The Master

Paul Thomas Anderson, 2012, USA, 136 min.

Trailer: 

commento di Amedeo Falci

IL RAGAZZO SELVAGGIO 

Un altro  ‘ragazzo selvaggio’ dunque. Ma il dottore stavolta non è Monsieur Itard. Ed il ragazzo non dell’ Aveyron, ma dal New Jersey (forse). Dalla guerra. Dal Pacifico. Un film sulle ‘educazioni impossibili’.  Sulle  ‘guarigioni impossibili’. Già qualcosa Freud nel 1937. Ma il lato interessante del film è il transfert. Quello del Maestro, naturalmente, nei confronti dello psicopatico, violento, del post-traumatico, border, sex addicted, ‘boozed’, ed anche qualcosa di più, Freddie. Chi cura chi? Di chi è la follia? Piccolo saggio sulla cattura suggestiva della mente.  Sulla disponibilità a ‘credere’. Ad essere manipolati. Sull’ immane potere nella ‘cura’ delle menti. Sul rapporto medico–malato, qui esemplare declinazione di un rapporto di dominio, di suggestione, di manipolazione, di (reciproca) compiacenza, di asservimento. Il potere (mentale) stabilito su un individuo è la tessera di un’ estensione manipolativa esteso a larghe parti della società.  Che accettano, diffondendolo, il valore della Causa (il movimento del Maestro). 

La presa sulle menti per mezzo dell’ incredibile potere del linguaggio. In un mix impressionante di delirio, fantascienza, misticismo. E pseudoscienza. Linguaggio tanto più potente, quanto più è arcano, oscuro, unilaterale, monocratico. “Come vi chiamate – chiede il Maestro alla signora distesa sul divano –….. Siete sicura di non aver vissuto qui in epoche passate?”. Quella sgrana gli occhi. Allora è  ’sì’. Ma uno scettico gli fa: “Ma scusi, Maestro, non è ipnosi?”. Ne segue una scenetta. Che letta totalmente ed integralmente nella prima versione della sceneggiatura [http:// twcguilds.com/assets/screenplay/the-master/screenplay.pdf]  promette certi brividi  agli addetti ai lavori. Non si tratta di ipnosi né di psicoanalisi – spiega il Maestro – quella roba che ruota intorno al sesso, per gente nevrotica, e per quei pochi che hanno soldi. Freud – continua – ha fallito. La nostra è una scienza esatta. Come la chimica e la fisica. Ma man mano che la scenetta va avanti, con l’ acuirsi delle obiezioni e delle questioni sulla ‘scientificità’ (!), sull’ estensione del ‘metodo di cura’ al trattamento di malattie anche gravi, sulle distanze tra scienza, filosofia e la religione, e sulla forte personalizzazione in un sol uomo delle ragioni della Causa, allora il garbo vira al brutto. Il Maestro dismette la prosopopea scientifica, ed in un incontenibile impeto paranoide se ne esce con la storica frase – ma questo è un attacco! – con cui ci si trae sempre d’ impaccio quando non si sa più che rispondere. Ma, appunto, che brividi, che emozioni, che rischi. Ci ricorda qualcosa. Forse. Chissà. Come avremmo potuto finir male. Malissimo. Se non l’ avessimo aggiustata e rettificata subito questa ambigua storia dell’ ipnosi e della suggestione. Se non avessimo preso la giusta distanza da questo ingarbuglio di interpretazioni profetiche, certezze divinatorie, enunciati apodittici, sottili (ma non sempre) retoriche del convincimento e dell’ autoconvincimento.  Sempre nel nome della Causa. Le Teorie sono sempre corrette. Sono coloro che devono essere curati che devono capirlo ed accettarle. 

Ma per fortuna, sebbene ipnoticamente affascinati, riusciamo a capire che il posto del Maestro è tra i ‘cattivi maestri’. P.T. Anderson all’ opposto della caricatura, ritrae un Lancaster Dodd – il Maestro – in un formidabile e robusto personaggio (un eccezionale  Philip Seymour Hoffman) sospeso nella sua ininterrogabile ambiguità. “Scienziato, medico, fisico nucleare, scrittore, ma soprattutto uomo, uomo come te, Freddie.” Addirittura, nello script di prima stesura [vedi sopra], circondato dalla leggenda di essere ritornato in vita dopo essere morto nel corso di un intervento chirurgico. Ed ancora prodigioso affabulatore, guaritore, bevitore, leader carismatico, scalatore sociale, detrattore di fondi, amico di tutti, generoso, marito di tante mogli, padre di tanti figli, scialacquatore, intrigante, difensore dagli extraterrestri e dai comunisti, infine e soprattutto: latore di rivelazione. 

Già precedentemente  P.T.A. si era cimentato nell’ analisi di rapporti di filiazione. Con le alternate vicende di legame e dislegame. E nella messa a fuoco di personaggi affabulatori e manipolativi. Il personaggio televisivo carismatico e pieno di volgarità e luoghi comuni contro le donne, interpretato da Tom Cruise in “Magnolia” (1999), che deve fare i conti con il padre (Jason Robarts) morente da cui è stato abbandonato. E ne “Il petroliere” (“There will be blood”, 2007) i rapporti tra il protagonista ed il figlio adottivo, ma anche socio, con la presenza di un predicatore manipolativo e maligno sullo sfondo. 

Quindi transfert, dicevo. Altro che controtransfert. Il Maestro sceglie immediatamente à coup de foudre. È Freddie il reietto prescelto su cui esercitare il potere salvifico e redentivo della Causa. In uno strano intreccio fatto di complicità sbronzatorie, accoglienza dei disperati, test (pseudo)sperimentali, reclutamento come scherano, guardia del corpo, servo di scena. Ma già “noi ci siamo conosciuti qualche migliaio di anni fa”, rimarca sicuro il Master, dunque ci stiamo ritrovando. E quindi gli riplasma il passato. 

In un racconto pieno di ellissi – che possono mettere in difficoltà lo spettatore che si può trovare in un discorso dove non tutto segue delle spiegazioni lineari – P.T.A. compie un’ esemplare messa in scena non solo sulla disponibilità umana alla credenza e al coinvolgimento nella forza delle narrazioni, anche le più fantasiose, a prescindere dal loro statuto di verificabilità. Ma soprattutto una rappresentazione esemplare sul bisogno assoluto che hanno i curatori dei loro ‘curandi’. È il Padrone (come potremmo anche leggere ‘master’) che non molla mai il suo Servo. In un delirio di Potere, Padronanza, Dominio, Cura, assoluti. Dentro una personalità debordante di arroganza onnipotente – narcisistica, direbbero gli addetti ai lavori –. Appena contrappuntata dalla scena brevissima, ma fondamentale, in cui la ben determinata moglie gli alimenta i deliri di potenza (”tu puoi fare tutto quello che vuoi”) mentre gli pratica, come ad un ragazzo goffo ed inesperto, una veloce e risoluta masturbazione. 

Dall’ altro uno sbandato, un tizio alla deriva, un intontito da velenosi booze, un randagio, sembrerebbe, che cerca una scodella ed un padrone. Uno che non capisce niente delle Cause e delle Rivelazioni. Ma che come un servo fedele sa difendere con forza e violenza il suo padrone. Sembrerebbe. Ma la raffinatezza del film sta proprio nella resa di un personaggio che sotto la fedeltà canina, rivela una istintiva intuizione delle menzogna e della falsità. Che si rivela nella prodigiosa scena della prigione in cui – dissociativamente, potrebbero commentare sempre gli addetti ai lavori – in un acme di violenza per difendere il suo Master dall’ arresto, Freddie trova pure sorprendenti parole di uno smascheramento possibile (del Maestro, del Padrone). 

Il film è la storia di una caccia. Il Padrone che cerca sempre il suo ‘rascal’ (mascalzone). Così come nelle scene precedenti, lasciando il suo ‘cane’ libero di scorazzare nel deserto, se lo era visto scappare. Nella scena finale il Maestro  [sceneggiatura originale] gli chiede di firmare un contratto di disponibilità alla Causa per questa e per altre galassie e per circa tre miliardi di anni, e gli dedica una romantica serenata.  Ma Freddie non è l’ Alex di “Arancia meccanica” (1971), ‘guarito’ dalla violenza attraverso metodi di condizionamento operante.  Freddie rimane il non-guarito. La lacrima sul volto di Freddie, consapevolezza  della fine, è la rivelazione (questa sì, con la ‘r’ minuscola) del riscatto. E della fine della Cura. Che viene (stupendo) ripetuta, nei suoi tormentosi ed inutili dispositivi ‘sperimentali’, come coazione o come coscienza liberatoria, finalmente da un Freddie soggetto attivo, nel gioco sessuale con la ragazza (per affascinarla?  per dominarla?). 

Senza discutere molto degli interessanti particolari tecnici. Un film interamente in formato di  65mm proiettabile in 70mm, come non si faceva ormai da anni, per riprendere l’ aspetto delle grande pellicole hollywoodiane. La resa dei colori e la cura dei costumi e delle scenografia. Senza discutere di tutto questo, va detto che si tratta di un grande film – certamente non perfetto e non equilibrato nelle sue proporzioni, soprattutto nel raccordo con la parte finale, stesso difetto ne “Il petroliere”, a cui non sappiamo quanto può aver nociuto uno squilibrio tra metraggio filmato e final cut per le sale –. Ma un  grande ed ambizioso film che confermano talento intelligenza e capacità creative di P.T.A. 

Ma soprattutto un film imperdibile per la mostruosa, incredibile, (extragalattica, verrebbe di dire con il linguaggio del Maestro), sovrumana interpretazione di Freddie da parte di Joaquin Phoenix. Un attore prodigioso che è andato costruendo una capacità attoriale superba, lentamente, quasi inavvertitamente, attraverso caratterizzazioni (“I padroni della notte”, 2007; “Two lovers”, 2008) forse non colte dal grande pubblico ma che hanno reso certamente J.Ph. una delle personalità più impressionanti nel panorama del cinema americano. (il migliore sulla piazza?). 

È assolutamente raro che le sceneggiature e le realizzazioni filmiche sappiano rendere propriamente ed efficacemente personaggi psicopatologici. Nella maggior parte di tratta di rese caricaturali, o peggio, ridicole. Tra le prima l’acclarato personaggio di Jack Nicholson ne “Il nido del cuculo”(1975). Tra le seconde  l’ (involontariamente) esilarante personaggio di Keyra Knightley, istericamente agitata, o orgasmicamente affannata dalle sculacciate di  Jung in “A dangerous method” (2011). Vedere il  Freddie di J.Ph. e farsi un’ idea di come un grande regista ed un attore stupefacente possano reinventare una personificazione psicopatologica immaginaria originale credibile (e più credibile del vero).

Gennaio 2013