nelle crepe sotterranee del suo smarrimento, del suo disincanto: David Foster Wallace.
Il film riporta in luce un prezioso materiale, la lunga intervista registrata che nel 1996 il giovane giornalista della rivista Rolling Stone, David Lipsky, fece allo scrittore David F. Wallace, diventato improvvisamente autore di culto dopo la pubblicazione del suo terzo, grandioso romanzo, Infinite Jest, rimasto il suo indiscusso capolavoro. L”intervista” durò cinque giorni, i cinque giorni più convulsi, emozionanti e insonni della vita di Lispky, riportati per intero nel suo libro Althoug of Course you end up Becoming yourself. A road trip with David F. Wallace (2010)[1] , da cui il film è fedelmente tratto. Questo scritto, attinge pertanto sia al film sia al libro, che ne è complemento necessario.
Virgoletto il termine “intervista” perché, sia leggendo il libro ma soprattutto vedendo il film, ci rendiamo conto trattarsi di molto di più: il motivo dell’intervista che il direttore accetta di affidare all’entusiasta Lipsky, si trasforma nello spunto per un incontro fertilissimo, ricco di scambi, riflessioni su ogni aspetto della vita e dell’arte, denso di emozioni, profondamente sincero e autenticamente umano. David Lispky, al tempo appassionato giornalista alle prime armi e già ammiratore di Wallace, da New York si reca in Illinois, dove Wallace vive da un anno in un paesaggio letteralmente sommerso dal ghiaccio e dalla neve, e lì viene ospitato per cinque giorni. Il primo e maggiore, a mio avviso, pregio del film, è quello di avere trasformato un’intervista in una relazione. Intensa, turbolenta, inizialmente segnata dall’idealizzazione e dall’ammirazione del ‘piccolo’ David (Lipsky) per il ‘grande’ David, ma che si arricchisce poi, attraverso l’intimità di quelli che Lipsky definirà “i cinque giorni più insonni della mia vita”, di tutte le sfumature dell’autentico incontro umano: ammirazione, invidia (anche Lipsky è uno scrittore, di soli quattro anni più giovane e non certo di uguale successo, ma sembra un adolescente di fronte al suo idolo), gelosia, curiosità, affetto, identificazione.
Una seduta di cinque giorni potremmo definire, in un non troppo azzardato parallelo psicoanalitico, l’incontro fra i due David: asimmetrica, transferale, ricca di turbolenze come nel campo analitico. E’ l’uno a cercare l’altro, all’inizio, ad averne bisogno, a sentirsi inferiore: ma la reciprocità invaderà presto il campo. Rinunciando presto alle domande convenzionali a cui l’irriverente, dissacrante intelligenza e acume di Wallace si sottrae, non si capisce più chi intervista chi: anche il piccolo David è interrogato, trascinato in un’involontaria ‘self disclosure’, e il mandato iniziale di incalzarlo sulle voci che nell’ambiente newyorkese circolavano su di lui (uso di droghe, ex ricovero in psichiatria, tentativo di suicidio), falliscono miseramente per lasciare posto ad un autentico, appassionato rapporto umano. Altro merito del film è, infatti, aver evitato il rischio che si corre sempre con i film sulle personalità geniali, che non riuscendo a trattare tutta la complessità, spesso finiscono con lo stigmatizzarne alcuni tratti – che qui potevano essere il suicidio o la diagnosi di ‘bipolarità’ – oscurando la ricchezza e la freschezza che la tranche de vie relazionale, invece, restituisce allo spettatore con una vivace e intensa cifra narrativa, godibile anche da chi non conoscesse il personaggio. E’ un uomo a confronto con un altro uomo, quello che il film realizza, e non una biografia.

“The end of the tour” è film di parola; parola densa, significante, mai scontata o banale. I due parlano ininterrottamente, di tutto, della vita, della società americana, delle dipendenze e dell’entertainment con cui tentiamo di riempire i nostri vuoti, della necessità di amore ma anche di solitudine, del conflitto con il successo, della tristezza…della fatica, insomma, di diventare se stessi. La traduzione italiana del titolo del libro di Lispky, “Come diventare se stessi”, non rende ragione della fine complessità del titolo originale: Sebbene (Although) alla fine si riesca a diventare se stessi. “Sebbene”, dunque, nonostante. Nonostante cosa?
Nonostante la fama, il successo. Tra i molti conflitti che intravvediamo nel trentaquattrenne Wallace che come è noto si suiciderà dodici anni dopo in California – il principale è quello col successo: come restare se stessi, esseri umani reali (“to be normal! To be normal! chiede Wallace) dentro una giostra di inviti, party, autografi, reading, oggetto di culto per aver saputo dare voce a quella che lui stesso definisce la ‘tristezza’ di una generazione, la sua e di Lipsky, i trentenni privilegiati degli anni ’90, infelici per paradosso:’oscenamente ben educati’, istruiti nelle migliori università, colti, questi ‘millenians’ americani (e poi diffusi nel resto d’Occidente) si trovano di fronte allo smarrimento tipico dell’’uomo post-moderno. Avere tutto, ogni porta aperta, un successo planetario forse prematuro rispetto ai tempi interni ancora nostalgici delle regole e dalla sobria vita dei genitori insegnanti (su cui il film sorvola, ma bene descritti nel libro), ogni donna a disposizione non per la persona ma per il personaggio e il rischio, di cui Wallace è acutamente consapevole, di trasformarsi in un ‘mostro’, un avido fenomeno da party, da baraccone. Diventare se stessi, diventare soggetti, è un compito arduo per ciascuno, e Wallace ne è dolorosamente consapevole. Come tenere, come “contenere” tutto ciò, senza impazzire?

Splendida, la metafora concreta della bandana. Wallace la indossa sempre e Lipsky si incuriosisce; ma non si tratta di uno snobismo. Nata per frenare il sudore di un pregresso soggiorno dalla sorella a Tucson, per la fervida, eccitata mente di Wallace la bandana diventa il simbolo del contenimento, di qualcosa da “tenere quando sono nervoso”, quando “la mente sta per esplodere”. Lo scrittore che incontriamo nel film è ancora alle prese con un disperato tentativo di contenere la genialità di una mente in eccesso, “toccata dal fuoco” come scrive la psicologa americana Jamison (Touched with Fire: Manic-Depressive Illness ant the Artistic Temperament., 1996) a proposito del rapporto fra genio e psicopatologia, si protegge in tutti i modi: rifugiandosi nella bolla innevata e isolata dell’Illinois (che conferisce al film il senso di una rarefatta sospensione temporale, narrativamente molto efficace), mantenendo l’insegnamento che poi dovrà abbandonare, cercando regole nelle antiche passioni per il tennis e la matematica. Dodici anni dopo, il suicidio di cui Lipsky viene a sapere dalla televisione, testimonia il crollo di ogni bandana possibile, la resa finale, in parte preannunciata in alcuni passi di ‘Infinite Jest’, dove descrive la persona con “depressione psicotica” come qualcuno che si suicida non perché stanco della vita o senza speranza o fascinato dalla morte, ma come qualcuno che deve fuggire da un incendio.

Ma nei cinque giorni su cui il film concentra la macchina da presa, senza lasciare mai i primi piani dei personaggi (gli ottimi Jesse Esemberg per Lipsky, e il meno noto in Italia Jason Segel per Wallace, che realizza una perfetta mimesi con lo scrittore reale grazie al suo 1,93 di statura), il personaggio che emerge dalla relazione che i due riescono con reciproca sorpresa a instaurare, è ancora un uomo estremamente vitale, gentile, arguto, empatico, quello che i critici definirono ‘la mente più brillante della sua generazione’. L’ultimo tour si riferisce all’ultima presentazione del romanzo a Minneapolis, dove i due si recano in aereo, continuando a parlare ininterrottamente, mentre mangiano, guidano, si esplorano a vicenda, si scoprono. Al ritorno, la separazione sarà brusca: come accade in certi distacchi analitici, Lipsky gli consegna timidamente il suo libro e quasi fugge via dalle troppe emozioni, alla più rassicurante vita newyorkese, mentre Wallace sa di tornare ad essere solo (“te ne andrai e mi resteranno venti persone”), e riduce l’impatto di questo salto andando, a sorpresa, a ballare. Tenera, toccante scena finale del ballo, in una chiesa battista, di questo gigante triste.
I due non si rivedranno più. L’intervista registrata, diventata ormai un pezzo di vita, finisce in un cassetto, concreto e della memoria, a cui Lipsky rimetterà mano solo quando apprende del suicidio, dodici anni dopo, e ne scrive il libro.
The end of the tour è pertanto non solo l’ultimo tour del romanzo, ma sembra anche chiudere il cerchio di un lutto rimasto sospeso per Lipsky, inelaborato e inelaborabile fino ad allora. Non sappiamo se l’incontro, il ‘campo’ che i due hanno creato in quei giorni, lasciò un segno in Wallace (dirà alla sorella che era “a decent guy”), ma lo lasciò certamente in Lispky: dall’incontro mutativo, da quel contatto unico, non a caso Lipsky scriverà il suo terzo saggio, il migliore (non tradotto in italiano) diventato best-seller negli Stati Uniti, Absolutely American nel 2003. Identificazione resa possibile dalla genuina empatia che la nuova relazione ha generato; i due riescono a capirsi pur nella loro differenza, anzi grazie alla loro differenza. Wallace accoglie il regalo finale del libro perché “mi interessa capire la tua mente” e Lipsky, che ben si sarebbe accontentato della fama che Wallace teme, ne comprende però le insidie, i rischi di diventare avidi, avidi di conferme. La vera dipendenza che terrorizza Wallace, schivando le convenzionali domande sulle sostanze, è quella del riconoscimento, della lusinga narcisistica che lo porterebbe al baratro di non essere più se stesso, ma quello che il pubblico, sempre insaziabile, e lo show-business richiedono. Il titolo del libro è, infatti, tratto da uno scambio di battute, in cui Lipsky chiede se aver avuto genitori insegnanti di letteratura ha influenzato la sua scelta di diventare scrittore, a cui Wallace, titubante, risponde che no, “nonostante tutto alla fine si riesce a diventare se stessi”.

Se questo è il giovane ancora ambivalentemente fiducioso che la fama non lo travolgerà, che la bandana terrà a freno l’incendio della sua mente, nel romanzo uscito postumo e incompleto nel 2011, “Il Re pallido”(The Pale King), l’acuta consapevolezza dell’irrealtà della fama trova invece la sua sentenza definiva, nel bellissimo passo che chiude ogni danza:

“Signori, benvenuti nel mondo della realtà — non c’è pubblico. Nessuno da applaudire, nessuno da ammirare.
Nessuno ti guarda. Capite? Ecco la verità —nella realtà l’eroismo non riceve alcuna ovazione, non intrattiene nessuno. Nessuno fa la coda per vederti. Nessuno s’interessa”.

(David Foster Wallace)

* Questo scritto è tratto, molto abbreviato, da un film essay di futura pubblicazione sull’International Journal of Psychoanalysis

[1] Broadway Books, New York. Nella versione itlaiana, “Come diventare se stessi”.