Un film parlato

Un amabile comandante sera dopo sera ospita alla propria tavola tre famose attrici di diversa nazionalità, francese, italiana, greca, intrattenendole in conversazioni su argomenti i più vari in cui ognuno parla la propria stessa lingua. Una sinfonia polifonica, in una riconversione del mito di Babele, in cui le tre Muse, come corifee, impersonano l’allettante promessa che la prima parte del film illude, suggerendo che vi è una preziosa conoscenza che origina dalle differenze e che la permanenza e il rispetto delle diversità consente l’emergere di punti comuni, di radici condivisibili.

De Oliveira fa confluire in uno spazio fondante le parole del film, nei dialoghi e nella caratterizzazione delle frasi o delle voci che si susseguono pregne di direzioni e di senso, ridestando alla vita memorie storiche, articolando tra loro in una ridistribuzione dei tempi apprendimento, trasmissione e genitura che costituiscono, nel loro svolgersi, un particolare “lessico familiare”.

Scrive De Mauro “E’ forse suggestivo credere che parole dette o ascoltate si consumino come sassi che rotolano per secoli o millenni. Invece proviamo a pensare che le parole che più abbiamo bisogno di dire e di capire rifluiscono nello spazio delle nostre memore, che le parole rafforzino le memorie cui sono connesse”. Ed uno dei maestri della psicoanalisi, Andrée Green, afferma, “i fenomeni di parentela sono dello stesso tipo dei fenomeni linguistici”.

Madre e figlia apparentemente coinvolte in una lezione di Storia, in realtà incarnano una peculiare forma di investitura e deposizione dove matrici storiche e culturali divengono un tutt’uno con l’amarevolezza, la sollecitudine e una squisita gentilezza materna.

Allora il film diventa uno dei più delicati suggerimenti sul rapporto genitoriale madre-figlia, e sulla identificazione personale. Un lessico che ci appartiene, in cui si intrecciano storie senza le quali noi non saremmo una storia, e la madre che abbiamo avuto, che avremmo voluto e che dovremmo essere, lega la nostra storia naturale ad insegnamenti che ricostruiscono per noi tutte le storie precedenti, consentendoci di sapervi riflettere, lasciando che ne nascano interessi, consapevolezze, interrogativi. E’ così che l’infanzia si fa adulta, così si perpetuano le civiltà. De Oliveira ci ricorda che la storia delle nostre culture incarna caratteri universali in cui è possibile riconoscere la nostra natura umana, in cui la nostra vita quotidiana i nostri amori e le nostre attese assumono senso e spessore.

Al convivio di una nave che falca un mare tranquillo, in uno svolgersi di ordini e vernacoli, idiomi e culture, i protagonisti, scambiandosi storie personali e commenti generali, pongono in essere il senso della vita in un mescolarsi sapiente dell’incanto dei suoni nel rispetto di reciproche appartenenze, nella corale malia dell’armonia delle lingue. Quando la bimba e la madre si uniscono agli ospiti ogni cosa raggiunge un proprio semplice significato, e la canzone di Eléna, il canto di una terra antica, ne suggella l’attimo. Sembra che la nave traghetti il passato, e tutti i suoi passeggeri, verso una meta colma di bellezze e promesse. E’ quasi in sordina che sapremo che la promessa sarà infranta. Ed è la fine. (Dei terroristi nell’ultimo porto hanno innescato una bomba che trascinerà nei gorghi la nave la madre e la bambina dilaniandole di fronte allo sguardo sgomento dei superstiti stretti su una zattera). L’epilogo ci sorprende congedandoci con subitaneo orrore dai nostri sogni. Ricordandoci con brutale fermezza che non possiamo distogliere lo sguardo o ignorare. Né sentirci assuefatti. Che terrore e violenza, distruzione e guerre ci riguardano, non solo per lo strazio ed il sangue, non solo per il rischio bellico più che mai reale, ma per questo attonito sopraffarsi del silenzio. Per ciò che uccide in noi, naufraghi e negletti, orfani di noi stessi, orbati di ogni nostra voce, lasciandoci nel cuore un’ultima sola straziante domanda: “Vi sarà mai salvezza?