The Visit

di M. Night Shyamalan, USA, 2015, 94 minuti.

Trailer

Commento di Angelo Moroni

Trama: una giovane mamma manda i due figli, Becca, 15 anni e Tyler, circa 11, a trovare i nonni in campagna, mentre lei si gode una vacanza di una settimana in crociera col fidanzato. Becca e Tyler non avevano mai conosciuto i nonni prima di allora, poiché anche la mamma non li vede da circa 15 anni, ma non vuole rivelare a Becca i motivi di questa lontananza. Saranno i nonni stessi, se vorranno, a raccontare ai ragazzi la storia del travagliato rapporto tra loro e la mamma. Arrivati dai nonni, man mano che i giorni passano, Becca e Tyler si rendono conto tuttavia che i due anziani hanno comportamenti molto strani, soprattutto la nonna. La mamma e i due ragazzi si accorgeranno ben presto che nella loro famiglia d’origine c’è qualche problema…

Spesso il Cinema Perturbante fornisce un’immagine inedita, nuova e creativa dell’adolescenza. Ne è esempio questa fresca  e ispirata opera di M.Night Shyamalan, nelle nostre sale in questi giorni, che gira un film anche piuttosto lontano dai suoi stilemi tipici, ma assai intenso, pieno di stimoli per ulteriori riflessioni ed esplorazioni dell’adolescenza nel cinema, nelle sue declinazioni perturbanti.

Diciamo subito che, soprattutto dopo l’insipida prova di E venne il giorno (2008), avevamo messo Shyamalan, autore peraltro del noto e ben riuscito Il Sesto Senso, 1999, nel dimenticatoio, non aspettandoci più di tanto da questo regista dai così felici esordi. Il fatto che poi Shyamalan avesse deciso di utilizzare qui l’abusata tecnica del mockumentary (che prevede la presentazione della storia come se fosse girata con camera a mano amatoriale dagli stessi protagonisti), non faceva prevedere un esito così felice.

Tutto parte infatti da una “intervista” in stile mockumentary, fatta da questa ragazzina, Becca, alla mamma, su “segreti” di famiglia molto semplici, molto usualmente vissuti da centinaia di giovani donne separate, che hanno conosciuto un giovanotto all’età di 19, come la mamma di Becca, e poi se ne sono andati con una commessa di Starbucks, abbandonando la fidanzata precedente al suo destino, e con due figli. Facilissimo immaginarsi il conflitto familiare esploso tra la 19enne e i genitori, così come il suo desiderio ribellistico di lasciarli nel loro brodo per 15 anni.

Ma arriva l’adolescenza della figlia, Becca, e si sa, l’adolescenza è avida di tuffi nelle origini, di riorganizzazioni affettive, di ristrutturazioni storico-identitarie. L’adolescenza è un indomito, difficile, tormentoso percorso attraversato dall’assillante domanda “chi sono io?”, e Becca, armata della sua videocamera, vuole a tutti i costi conoscerli questi nonni, che è come dire la “vera” storia della sua famiglie e di se stessa, e quindi intraprende questo viaggio su un treno della Amtrack che la porta tra le nevi della Pennsylvania col suo amato fratellino Tyler, amante dei rapper, e molto, molto simpatico. Il percorso storico-identitario dell’adolescenza però non è una passeggiata tra le margherite di un campo soleggiato. Al contrario è un incontro con angosce perturbanti, con inquietudini che diventano a volte mostruose, come le “creature cattive”, invisibili, che la nonna di Becca a un certo punto le racconta di avere dentro di sè. E’ per questo che ride sgangheratamente, sulla sedia dondolo, per tenerle a bada. E’ per questo che si aggira per la casa, nuda, di notte, facendo strani gesti.

L’idilliaco incontro tra nipoti e nonni si trasforma infatti, ben presto, in un incubo fatto di sequenze mostrate da Shyamalan con la sua consueta delicatezza indiana. A tratti colpisce lo spettatore con tocchi ansiogeni, non molto forti o dolorosi, ma sempre e comunque disturbanti. Quindi ad esempio la scoperta di cosa c’è sul tavolo del capanno, da parte di Tyler, non è particolarmente eccezionale, ma evoca comunque un fastidio non da poco, che si concretizzerà ulteriormente in una delle ultime sequenze, precisamente quella in cui il nonno e Tyler sono in cucina: questa sequenza è secondo me un vero colpo da maestro da parte di Shyamalan, perché coglie completamente impreparati nel suo far collassare i rapporti generazionali in modo così rude, senza filtri, allontanando tali rapporti dai consueti stereotipi cui siamo abituati da un certo Cinema, e facendoci davvero toccare con mano cosa intenda Freud quando descrive l’unheimliche come esperienza di una familiarità che diventa improvvisamente, traumaticamente non familiare..

Allo stesso modo il “gioco al nascondino” nel basement della vecchia casa, genera decisamente spavento, in particolare per come si conclude, con quell’inquadratura della nonna che ritorna a casa salendo le scale con la gonna strappata. Com’è possibile pensare che una nonna si mostri in questo modo a un nipote? Shyamalan agisce invece appositamente su questo tipo di spaesamento basato sul confronto generazionale, capovolgendone le asimmetrie, e giocando su leggeri tocchi di cinepresa, ben collocati, armonici, toccanti.

Sia i nonni (Deanna Dunagan e Peter McRobbie), sia i ragazzi (i giovanissimi e bravissimi Olivia DeJonge e Ed Oxenbould) sono poi una scelta di casting molto accurata e indicata. In particolare McRobbie si avvicina alla figura di un villain che farei entrare di corso nella galleria storica dei villain più inquietanti del cinema horror contemporaneo. A tratti è capace di richiamare addirittura la figura di un Freddie Kruger (Nightmare – Dal profondo della notte, di Wes Craven, 1984, altro film che descrive in modo mirabile le angosce evolutive tipicizzanti l’adolescenza), ma in modo molto, molto sottile, evocativo, modalità che è un altro notevole pregio di Shyamalan.

La fotografia di Maryse Alberti e il montaggio di Luke Ciarrocchi aggiungono stile e compostezza alla sintassi poetico-filmica del regista, sempre molto attento alla composizione dell’inquadratura, agli accostamenti cromatici, ai passaggi e alle dissolvenze da una sequenza all’altra. Ho trovato anche utile la dicitura che segnala il passare dei giorni, con quel rosso accesso e molto carico, in uno stampatello squadrato, come a voler dire “non c’è scampo”.

Ma, al di là degli aspetti puramente tecnici, quella di Shyamalan è una riflessione, a mio avviso molto acuta ed attuale, sulla non-linearità (affettiva, temporale, relazionale) del costruirsi del nucleo familiare, un tempo ritenuto dalla sociologia come principale “mattone costitutivo” della società. La “famiglia” che vediamo in “The Visit” è invece un oggetto misterioso, sfocato, frutto di rifrazioni e falsificazioni che si accavallano e la deformano in modo perturbante, cosa che accade di vedere a molti analisti o psicoterapeuti che si occupano di adolescenti profondamente deprivati, maltrattati e abusati.  Shyamalan manovra registicamente tali rifrazioni in modo efficace, utilizzando il mockumentary senza neppure farcene sentire l’invadenza, come spesso succede in opere di tale genere, e per giunta facendo vibrare le corde dell’inquietudine su registri davvero sinistri. Un plauso quindi a questo regista, che conosciamo da tempo, che avevamo messo per qualche tempo da parte, e che qui ha ritrovato la giusta ispirazione.

“The Visit”: molto consigliato.

Novembre 2015