The Wolfpack – Il Branco

The Wolfpack (Il Branco), regia di Crystal Moselle, USA, 2015, 89 min.

Commento di Pietro Roberto Goisis e Carlo Pasino

La storia di una famiglia

I sei fratelli Angulo (oltre ad una sorella più piccola che appare di sfondo) hanno trascorso tutta la propria vita rinchiusi in un appartamento del Lower East Side di Manhattan, lontani dalla società civile. Soprannominati “Wolfpack”(il branco), sono straordinariamente brillanti, si sono formati studiando a casa, senza nessun conoscente al di fuori della famiglia e non sono praticamente mai usciti dal loro appartamento. Tutto ciò che conoscono del mondo esterno proviene dai film che guardano in maniera ossessiva e che rimettono in scena meticolosamente, utilizzando attrezzature sceniche e costumi fatti in casa. Per anni questo passatempo è stato per loro uno sfogo creativo e un modo per prevenire la solitudine: ma dopo la fuga di uno dei fratelli (indossando la maschera di Michael Myers per proteggersi), le dinamiche familiari sono cambiate…

Un giorno la regista del film, Crystal Moselle, li ha incontrati per strada, si è incuriosita per questi strani personaggi, li ha seguiti, ha trovato un accesso al loro mondo e ha iniziato a filmarli.

Così lo racconta.

“Circa cinque anni fa, stavo attraversando First Avenue verso l’East Village e questi ragazzi con i capelli lunghi mi hanno superata correndo, zigzagando tra la folla. Ne ho contato uno, due, tre… e poi altri tre. Mi sono lasciata guidare dal mio istinto e li ho inseguiti raggiungendoli a un semaforo rosso. Ho chiesto loro da dove venissero e mi hanno risposto “da Delancy Street”. Mi hanno spiegato che non avrebbero dovuto parlare con gli sconosciuti, ma erano curiosi di sapere cosa facessi per vivere. Quando ho spiegato loro di essere una regista, si sono entusiasmati: abbiamo fissato un incontro e ho mostrato loro alcune videocamere. Ho iniziato a filmarli qua e là mentre li incoraggiavo nell’impresa del loro film. Dopo quattro mesi, ero riuscita a entrare in casa loro. E lì ho capito che c’era una storia più profonda…e abbiamo girato per quasi cinque anni. Li ho incontrati nei primissimi giorni in cui avevano iniziato a uscire di casa e a interagire con il mondo, per caso: è stato come scoprire una tribù a lungo dispersa, solo che non eravamo ai confini del mondo, ma sulle strade di Manhattan. Ero impressionata dalla loro apertura mentale, dal senso dell’umorismo, e ho instaurato con loro un rapporto di fiducia che non sarà mai possibile replicare. Ero al loro fianco mentre facevano esperienza del mondo esterno per la prima volta, rivivendo alcune delle mie “prime volte” e ricordandone eccitazioni e delusioni. È un incredibile viaggio per ognuno di noi, ed è strano pensare che questa storia non potrà mai essere raccontata allo stesso modo di nuovo, con lo stesso senso di innocenza e di scoperta.”

Da qui è nato questo docu-film che non può lasciare indifferenti degli psichiatri e degli psicoanalisti. Proviamo a raccontarvi la “nostra visione”.

La famiglia come gruppo

Una famiglia, due genitori e sette figli, isolati da un padre-padrone in un appartamento di New York. La storia non sembra possa nemmeno lontanamente assomigliare alle nostre esistenze sicure, immersi nelle nostre confortevoli case fatte di contatti quotidiani grazie a internet, televisione, chat, mail, ecc… Noi ci sentiamo immersi nel mondo, lontani da come vivevano gli Angulo, ma vorremmo dimostrare in queste poche righe come possiamo aver qualcosa in comune con loro. Noi tutti viviamo di “miti famigliari”, delle certezze o “garanti psichici” che ci fanno sentire falsamente liberi nelle nostre certezze, ma potrebbero invece rappresentare i nostri “Box”, le nostre scatole confortevoli della quotidianità, grazie alle abitudini che il tempo non sembra possa scalfire. La famiglia degli Angulo deve soggiacere allo strapotere del tempo, che fa crescere le persone e le fa invecchiare, fa crollare fedi, religioni, ideologie e credenze. Chi si oppone al tempo e ai cambiamenti prima o poi verrà spazzato via. Il gruppo dei figli cavalca questi cambiamenti come solo i giovani sanno fare, con coraggio e paura, entusiasmi e illusioni, ma ci provano. Senza i giovani che comunità avremmo? Le persone mature necessariamente dovranno farsi da parte perché le nuove generazioni possano guidarci nell’eterno trasformarsi della vita sociale. Una comunità di anziani rischia di vivere di miti, di leggende, di storie fatti di ricordi e i ricordi, si sa, sono gli unici non scalfitti dal tempo. Se vogliamo sopravvivere in qualsiasi comunità o organizzazione, meglio che ascoltiamo ciò che la creatività giovanile ci può portare di vitale, riconoscendo in noi “sapienti” un po’ di invidia in chi ha una vita davanti piena di passioni e sentimenti. E’ il conflitto generazionale che attanaglia ogni istituzione, ma è sempre il conflitto generazionale che permette alla stessa di sopravvivere, di trasformarsi senza cadere nell’omeostasi delle regole, dei dogmi, della tradizione, del verbo del “fondatore”.

Veri ostacoli ai cambiamenti nelle organizzazioni sono la forte base comune identitaria dei partecipanti, ovvero la loro visione unitaria, ma anche la loro impossibilità a mescolarsi con gruppi esterni, in una forma di endogamia. La diversità mette in pericolo proprio quelle comunità basata sul dogma, ovvero sul bisogno dei partecipanti di condividere un pensiero comune.

Identità e cambiamento

I due genitori sono stati “alternativi” per la loro epoca, quando erano giovani. La loro era probabilmente una ricerca di libertà dai condizionamenti dell’epoca, una sorta di ribellione. Sono invece, col tempo, diventati ideologici nei loro “Box”, chiusi nella scatola delle loro certezze, impedendo agli stessi figli di farsi opinioni divergenti su come poteva essere il mondo in continua trasformazione. Questo pericolo, di diventare un educatore dogmatico, può toccare tutti quelli che si occupano di insegnamento, ovvero di fornire alle nuove generazioni, invece che una sana curiosità, una rassicurante certezza che le leggi del padre, o del nonno, potranno valere per sempre. Per ogni educatore/insegnante il rischio di essere visto come uno che non sbaglia mai è molto alto, mentre potrebbe essere necessario incoraggiare gli allievi e i figli a superarci.

Il ruolo ha il potere, in chi lo interpreta, di un forte fascino narcisistico: non cadere nel tranello dell’essere ammirati, come il padre dei ragazzi, non è sempre così semplice. Togliersi la maschera, il personaggio investito narcisisticamente, non è facile per nessuno, è necessario un faticoso lavoro di lutto come se ci venisse a mancare una persona cara. Il padre degli Angulo ricorre all’alcol, un antidepressivo vecchio come il mondo, incapace appunto di accettare questa perdita di sé.

Gioventù e progresso

Nel film i giovani prendono gradatamente il sopravvento, in poco tempo rispetto a quello che avviene nelle famiglie più ordinarie. E’ d’aiuto la numerosa videoteca di casa, con innumerevoli titoli di film classici e non. Desideriamo ricordare anche un altro esempio di famiglia “un tantino inconsueta”, quella dei Leopardi di Recanati, dove Giacomo avendo a disposizione la sterminata biblioteca paterna, non poté ribellarsi al potere paterno, in quanto, forse, non aveva a disposizione un gruppo di fratelli così forte come quello degli Angulo e, nello stesso tempo, la famiglia Leopardi era tra le più stimate della città. L’aiuto ai giovani Angulo, nel ribellarsi alla legge del padre, è arrivato dallo stesso padre che ammirava i personaggi dei numerosi film che riempivano il tempo e lo spazio di casa. Grazie all’interpretazione dei personaggi nei loro film più amati, i fratelli hanno fatto da contraltare al potere del ruolo paterno diventando eroi a loro volta (es. Batman) come ci confessa uno dei fratelli, il più sensibile e dotato: “interpretare un personaggio vuol dire entrare in esso in modo forte.” E farlo diventare proprio, come l’abbigliamento con cui escono di casa, a metà tra i Blues Brothers e Pulp Fiction.

USA e welfare

Come ha fatto a vivere la famiglia Angulo? Dove ha trovato le risorse economiche?

Che ruolo hanno avuto i “Servizi Sociali” americani?

Ovviamente non abbiamo a disposizione elementi sufficienti per dare delle risposte esaurienti.

Dal racconto dei protagonisti apprendiamo però che la mancata frequentazione scolastica è stata compensata dagli insegnamenti della madre, abilitata in tal senso e remunerata dallo Stato. Sembra sia stata, a posteriori, una scelta lungimirante di rispetto delle scelte individuali e di sostegno alle stesse. Rischiosa certamente, visto anche il labile confine tra questo rispetto e le anomalie presenti nell’ecosistema familiare.

Psicopatologia

Un occhio “esperto” non può fare a meno di tentare di inquadrare il problema dominante la scena. In questa storia è sicuramente la PAURA. Con quella i fratelli sono stati allevati, per questo sono stati segregati in casa. Per loro era impossibile anche solo guardare la gente, figuriamoci essere guardati, condizione invece indispensabile per la costruzione del nostro sé integro, per sentirsi riconosciuti. Nel padre l’area della paura sconfina negli stati paranoici (“sono Dio, sono meglio di chiunque, il mondo è pericoloso”). Egli è stato davvero il proprietario terriero della mente dei suoi figli, cresciuti come bambini spaventati, tra litigi e botte dei genitori (aveva colonizzato anche la mente della moglie in precedenza) e timori verso il loro stesso ribellarsi.

Paura che si ripresenta anche quando iniziano le prime timide uscite in gruppo, tra ansie, preoccupazioni e sentimenti di minaccia.

È evidente nella famiglia la presenza di un clima di controllo incestuoso sull’altro (quanti inadeguati baci sulla bocca tra genitori e figli…), attraverso la creazione di un doppio e reciproco legame di dipendenza incrociato. “Liberarsi”, essere autonomi, se stessi per davvero, sembrerebbe a prima vista un’impresa impossibile.

In realtà, l’intera vicenda fa pensare all’esito tragico di una possibile deriva psicotica dell’intero sistema familiare e fraterno.

Che cosa li ha, in qualche modo, salvati?

Adolescenza e trasformazione

Solo gli adolescenti possono avere la forza di spezzare le catene dell’oppressione, di forzare le porte, di aprirle anche senza possederne le chiavi. Il film ci mostra la potenza di una rivoluzione che riesce a essere vincente e trasformativa. Pensiamo che l’età di Mukunda sia stata la forza e la ragione di una fuga che ha permesso l’inizio del processo cui assistiamo nel film. Egli è il quartogenito della famiglia, il maggiore ha 18 anni, quando nel gennaio del 2010, a 15 anni di età, approfittando dell’assenza del padre uscito a far provviste di cibo, esce per strada mascherato (per non farsi riconoscere da nessuno, neppure dai suoi familiari). Finirà arrestato, ospedalizzato e in trattamento psicoterapeutico, ma, come un vero maschio “alpha”, darà il via al percorso di emancipazione dell’intero branco. È un cammino lungo quasi cinque anni, tra timori ed esitazioni, progressivo allontanamento dal padre e preoccupazioni amorevoli per la madre. Ma possibile.

Cinema e cura

Senza alcun dubbio possiamo parlare in questa storia del potere terapeutico del cinema.

Francoise Truffaut amava raccontare di come i film gli avessero salvato la vita.

I fratelli Angulo devono la loro salvezza e la loro cura ai quasi 5000 film raccolti dal padre, portati in casa e nella loro vita, da loro visti e rivisti. Alla rivisitazione di quelli più amati, interpretati dentro casa con la replica fedele dei dialoghi e con i costumi costruiti in maniera creativa con materiali di recupero casalinghi. Alle professioni in ambito cinematografico (le più varie) che tutti stanno cercando di iniziare. Alla stessa collaborazione al film come operatori di alcuni di loro. Al progetto di film che girano nelle ultime scene.

Proprio loro, cresciuti nel timore dello “sguardo”, hanno fatto della visione la loro cifra espressiva. A dimostrazione del fatto che solo l’essersi impossessati dello strumento paterno (il cinema), averlo fatto diventare proprio, ne ha permesso un uso veramente terapeutico.

Con i film il mondo esterno, con il quale non potevano avere contatto, è entrato nella casa e nella mente. Così come loro, perfetti testimonial del metodo Stanislavskij dell’immedesimazione, sono entrati nella mente dei personaggi interpretati.

La realtà esterna che andavano progressivamente incontrando nelle strade era sempre paragonata e confrontata con i film che avevano visto, in uno straniante fenomeno che rappresenta l’opposto del nostro abituale rapporto con il cinema.

Quanta emozione in quel “primo biglietto” del cinema! Quanta felicità!

Come quella mostrata e provata nelle scene bucoliche della prima gita insieme lontano dalla città. Come bambini che giocano, corrono, scherzano, mangiano frutta e scoprono la natura.

Il gesto finale, quella mano che il braccio lancia come una lama, come la bacchetta di un direttore d’orchestra, sembra un vero e proprio “director’s cut”.

“Noi ci siamo trasformati in quelli che ce la fanno!”

per ulteriori informazioni http://wantedcinema.eu

ottobre 2015