Un sapore di ruggine e ossa

di Jaques Audiard, Francia Belgio, 120′

 

 

 

commento Gabriella Vandi

“Un sapore di ruggine e ossa” è la storia di due personalità ferite nel corpo e nello spirito: Alì, ex pugile, con un passato di sconfitte alle spalle, è costretto a vivere di espedienti, quando si ritrova improvvisamente ad occuparsi del figlio Sam, di cui non sa quasi nulla, e Stephanie ammaestratrice di orche, donna forte, in grado di tenere la scena con maestria nel parco acquatico in cui lavora, ma incapace di farsi rispettare dal suo compagno, nella vita privata.

Le loro strade si incrociano quando Alì (Matthias Schoenaerts)  si trasferisce dal Nord al Sud della Francia, ad Antibes, dove vivono la sorella e il cognato a cui chiede aiuto. Lui salva Stephanie (Marion Cotillard) da un pestaggio durante una rissa in un night, dove il giovane fa il buttafuori.

Sarà poi la protagonista a ricercarlo, mesi dopo, in seguito ad un tragico incidente nel quale ha perso le gambe, entrando in depressione.

Il regista francese Jaques Audiard intreccia, con grande abilità, le storie dei due protagonisti, così differenti e tuttavia così simili nella capacità di reagire alle difficoltà della vita che assomiglia, a tratti, ad un ring.

Entrambi infatti cercano di affrancarsi dai colpi che il destino riserva loro, costringendoli ad interrompere i loro percorsi e a cercare altre strade e nuove soluzioni; hanno ambedue le ossa ammaccate ed uno strato di ruggine che ha coperto le loro ferite. Si potrebbe metaforicamente affermare che sono tutti e due, in modi diversi, “senza gambe”. Stephanie non ha più gli arti inferiori e deve subire una pesante dipendenza che la costringe ad affidarsi agli altri, invece Alì, pur potendo contare sulla salute fisica, non è in grado di sostenersi da solo nella vita e deve chiedere aiuto alla sorella per sé e per il figlio.  

E’ un film dove il corpo degli interpreti è protagonista, pestato  a sangue come quello di Alì o reciso nei suoi tratti vitali, insieme alla sua anima, nel caso di Stephanie. In quest’ultima, infatti, il dolore fisico si mescola inesorabilmente al dolore mentale, il trauma prodotto nel corpo si trasforma in un trauma psichico che genera inizialmente una reazione depressiva dalla quale emerge solo quando potrà ricominciare a sognare e recuperare la dignità della sua vita.

Nell’esperienza di Stephanie c’è un vissuto catastrofico di perdita che le fa sperimentare un sentimento spaesante di frammentazione: con la privazione delle gambe ha smarrito una parte importante di sé e della sua identità che le permettevano di riconoscersi e di muoversi nel suo mondo con sicurezza e disinvoltura.

Il trauma, come ogni esperienza dolorosa di cambiamento e di perdita, espone l’individuo all’ineluttabilità della morte e dell’impotenza umana. Nel lungo periodo di convalescenza, Stephanie si sente inerme e senza protezioni, pervasa da un senso di impotenza che le fa perdere il gusto di esistere. Gli aspetti vitali, sopravvissuti alla catastrofe, potranno riemergere nella relazione con Alì, che le offre un’esperienza semplice e condivisa, capace di riportarla alla vita.

La psicoanalisi ha messo in risalto l’importanza, per il paziente traumatizzato, di trovare un ambiente accogliente e trasformativo nel quale ripercorrere e superare l’impatto violento con la realtà traumatica che lo ha travolto, arrestandone il percorso. In questi casi, un interlocutore paziente, un “contenitore” adeguato e affidabile, permette di tradurre in parole e rappresentare l’esperienza subita, per rimettere in gioco le pulsioni vitali. L’individuo ferito, nel corpo o nello spirito, ha bisogno di dare un nome alla massa informe di emozioni che lo angosciano e lo espropriano della sua vitalità.

Per chiamare all’appello tutto il coraggio necessario a tollerare il drammatico senso di impotenza, Stephanie ha bisogno di sentire che Alì può contenere, a sua volta, le emozioni intense che nascono dall’intimo incontro con lei. Ha bisogno di sperimentare di essere ancora desiderabile come persona.

Solo quando Stephanie comincia a riconoscere il proprio dolore, impara ad affrontarlo, accettando la parte mutilata di sè e la ferita narcisitica.  Inizia una sana elaborazione del lutto che la porterà a fare i conti con la nuova realtà.

Freud in “Lutto e Melanconia” (1915) ha descritto il lento e progressivo processo del lutto come un lavoro psichico molto impegnativo che permette di padroneggiare la perdita della persona amata o di un oggetto simbolicamente importante; inizialmente la persona reagisce al lutto con uno stato d’animo di profondo dolore e con la perdita di interesse per il mondo esterno. L’oggetto amato non c’è più e tutta la libido si concentra su esso; questa reazione può essere così violenta da sfociare in un estraniamento dalla realtà: è quello che succede inizialmente a Stephanie che si isola dalle relazioni e appare depressa e priva di interessi. Nel processo normale del lutto, col tempo, il legame intenso con l’oggetto perduto gradualmente si allenta, la libido ritorna  disponibile per nuovi investimenti e la persona ritorna a vivere.  Stephanie accetta la sua mutilazione e ne tollera le conseguenze: vende le scarpe che non le serviranno più, ritorna a nuotare, mostrando all’esterno la sua parte ferita.

Nel caso di Stephanie, il dolore che accompagna il processo del lutto è segno di un funzionamento mentale sano, capace di riconoscere la perdita narcisistica e di farvi fronte.

Alì, invece, non sembra in contatto con il proprio dolore mentale che viene negato. La sua sofferenza si esprime unicamente attraverso il corpo; un corpo a cui viene negata la possibilità di essere debole e che viene allenato per diventare più forte durante gli incontri di boxe.

Non riesce a tollerare la percezione della propria  debolezza ed ha bisogno di presentare una facciata di presunta invulnerabilità. (“E chi mi ammazza?”, risponde alla sorella quando questa gli chiede come sta).  La noncuranza verso sé è la stessa che riserva al figlio e a Stephanie, persone verso cui non è in grado di legarsi completamente.

Alì sembra portatore di un lutto negato ed espulso, quello del suo malessere esistenziale, di un’identità paterna e professionale fallimentare e deludente che, non potendo essere riconosciuta, non può neanche essere trasformata.

L’incontro con Stephanie gli permette di prendere contatto con questa inadeguatezza, inizialmente negata e proiettata in lei. E’ la ragazza, infatti, che diventa portatrice di una impotenza visibile che passa dalla mutilazione delle gambe; solo nel seguito del film lo spettatore incontra a poco a poco le fragilità di Alì, incapace di amare, mutilato nei suoi sentimenti.

Inizia anche per lui un lento avvicinamento verso il proprio dolore che sarà pienamente riconoscibile solo quando rischierà di perdere il figlio Sam. Questo drammatico evento sarà in grado di metterlo in contatto con un sentimento di disperazione e di dare voce ad una sofferenza autentica, diventando un atto vitale e trasformativo di estrema importanza.

Quelle mani, che Alì aveva allenato quotidianamente come arma di offesa, si trasformano in uno straordinario strumento di salvezza (riusciranno a rompere lo spesso strato di ghiaccio e a liberare Sam). Sono mani doloranti di un uomo ferito dai tanti incontri traumatici della vita; Alì commenta che le ossa di una mano non si calcificano mai del tutto, in caso di rottura:        “ Se ti rompi un osso della mano puoi stare sicuro che non si aggiusterà mai del tutto. Prima di ogni incontro ci penserai, a ogni colpo che tiri ci penserai, ma all’improvviso il dolore tornerà come punti di aghi. Le ossa di una mano non si aggiustano mai del tutto”.

Il suo riscatto come persona avviene proprio attraverso queste mani, segno tangibile di una  debolezza che, una volta riconosciuta, diventa la sua forza.

Piange nello scoprire la propria impotenza di fronte alla paura di perdere il figlio e  le relazioni importanti. Solo ora Alì può chiedere aiuto alla sua compagna e pregarla di non lasciarlo. E’ finalmente in contatto col proprio dolore e può dire “ti amo” a Stephanie. La ruggine si sta sciogliendo e la coppia si mostra capace di attraversare insieme emozioni dolorose profonde, nel tentativo di simbolizzare “l’indicibile”, il terrore della scomparsa di un figlio.

L’acqua è un elemento simbolico molto presente in tutto il film. Il regista la utilizza con sapienza in alcuni passaggi importanti, come un elemento che accompagna le tappe fondamentali dei due ragazzi. In questo caso l’acqua sembra  rappresentare il contatto vitale  dei protagonisti con le loro profondità e con il loro inconscio. Sono scenari quasi onirici, come nella sequenza iniziale o nella scena dell’incidente di Stephanie, dove le persone sono immerse nell’acqua, talvolta in posizione fetale, in una specie di liquido amniotico. È un’acqua che rimanda al primo contatto vitale del bimbo nell’utero materno, un’acqua portatrice di vita, ma anche di morte, come nella drammatica scena finale, dove la distrazione di Alì mette a rischio la vita del figlio che cade nelle gelide acque del lago. Questi scenari acquatici rimandano al delicato processo che avviene con la cesura della nascita, nel passaggio dalla vita intrauterina a quella post-natale e a tutti i passaggi importanti della vita che rappresentano, come ogni mutamento, una piccola morte. E’ la stessa “morte” che dovranno attraversare Stephanie ed Alì, nei loro percorsi di vita, mettendo insieme le personali debolezze per affrontare, uniti, drammatici cambiamenti di vita e difficili trasformazioni identitarie.

Aprile 2013