torneranno i prati

di Ermanno Olmi, I, 2014, 80 min.

commento di Ambra Cusin

Non hanno un nome: sono il capitano, il maggiore, il tenentino, il sergente, il delirante…
Attorno a loro solo tanta neve e i monti bellissimi dell’Altipiano di Asiago… quegli uomini parlano prevalentemente in veneto, dialetto a me vicino, lo capisco senza dover leggere i sottotitoli. Ma uno canta anche in napoletano… Fenesta ca lucive e mo nun luce … me la cantava mia nonna, originaria di Maribor in Slovenia e a me faceva tanta tristezza. Sentendo cantare il soldato ritrovo la stessa tristezza. Mentre il soldato canta, in cima al tetto, temo che gli austriaci, i “nemici”, appostati poco più in là, gli sparino, … No, non lo fanno… anzi lo incitano a cantare avanti, ancora… anche loro ugualmente disperati. Sotto la stessa neve e sotto la stessa luna. Nemici che come nel romanzo di Buzzati, Il deserto dei Tartari, non si vedono mai, perché forse i nemici ce li inventiamo noi?
Ricordo una gita sul Pasubio, sui sentieri costruiti dai soldati morti quasi tutti su questi “prati”, prati che sono tornati a rifiorire nutriti da quel sangue. Pieni, ricchi di stelle alpine… ricordo di aver pensato che ogni stella alpina era un soldato, una sua goccia di sangue che rinasceva ad ogni stagione come memoria di una sofferenza indicibile.
Sono cresciuta leggendo i sussidiari in cui gli austriaci erano i “cattivi” e noi “italiani” eravamo i “buoni”… Un’educazione schizo-paranoide!
In questo film solo una cosa è cattiva… la guerra.
Il film non lascia tregua nelle intense riprese dei volti scavati e deturpati dalla fatica, dal dolore, dalla paura di questi uomini che sanno di non avere un futuro. Sono giovani, ragazzi, ma sembrano vecchi.
Uno gioca con un topino, vero, vivo, a cui offre piccole palline di pane… Silvia Amati Sas ci dice che bisogna tenere dentro un oggetto a salvare per riuscire a salvare la nostra mente dalla follia quando ci si trova in una situazione devastante…
Quasi segregati in un rifugio sotto la neve (quanto freddo deve fare lì dentro), un piccolo gruppo di uomini tiene l’avamposto (scusate ma non conosco i termini militari… il mio linguaggio è povero e certamente scorretto). Se escono e vanno dalla parte sbagliata sono morti. Il cecchino non perdona. Come vivrà il cecchino, se sopravvivrà, dopo la guerra. Ogni colpo un morto! Quanti oggi? Come terrà dentro di sé l’orrore di quello che ha fatto… se solo potrà pensarci. Oppure dovrà scegliere di vivere senza una parte di sé, una parte che dovrà relegare chiusa in un “rifugio della mente”, lo chiama così se non sbaglio Steiner, sopravvivendo alla morte che le sue mani hanno decretato. Le mani che hanno schiacciato il grilletto… come dice Pumla Gobodo Madikizela nella splendida intervista a Eugene de Kohk, Prime Evil, il più tremendo killer e torturatore al tempo dell’Apartheid in Sudafrica.
Ecco a questo penso mentre guardo il film. Provo pena infinita per tutti, per quelli di qua e di là della linea di confine. Sono tutti e solo uomini. Maschi. Le donne, le femmine, in questo mondo sono solo fotografie sgualcite e appese al soffitto di travi di legno. Volti dolci, consumati che guardano con speranza. Volti a cui guardare per riuscire a continuare a vivere. Ma sono uomini con dignità, che prima di morire vanno a pisciare… come fanno le bestie prima di andare al macello: “ quando sentono l’odore del sangue le bestie pisciano e si cagano addosso prima di andare al macello signor Capitano!”
Ermanno Olmi è un grande regista, il film è a colori ma sembra in bianco e nero perché la guerra è o bianco o nero, o buoni o cattivi, o giusto o sbagliato. Non c’è tempo e spazio per le sfumature. Solo un attimo un larice diventa d’oro, come in autunno, e brilla nella notte… brilla prima di bruciare perché colpito da una granata.
Olmi mette parole forti ai suoi personaggi senza nome, perché rappresentano tutti i soldati in guerra, in quella e in qualsiasi altro conflitto in ogni parte del mondo, anche adesso mentre scrivo. Parole che ci vengono dette guardandoci negli occhi mentre stiamo comodi nella poltrona di un cinema caldo e accogliente… Li guardiamo… e siamo costretti a pensare, non possiamo evitare di sentirci interpellati.
“Un uomo che non perdona che uomo è?”

novembre 2014