This must be the place-Falci

Paolo Sorrentino, I-F-IRL, 2011, 118 min

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Commento di Amedeo Falci

Home is where I want to be
(This must be the place, Talking heads).

 

Costruiti intorno a storie particolari di personaggi particolari. I film di Sorrentino. Intorno ai personaggi e alla musica. Già ne “L’ uomo in più” (2001), la narrazione seguiva due personaggi segnati dallo stesso nome, un calciatore ed un cantante. E poi le colonne sonore dei suoi film. Sempre di notevole livello. “L’ amico di famiglia” (2006) accompagnato dalle musiche di Teho Teardo e dal famoso My Lady’s Story di Antony & The Johnsons. Ed ancora “Il divo” (2008) tra i migliori film italiani (soltanto?) dell’ ultimo decennio. Un capolavoro unico geniale ed irripetibile. Un genere a parte. Che riesce, a parte la forte presenza ancora di Teardo, a rendere preziosa “I migliori anni della nostra vita”, di Renato Zero, grazie alla sua collocazione perfetta in un momento perfetto del film. Chi ha letto il libro di Sorrentino “Hanno tutti ragione” (Feltrinelli, 2010) ha notato come ogni capitolo abbia come esergo qualche verso di una canzone di musica leggera italiana. La musica, ma anche le parole della musica come cifra stilistica che sdogana e recupera ogni residuo di kitsch. Quasi nessuno, ancora, avrà notato, nel numero del supplemento D de La Repubblica del 15 ottobre scorso, un’ intervista al cantante-attore Tom Waits da parte di Paolo Sorrentino.
Così TMBTP è un film (anche) sulla musica. Un insieme di artisti vari del rock degli anni ’80, Julia Kent, Iggy Pop, Gavin Friday Band e Jonsi & Alex. Ed esattamente collocato al centro, in uno straordinario piano sequenza, il brano che da titolo al film cantato da David Byrne.
La storia ruota intorno ad una bizzarra ex-rock star, in bilico tra la copia di Robert Smith dei The Cure, la vuotezza degli ex-strafatti, un clone di Edward mani di forbice, una versione più sagace di Forrest Gump, un prolungamento dell’ oligofrenico “Mi chiamo Sam”. Sean Penn si è rivelato, negli anni, uno straordinario attore, ed anche regista. E qui è bravissimo. Tuttavia è nella costruzione del personaggio centrale che si rivela uno dei difetti del film. Qualcosa di eccessivo nella scelta della parlata, un rallentamento ideativo in bilico con una saggezza da idiot savant, un eccesso caricaturale. Ed ancora uno scompenso tra l’ inedia in Irlanda (tra una casa-maniero bellissima, supermarket iperspaziali, e gioco alla pelota in piscine vuote), ed il frenetico movimento di ‘ricerca’ nelle strade USA. (Sebbene ad certo punto il protagonista depisti con sarcasmo lo spettatore: “Non sto cercando me stesso. Sono in New Mexico, non in India”.)
Certo è trasparente la permanenza (fissazione) infantile di Cheyenne. Con quella palese dipendenza dalla moglie (madre) pompiere, e con il suo carrozzino delle bambole (poi trolley) sempre trascinato appresso. Desincronizzato rispetto al mondo circostante. Bambino sempre stato (strafatto di ero, ma mai fumato in vita sua (absurd!!, non credibile; errore di sceneggiatura!!))? O regredito bambino -direbbero gli psicoanalisti -? Certo la prima parte irlandese era già un film tutto a sé. Invece giunge l’innesto – eccedente, ambizioso, iperdrammatizzante, catastrofico, quasi irrappresentabile – della Shoah. E comincia quasi un altro film, un road movie. Un espediente narrativo per far giungere Cheyenne ad una sorta di maturità. Per fargli pagare il suo debito morale al padre. Ritorno a casa.
Un film difficile da commentare. Più che di idee, generoso direi soprattutto di immagini. Certo, corredato dalla eccezionale fotografia di Luca Bigazzi (forse il nostro migliore cinefotografo), il film di Sorrentino è tutto da godere solo per i suoi grandangoli, per le scene simmetriche e fisse. Per alcune inquadrature che da sole valgono il film. E alcuni virtuosismi di ripresa su cui i competenti parlerebbero per ore. Ricorderei per tutte la famosa ripresa de “Le conseguenze dell’ amore” (2004), in cui la m.d.p. ruota di 180° sopra il personaggio di Titta Di Girolamo sdraiato. Un film generoso ed imperfetto. Con alcune lacune di sceneggiatura. Ma con sequenze straordinarie. Intensissima le scene della madre irlandese in attesa figlio scomparso chissà dove? (È Cheyenne che si è perso!! E ritorna alla fine senza costumi di scena, rossetti, cipria, con taglio corto e mente presente. Figliol prodigo redento. Ritorno a casa. Home is where I want to be.). Perfette le sequenze con la vedova di guerra, Rachel, e suo figlio grasso che accenna a cantare il motivo centrale del film. Un’ attrice stupenda, Kerry Condon, che lascia un segno.
Non il migliore film di Sorrentino. (Ma si può ripetere “Il divo”?). Ma un film da vedere anche per non perdere di vista il percorso estetico del migliore regista italiano sulla piazza.

31 ottobre 2011