Viaggio a Tokyo. Film di Ozu Yosujiro. Recensione di M. Antoncecchi

Recensione di Maria Antoncecchi 

Titolo: Viaggio a Tokyo

Dati sul film: Regia di Ozu Yasujiro, Giappone 1953, 135’

Trailer:

Genere: drammatico

“Viaggio a Tokio”, del regista nipponico Ozu Yasujiro, Presentato al festival delle Arti nel ventottesimo anno dell’era Showa (1953), uno della serie di sei film di recente restaurati per il pubblico italiano dalla Tucker Film.

Tarantino, Scorsese, Coppola e Woody Allen l’hanno definito il film più bello di tutti i tempi.

In bianco e nero, sottotitolato, racconta la storia di due anziani coniugi della provincia giapponese che si mettono in viaggio per Tokio per far visita ai due figli, entrambi sposati, che non vedono da diversi anni. Una volta arrivati si rendono conto che sia il figlio, medico, sia la figlia, parrucchiera, sono troppo impegnati per occuparsi di loro e ben  presto capiscono di essere un peso di cui liberarsi. Solo la vedova di un loro figlio morto in guerra otto anni prima li accoglie con gentilezza e affetto e li accompagna a visitare la città.

L’atmosfera è quella della fine della Seconda Guerra, del mondo che sta cambiando, del Giappone che si sta occidentalizzando e le immagini delle industrie alla periferia di Tokyo che scaricano fumi nell’aria scandiscono le pause tra una scena e un’altra, segnalando una rottura con il passato. I valori tradizionali subiscono una battuta d’arresto: ognuno sembra inseguire il proprio modello di successo personale e professionale. Si tratta di un nuovo stile di vita che sacrifica il tempo necessario agli affetti. Siamo nel 1953, Ozu  intuisce che le relazione umane non saranno più le stesse e, attraverso un racconto delicato e profondo, ci avverte che il narcisismo e il consumismo saranno i mali dell’epoca moderna .

La forza di questo film è la semplicità con cui descrive la psicologia dei due anziani genitori che, sentendo che la loro vita sta volgendo al termine, decidono, prima che sia troppo tardi , di intraprendere il viaggio per andare a trovare i loro figli. Questo sentimento di malinconia, che pervade la prima scena, accompagna lo spettatore durante tutto il film. Le aspettative iniziali che investono questo incontro lasciano lentamente il posto alla delusione, quando comprendono che, dietro all’apparente accoglienza, si cela un atteggiamento sbrigativo e infastidito nei lor confronti. I figli sono presi dalla loro vita e non c’è spazio per loro. Al sentimento di orgoglio “andiamo a trovare i nostri figli” si sostituisce un’amara consapevolezza: i figli piano piano appaiono lontani, quasi estranei : “Mio figlio non era così una volta. Era ben diverso, ma cosa vuoi farci”, dice il padre.

La lettura poetica, dolce, armoniosa eppure impietosa che il regista fa delle relazioni familiari attraverso personaggi semplici e piccoli gesti quotidiani, ci fa entrare in contatto con la trasformazione delle relazioni umane nell’ambito della famiglia.

Il viaggio non è più quello geografico, ma quello interiore e temporale della vita che cambia. Attraverso il loro sguardo osserviamo le cose che cambiano senza mai percepire un giudizio, ma con l’atteggiamento di chi accetta l’ineluttabilità della vita stessa.

Ozu esplora con estrema delicatezza i sentimenti che attraversano l’animo umano, la presa di coscienza, la delusione e l’accettazione.

Questa piccola e grande storia ci fa pensare al lutto che ogni genitore deve necessariamente elaborare quando percepisce che la vita del figlio non gli appartiene più, che è differente da lui, che il figlio reale non è quello ideale, cioè è certamente diverso da ciò che si aspettava. Nel film questo sentimento diventa doloroso perché l’egocentrismo e l’opportunismo non lasciano posto al riconoscimento degli affetti.

Ozu tuttavia non si scoraggia, lascia una speranza che non si trova nell’ambito della famiglia, ma è fuori, lontana dai vincoli di sangue, come a voler sottolineare che la condivisone e la reciprocità dei sentimenti non si trasmettono geneticamente, ma possono trovarsi lì dove non le aspetti.

Nonostante la storia sia drammatica, i due anziani genitori mantengono un atteggiamento dignitoso, permanendo in un silenzio consapevole di chi accetta, con la saggezza data dall’esperienza, una realtà di ipocrita gentilezza e solitudine. Quello di Ozu è un realismo malinconico che non perde mai di grazia e profondità nemmeno nei momenti più dolorosi. “C’è stata un’alba bellissima”, dirà l’anziano di fronte alla caducità dell’esistenza.

La consapevolezza del tempo che passa e che sta per terminare è ciò che separa le due generazioni, gli uni consapevoli della morte , gli altri proiettati in un futuro ancora ricco di aspettative, ma fortemente improntato alla negazione della morte, al viraggio maniacale, al cinismo e alla svalorizzazione degli affetti.

Per concludere, vorrei tornare alla semplicità della prima scena, ai due anziani  inginocchiati a preparare le borse per il viaggio, carichi di speranze e attese: in loro possiamo rivederci e ritrovarci, il loro viaggio diventa il nostro viaggio  ed è quello che fa di ”Tokyo monogatari”(titolo originale giapponese) un capolavoro assoluto.

Luglio 2017