The Hours

Stephen Daldry, Usa, 2002, 114 min

 

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Commento di Donatella Lisciotto

 

LE ORE

uno spunto dal film "The Hours"

 

Mi preoccupano le Ore.

Avete mai pensato alle ore che seguono a un
evento doloroso? Come sopportare le ore successive al dolore? Come tollerare
l’angoscia che si presenta al posto del pensiero?

Spesso ci si concentra sull’evento cosiddetto
traumatico e si pensa meno al "dopo". Tempo più lungo, a volte interminabile
che può prendere anche tutta una vita.

Queste considerazioni su le ore nascono in
seguito alla visione di un film, che trovo splendido, "The hours". Possono
sembrare riflessioni ovvie, proprio perché concernenti la quotidianità, quella
a cui, di solito, poco si pensa, anzi spesso avviene uno scivolamento, simile
ad un agguato, non preannunciato, in una condizione esistenziale invisibile che
però "c’è" e pesa, aldilà della nostra partecipazione o previsione. Questo
scivolamento e ciò che, nell’esistenza dell’individuo, mi sembra più implicante
del trauma stesso ed è ciò che temo di più.

Sono le Ore.

Quel tempo che ci aspetta, "dopo", e che pervade
le nostre giornate e la loro ripetizione.

Mentre attorno a lui si sta organizzando, anche
in maniera un po’ maniacale, un party per festeggiare il successo di una sua
produzione letteraria, Richard soffre consumando le sue Ore solitarie in uno
stanzone disordinato, dove vive, che sembra uno studio d’artista, ma, più
verosimilmente è l’habitat della sua disorganizzazione interna.  Lui è rimasto là, bambino, dietro una vetrata
mentre urla il nome della madre che vede allontanarsi con l’automobile ma, in
verità, la sente andarsene per sempre come se intuisse l’intenzione di lei di
togliersi la vita. Davvero intuizione? Comunicazione tra gli inconsci? Rèverie?
Fatto si è che nel gioco con le macchinine che andava facendo nell’attesa che
tornasse la madre (e ancora tornano le Ore) componeva coi modellini il tragitto
dell’auto della madre, come a mettere letteralmente in scena la sua
rappresentazione interna delle intenzioni e delle incertezze della madre. E qui
ci sarebbe molto da aggiungere sulla raffigurabilità del gioco infantile!
Toccante, a mio avviso, il dialogo tra madre e figlio una volta insieme mentre
in macchina percorrono la strada che li riporta a casa. C’è, a questo punto,
una metacomunicazione fatta più che da parole, da sguardi e pause e una frase del
piccolo Richard, conduce l’intesa tra i due e conferma, in maniera composta, la
comprensione del fatto nascosto e il pericolo scongiurato ("Ti voglio bene,
mamma").

Così staccato dalla sua realtà attuale, Richard
è in contatto col dolore antico, quello dell’infelicità materna. La sua vita
sembra snodarsi attorno all’amore edipico che non viola la purezza del
femminile anzi persiste in uno stato come di estasi. Richard sviluppa
l’omosessualità perché affascinato dalla donna, dal suo mistero che tenta di
ritrovare o di evitare in tutte le donne della sua vita. Il modo in cui
l’artista recita la battuta "Ma dovrò comunque affrontare le ore dopo la festa…
e tutte le altre ore che verranno" (che pregnanza in queste poche parole)
contiene l’impegno indefettibile nel quale, anche senza volerlo, anzi
soprattutto senza volerlo, ci ritroviamo ad affrontarne il pathos, spesso
impreparati e sopraffatti.

A differenza del fatto traumatico che ci coglie
d’improvviso e, di solito, è circoscritto, le Ore stanno lì, sempre, scorrono
una dopo l’altra, lentamente. Se dal trauma ci si difende con una sventagliata
di meccanismi difensivi, anche a costo di un obnubilamento costante,
sviluppando una qualità dissociativa che può "salvarti" la vita, dalle Ore non
si scappa, forse solo il sonno può creare una pausa.

 

Ma come uscire salvi dalle Ore?

 

Di seguito leggerete il percorso mentale di una
paziente, Erminia, che, come Richard, ha trascorso molte Ore nel panico e nello
sconforto, ma, tramite il lavoro psichico, che ha fatto parte anch’esso delle
sue Ore, è riuscita, gradualmente ad approdare a una condizione meno dolorosa, riuscendo
a trovare il bandolo della matassa. 

In seguito alla perdita dei genitori, Erminia
sviluppa una sindrome ansiosa depressiva.

Ho scelto di riportare le sue parole, raccolte
seduta dopo seduta nelle tante Ore trascorse con lei nel corso degli anni,
strutturandole in forma narrativa; si può vedere come il tormento si snoda ora
dopo ora, anche quando è già trascorso molto tempo dal fatto doloroso. Si può
apprezzare come si sviluppa il pensiero che da depresso diventa dinamico,
abbandona la stasi, l’immobilità depressiva, l’avvitamento ossessivo fatto per
non far fluire pensieri troppo dolorosi, e si avvia verso l’elaborazione del
lutto, svelando a sé stessa quali i motivi e le cause dell’evoluzione nevrotica
che si scoprira’ indipendente dalla morte dei genitori. E’ proprio il processo
elaborativo che conduce verso la consapevolezza del proprio funzionamento e
consente di passare da uno stato d’angoscia disorganizzante, con presenza di
pensieri suicidari, a uno stato mentale più efficace nell’affrontare la realtà.

Non ho volutamente aggiunto commenti clinici
alla storia di Erminia poiché l’intento è di mostrare la capacità della mente
di estendersi nella trama elaborativa, e come ciò possa consentire di abbandonare,
nel corso delle ore, una condizione disorganizzata della mente a vantaggio di
una più conscia e funzionante. Le sue parole (a volte enfatiche) sono
abbastanza esplicite. Non c’è molto da aggiungere.  

Le Ore di Erminia sono state dolorose, ma, al
contrario delle ore di Richard, ben spese! Dietro la sua angoscia ha potuto
scoprire l’esistenza dei suoi sentimenti di rabbia e, più globalmente, di
un’aggressività di cui non si era potuta appropriare e ha conosciuto ciò che
c’era dietro quello che chiamava depressione. 

 

"Cosa manca? Tutto, oltre
il presente.

 Manca ciò che sei, ciò che ti ha istituito;
non lo vedi finchè non c’è più, ti accorgi di te solo quando loro se ne sono
andati.

Ciò che prima era la tua
realtà diventa ricordo. Spesso non condiviso da chi ti sta accanto. E allora li
cerchi. Li cerchi nelle chiese, dentro i cassetti pieni di foto e di vecchie
bollette pagate, dentro taccuini dove la sua calligrafia annotava date, numeri
di telefono, appunti banali ("ti ho lasciato le chiavi dalla zia P"). E ti
emozioni perdendoti dentro quelle che diventano tracce inestimabili di un
passato ancora troppo presente.

 Non ho ancora trasformato i miei ricordi in
nostalgia, e soffro. Mi manca ciò che non vedevo neanche, resto inebriata
quando, aprendo la porta della nostra casa, mi imbatto in quel profumo
inconfondibile di fumo e alcool, di antico, roba sacra, irriproducibile!
Ancora, se ti chini sul bracciolo della sua poltrona di pelle dove lui passava
tutta la sua giornata, puoi sentire quell’odore maschio di tabacco e di pelle,
la sua.

Solo adesso sto realizzando
la loro morte. Sembrava impossibile che mi avrebbero lasciata, loro, così
protettivi, così presenti.

Eppure ora
sono qui, a parlare di loro, di noi. Sono sola.

 

Stasera sono andata in
chiesa per prenotare delle messe di commemorazione. Mentre guidavo pensavo cosa
dire al prete, non ho mai saputo fare queste cose e quando dovetti accompagnare
mia madre dal parroco di S.Gabriele per far dire la messa dell’anno per papà
ero molto superba. Lei mi appariva più misera che mai, troppo oblativa col
prete, quasi seduttiva, mi faceva antipatia quel suo modo di chiedere
umiliante. Oggi mi rivedo in lei, in quel suo modo di fare e capisco di più, mi
sento più vicina a lei.

Forse la morte serve a
questo? A recuperare quello che perlopiù critichiamo, disprezziamo?

Passeranno degli anni prima
che possa vivere nel mio presente.

Sono come un’ubriaca che si
è svegliata dopo una sbornia. Mi devo raccapezzare, mi devo orientare, i miei
progetti sono confusi e spesso ambiziosi, altre volte le mie giornate sono
ininfluenti, passano in assenza di pensieri, solo automatismi in cui
abbandonarsi in maniera involontaria, senza responsabilità né legami. Ma dopo
un paio di settimane in questo stato, di solito crollo. Mi coglie una terribile
paura. Non mi "sento" più, anzi mi sento slegata da tutto il resto,
trasportata, telecomandata. Anche i gesti più comuni e le mansioni quotidiane
mi sembrano stancanti e del tutto inutili, è allora che penso con facilità di
poter morire, anzi di lasciarmi  morire e
la mia mente comincia a concepire il mio futuro in uno stato di abbandono,
senza cibo né alcuna fonte di sostentamento, morire senza assistenza, in
solitudine, senza nessuno accanto. Non aprirei più la porta di casa finchè non
ci si stanca di suonare, non risponderei alle chiamate del telefono finchè non
ci si convincesse che la mia presenza non c’è mai stata, che ci si è sbagliati,
non c’è nessuno, Erminia non è in casa, non c’era neanche ieri e neanche
l’altro ieri, infine…non c’è mai stata, non si è più nella mente degli altri,
si va scivolando dalla mente degli altri quando se ti chiamamo non rispondi
mai, è allora che ti convinci che forse l’altro non c’è per davvero, non c’è
mai stato, forse è stata tutta una tua illusione pensare che ci fosse e vivi
nella dimenticanza, nel desiderio dell’attesa che la porta si apra, che si
senta una voce chiamarti e degli occhi guardarti, ma quante volte hai aspettato
prima che la realtà diventasse illusione! Ti ho aspettato tante e tante volte,
mamma, per tanti e tanti giorni, poi, forse devo aver pensato che tu non c’eri
più e poi, ancora, che non c’eri mai stata e che era tutta una mia invenzione
l’immagine di noi, il tuo amore e persino il mio per te diventò niente. E’ in
questo destino che io vivo senza coscienza.

Dopo di loro ci sono le
Ore, c’è la comprensione di te stesso, la conoscenza.   E in questo smarrirsi io mi ritrovo.

Oggi sono appesa alla
parete nord del monte Everest. A volte manca persino l’appiglio. Ma non voglio
compiacermi di questo stato, anche se in questo momento è solo ciò che ho.

La
mattina, quando apro gli occhi è come se sentissi la minaccia incombere su di
me, non c’è tolleranza verso la vita, gli eventi non approdano dolcemente in me,
ma si schiantano e io mi preparo solo a scagliarli lontano e difendermi e in
questo inutile movimento pian piano resto sola, senza eventi, senza volti,
senza più parole da dire e soprattutto da ascoltare. E se tutta questo dolore
dipendesse dall’orgoglio?

Allora è
più vero ammettere che mi sgancio dagli altri perché sono offesa, e la mia
offesa fa diventare gli altri navicelle spaziali perdute nello spazio, lontane
e inutilizzabili. Schegge, frammenti, pulviscolo fino a renderle niente. Sono
io che rendo la mia solitudine nel momento in cui faccio a pezzi i miei amici
di vita per la stupida pretesa di essere sempre nella loro mente.

In qualche
modo devo riuscire a salvarmi da questa depressione.

Il
depresso è arrabbiato, è presupponente, è superbo, è esigente. La depressione è
il risultato di una carneficina. La rabbia spezza tutti i fili, i collegamenti
con gli altri, e tutto quanto diventa morte, in-esistenza. Eppure la roccia a
cui sei appeso è lì, basta solo agganciarvisi rispettando le impervietà del
massiccio. Invece io non mi voglio adattare, mi contrario di fronte a ciò che
non mi asseconda e allora lo espello, anche con rabbia e in modo definitivo e
avviene lo scempio, la carneficina.

E’ difficile intravedere
tutto ciò nelle performance del depresso, piuttosto è più facile vittimizzarsi.
Apatia, noia, sgomento e panico, involontarietà, nascondono ben altra potenza;
si uccide il mondo.

Alla fine non resta più
niente a cui potersi aggrappare.

Solo un sentimento di colpa
e vergogna denuncia l’inconscia responsabilità.

E allora che fare? E se
cominciassi a perdonare? ogni giorno, nei piccoli gesti quotidiani, nei
rapporti comuni, se ti capita di dover aspettare dietro lo sportello postale,
se il traffico non ti consente di arrivare nel tempo stabilito, se trovi
occupato il tuo posto-macchina tornando a casa. E’ lì che, senza accorgertene,
sguaini la prima spada e cominciano a cadere le teste e poi i muri e le strade
e il mare e il cielo. Me ne accorgo quando, affacciandomi dalla finestra non
vedo niente, non vedo più la vita che scorre perché io sono da un’altra parte,
inesistente, perché non connessa alla realtà, sono smarrita nella mia
prepotenza.

Ma chi è che mi ha così
tanto ferito? E perché io non sono ancora in grado di perdonare? Perché non
uscire da questo limite? Se l’angoscia è il rimosso che ritorna, adesso cosa
sta ritornando? Perché questo panico? L’angoscia può essere il dolore per la
carneficina? Per tutti i morti che ho seminato? Per la grande solitudine e il
senso di vuoto che me ne rimane?

Ora capisco che quella
sensazione di vergogna che, per non riconoscerla, chiamo panico e che mi
percorre la schiena quando mi sveglio al mattino è paura di una punizione che
si rivela estesa quanto più grande è il danno che ho compiuto. Quelle punizioni
infantili che ti mortificavano e ti sentivi sputtanata davanti al
mondo-universo! Rimprovero ingiusto che ti fa avvampare di rabbia.

Ho forse paura di essere
punita per la carneficina che ho fatto? Per il rimprovero? Per la rabbia che ho
provato? Perché altrimenti della depressione posso parlarne, ma del panico no
perché me ne vergogno?

Il lutto che piango, oggi,
non è solo quello per i miei genitori, ma, parte da loro per ampliarsi a tutti
i morti prodotti da me, dalla mia rabbia, lutti ancora senza elaborazione,
senza ascolto e senza cura.

In queste ore sto piangendo
tutta la morte, sto sentendo tutto il dolore"
.