The Social Network di David Fincher. Recensione di Gabriella Vandi

di David Fincher, USA, Stati Uniti d’America, 121 min.

commento di Gabriella Vandi

di David Fincher, USA, Stati Uniti d’America, 121 min.

commento di GabriellaVandi

Quando il cinema affronta tematiche sulla società e sull’evoluzione tecnologica, corre il rischio di scivolare nella retorica, poiché non è semplice riflettere su fenomeni così attuali e in veloce movimento.
Il film di David Fincher, “The Social Network”, invece, senza cadere nell’ovvietà, mette in luce potenzialità e rischi dei social network, a partire dalla storia di Facebook e del suo fondatore, Mark Zuckerberg che, per vendicarsi di Erica, la ragazza che lo ha appena lasciato, decide di insultarla, attraverso il web, inventando in questo modo, in brevissimo tempo e quasi per caso, il social network più conosciuto al mondo. I colossali ricavi messi in moto da Facebook sfociano, inesorabilmente, in lotte prevaricanti, deontologicamente scorrette, e combattute strenuamente per riuscire a imporsi sui soci più deboli, estromettendoli crudelmente, al fine di conquistare, senza pietà, l’intero guadagno miliardario, o la quasi totalità.
“The Social Network” parla di una realtà che si è così profondamente inserita nella società attuale, da condizionarne completamente lo stile di vita e le relazioni sociali. Fincher lo fa evitando il rischio della banalità, realizzando un film interessante, scandito da dialoghi e continui flashback che rendono serrato il ritmo della narrazione. “The Social network” si distingue da una comune biografia perché, nel sui impianto narrativo, si alternano i dialoghi tra Zuckerberg e gli avvocati, intervallati dalla ricostruzione degli avvenimenti, in una complessa dinamica che mette insieme antefatti ed epilogo.
Lo spettatore entra in contatto con le vicende legali nelle quali Mark è trascinato dai suoi ex soci (Eduardo, il miglior amico che lo citerà per 600 milioni di dollari e i gemelli Cameron e Tyler Winkelvoss), per violazioni agli accordi contrattuali, ai copyright e alle normative che regolano la privacy.

Il film descrive il momento in cui Facebook è stato inventato, nell’autunno del 2003.
Mark Zuckerberg, studente di Harvard, un genio dell’informatica, nel giro di poco tempo, attraverso blog e linguaggi di programmazione, dalla sua stanza universitaria, realizza una rete sociale globale che rivoluzionerà la comunicazione di tutto il mondo. In soli sei anni e con 500 milioni di amici, Mark Zuckerberg è diventato il più giovane miliardario della storia.
Il regista, fin dalle prime sequenze, riesce a mettere in luce le caratteristiche psicologiche del giovanissimo protagonista e il suo disperato bisogno di approvazione.
Seduto in un bar davanti alla sua ragazza Erica, Mark espone i motivi per cui sarebbe importante appartenere ai prestigiosi Final Clubs universitari di Boston. Il ragazzo sembra attratto dalla loro natura esclusiva e “ossessionato” dal bisogno di visibilità e accettazione. Si capisce subito che ha la natura del genio (porta avanti due discorsi contemporaneamente, tanto che la ragazza non riesce a seguirlo). È anche sospettoso e teme paranoicamente che tutti siano “sibillini” e parlino in codice.
Erica coglie le sue ansie e, probabilmente, anche il senso d’inferiorità che le alimenta e dice: “Hai un disturbo ossessivo compulsivo da Finals Clubs”.
Lui, puntigliosamente, la corregge sottolineando: “Si dice final e non finals!”
Questo atteggiamento critico e provocatorio lo ritroveremo durante tutti i dialoghi serrati del film, davanti alle richieste degli avvocati.
La comunicazione tra i due termina con un violento litigio e la rottura del fidanzamento, da parte di Erica, che non sopporta il suo ambizioso bisogno di apparire.
Mark nasconde le proprie insicurezze dietro una facciata di apparente superiorità. La sua supponenza nasconde il senso di fragilità che nasce dalla percezione di rifiuto e di esclusione. Il suo modo di porsi e la sua incapacità relazionale contribuiscono ad accentuare il suo isolamento.
Fincher descrive, con grande raffinatezza, l’equilibrio instabile che regola il meccanismo comportamentale del ragazzo, alimentato dal senso di frustrazione che lo assilla e dal quale si difende attraverso uno sprezzante senso di superiorità. Mira a eccellere in una società che gli sembra lo respinga, secondo lui, perché dotato di quello che altri gli invidiano, il genio. Per la ragazza invece lui: “Passerà la vita a pensare che non piace alle ragazze perché è un nerd, invece non piacerà perché è uno stronzo!”
È curioso che il protagonista indossi una felpa con il marchio Gap, stampato in grande, quasi a evidenziare uno scherzo curioso del destino: Mark ha stampato sulla pelle il marchio di uno scarto, di un divario che si porta addosso, e da cui vorrebbe scappare.
Fa pensare a molti adolescenti e giovani che arrivano negli studi psicoanalitici, incapaci di verbalizzare il loro disagio; talvolta lo esprimono attraverso il corpo, segnato da tatuaggi che parlano della loro sofferenza o attraverso atteggiamenti ribelli o abbigliamenti che comunicano la fatica dei teenager nel loro processo di soggettivazione: sensazioni di disagio che si trasformano in atteggiamenti oppositori e sprezzanti come succede a Mark, che è sempre controcorrente, con le ciabatte sulla neve o con abbigliamenti vistosamente provocatori e fuori luogo, quasi a gridare la sua rabbia.
La colonna sonora triste, che accompagna le prime sequenze del film, dopo il litigio con Erica, rileva l’intensità del momento: Mark è abbandonato dalla sua ragazza e la cinepresa lo riprende mentre corre in solitudine verso la sua stanza dell’Università, da cui prenderà inizio il suo riscatto onnipotente verso l’ex fidanzata e verso tutte le ragazze come lei, alle quali vuole dare una lezione. Stordito dalla rabbia e dall’alcool, scrive su internet che Erica “è una troia” e posta tutte le foto delle ragazze, trovate nell’archivio dei siti universitari, quasi a dire “non ho bisogno di nessuno, il mondo e la vita privata degli altri sono nelle mie mani”. -“Ha inizio l’haccheraggio!”- grida con sadica soddisfazione, mettendo in rete un confronto tra le giovani, volto a stabilire una classifica svalutante e denigratoria.

Erica diventa, suo malgrado, la prima vittima del cyberbullismo, tristemente conosciuto ai tempi nostri, perché, come lei stessa commenta: “Su internet non si scrive a matita ma con l’inchiostro… le stronzate maligne le scrivi da una stanza buia perché ormai quelli come te sfogano così la rabbia”. Sottolinea così che certi commenti in rete marchiano a fuoco e per sempre, ma anche la debolezza di chi attua bullismo online, protetto dall’anonimato che la rete garantisce.

La creazione di FaceMash.com spinge i gemelli Winklevoss (membri del Final Club, invidiati da Mark, futuri campioni di canottaggio ed ereditieri di una fortuna invidiabile) a proporgli una co-partecipazione nella creazione di un network sociale esclusivo, dove le ragazze possono mettersi in contatto con i ragazzi di Harvard.
Il suo incontro con i gemelli, rende concrete le aspirazioni di Mark di essere notato da un gruppo sociale ambito ed esclusivo.
Il film descrive mirabilmente il vuoto relazionale di Mark, il bisogno di definire la sua fragile identità, in rapporto al grado sociale raggiunto. Sono tratteggiate le ansie di potere vissute dal giovane, che diventa rappresentante di un mondo dove la struttura sociale è tutto ciò che conta per designare le qualità di una persona.
I valori vincenti di questi giovani universitari sembrano essere quelli dell’appartenere a un mondo esclusivo, dove l’apparenza conta: oltre allo studio, è necessario distinguersi nello sport (il canottaggio), nella frequentazione di ragazze appariscenti; è necessario cercare lo sballo e il divertimento a ogni costo, per essere accettati.
Assistiamo a un mondo dai tempi velocissimi e dai contatti superficiali, dove spicca l’assenza di adulti significativi che facciano riflettere sui valori essenziali della vita e che accompagnino il progressivo percorso di soggettivazione.

Cosa ci può dire questo film a distanza di undici anni dall’invenzione di Facebook?
Le tecnologie hanno cambiato la nostra vita: il modo di comunicare, di informarci e di relazionarci (Federico Rampini, “Rete padrona”). La velocità del cambiamento è stata superiore alla nostra capacità di elaborare i significati profondi di tale rivoluzione, di fronte alla quale ci sentiamo impreparati.
La realtà che si presenta oggi è diversa dalle aspettative iniziali, legate ad un nuovo mondo, di libero accesso al sapere, egualitario e alla portata di tutti.
Non si tratta di scivolare verso atteggiamenti tecno-fobici: siamo tutti consapevoli dell’importanza di queste innovazioni e nessuno, credo, vorrebbe rinunciarvi.
Si tratta, piuttosto, di riconoscere il rischio di un tecno-totalitarismo, di un asservimento alla realtà virtuale della rete, dove i nuovi padroni sono Apple, Google, Facebook, Twitter, per citarne alcuni.
Un altro rischio attuale, a mio avviso, è una sorta di feticismo digitale che ci espropria di quella libertà e democrazia che la stessa tecnologia ci aveva promesso. Per chi, come me, appartiene a una generazione di “immigrati digitali”, nati nell’era pre-internet, non è facile imparare a maneggiare tutte le nuove tecnologie che sono inaugurate a ritmi velocissimi; le nuove generazioni, i “nativi digitali”, trovano più naturale la Rete e il linguaggio costruito attorno.
I giovani si trovano nella loro terra d’origine ma, purtroppo, i meno esperti ne sono inevitabilmente esclusi.
Per non scadere in una nostalgia superficiale, è necessario riconoscere le potenzialità della rete: i wi-fii che consentono di navigare su internet, la possibilità di consultare lo scibile umano in pochi secondi, usando motori di ricerca come Google e l’enciclopedia online Wikipedia, dialogare contemporaneamente su Facebook e Twitter, solo per citare alcuni dei vantaggi che questo strumento offre.
Tuttavia c’è il rischio tangibile che questa straordinaria facilitazione comunicativa consentita dalla rete possa creare legami più superficiali, rendendo le persone distratte, immerse in un frastuono di cose insignificanti che le confondono e le predispongano a una certa “liquidità”, contribuendo a creare un’identità narcisistica fragile che nasce da un continuo contatto con la realtà virtuale.
Le disponibilità tecnologiche attuali offrono espansioni di contatto che coinvolgono il corpo e la mente dell’individuo, immerso in mondi paralleli, facilmente accessibili.
Le persone sono continuamente esposte a un eccesso di stimoli virtuali che condizionano le relazioni e i loro rapporti con gli oggetti, da cui potrebbero diventare dipendenti.
Malde Vigneri (“I nuovi sensi” in Psiche 2007-2) descrive una categoria di oggetti definiti “oggetti d’uso compulsivo” che sembrano adatti a spegnere la bramosia pulsionale e producono una sorta di dipendenza. Se essi prendono il sopravvento, inghiottono la personalità dell’individuo, assoggettandolo.
La facilità di accesso alle informazioni e alle relazioni, attraverso il display del proprio smartphone, con pochi gesti, può condizionare le nostre abilità alla selezione delle cose davvero importanti. E potrebbe compromettere anche la nostra capacità di stabilire gerarchie di valori e di priorità. Viene a mancare la possibilità di sostare in silenzio, di riflettere, di leggere un libro senza subire la sollecitazione verso un fare frenetico. I giovani, soprattutto, possono subire profondamente il fascino delle tecnologie e rimanere intrappolati nella rete.
Diventa dunque importante riflettere su queste nuove frontiere del progresso tecnologico per accoglierne i benefici, tentando di evitare al contempo pericolose manipolazioni.
È davvero interessante che il regista termini il film con le immagini di Mark Zuckerberg, il più giovane milionario del mondo, intrappolato, come tanti, nella rete: continua ad aggiornare il profilo, controllando ossessivamente il diario di Erica, nella speranza che gli conceda l’amicizia. Il social network da lui creato ha assoggettato anche lui, che si trasforma da geniale creatore di Facebook a dipendente consumatore.
Gennaio 2015