Vita di Pi

Ang Lee, Cina, USA, 2012, 127 min.

Commento di Carlo Pasino

Tratto dal romanzo omonimo di Yann Martel

Trama. Pi è un ragazzo indiano che vive in quella che era una colonia francese dell’India orientale, Pondicherry, con il padre, la madre e il fratello maggiore. Egli è nato all’interno di uno zoo di proprietà di suo padre che ospita numerosi animali, tra i quali una tigre del Bengala. Un giorno il padre di Pi decide di trasferirsi con tutta la famiglia in Canada, quindi tutto il nucleo familiare si prepara a lasciare per sempre l’India. Durante il viaggio una tempesta affonda la nave mercantile giapponese su cui si erano imbarcati con tutti gli animali; Pi è l’unica persona sopravvissuta, riuscendo a salire su una lancia di salvataggio. Sulla scialuppa non è solo: insieme a lui si salvano una iena, un orango e una zebra ferita. La iena sulla scialuppa divora la zebra e, dopo un’accesa lotta, uccide anche l’orango. Improvvisamente dalla coperta della barca spunta la tigre del Bengala che divora la iena. Inizialmente Pi trova scampo dalla tigre passando le sue giornate su una piccola zattera legata alla scialuppa dove tenta di mangiare e dormire. Pi inizia a prendere confidenza con l’animale feroce, riesce nello scopo dandole da mangiare, pescando per essa, da bere, raccogliendo acqua piovana, riuscendo così a salvare anche se stesso e a nutrirsi. Finalmente, dopo 227 giorni di navigazione, approdano in Messico, dove le strade di Pi e della tigre si dividono. Nell’ultima scena si vede il momento in cui l’animale sta per entrare nella giungla per scomparire per sempre nella giungla: poco prima di sparire dalla vista, si ferma un attimo e muove le orecchie, come un estremo saluto a Pi. Una volta portato in ospedale, Pi racconta la sua avventura a due ispettori giapponesi di una compagnia assicuratrice. Increduli e insoddisfatti dal racconto del protagonista, chiedono di sapere la storia vera. Allora Pi fornisce loro un’altra versione: nel secondo racconto al posto degli animali ci sono persone della nave, in particolare il cuoco francese (la iena), la madre di Pi (l’orango) e un marinaio giapponese (la zebra). Viene raccontato di come il cuoco utilizzi cinicamente il marinaio giapponese che, dopo essere morto per le ferite riportate dal naufragio, viene usato come esca per i pesci. Qualche tempo dopo il cuoco uccide la madre e il giorno dopo Pi (la tigre) uccide il cuoco.

Commento. Vorrei ricordare al lettore le condizioni psicologiche che si vengono a creare quando potrebbe essere messa a repentaglio la nostra esistenza dopo un naufragio. Tutte le barriere, le scissioni, la civiltà e l’educazione sono sacrificate in nome della sopravvivenza, nel combattere lutti e minacce di morte. Noi viviamo con i nostri bei modi civili e non ci accorgiamo che possiamo diventare delle tigri del Bengala, animali tra i più feroci, in certe condizioni.

Kaes (2007), parlando della cornice di Bleger (1967) come recettore della simbiosi, parla di parti psicotiche della personalità in un deposito o cripta che accoglie ciò che è nascosto e arcaico. Per Pi, nel pieno della tragedia del naufragio, la limitazione che assicura la distinzione tra Io e non-Io (Kaes, 2007 pag. 75) viene meno. Bleger parla di “rotture”, dove forse il lavoro del lutto risulta per quel momento impraticabile.

Nel film, quando alla fine della storia il protagonista è interrogato dagli ispettori giapponesi, il vero racconto, quello reale e non quello vissuto da Pi, rimane il secondo, in cui il ragazzo aveva dovuto uccidere il marinaio per sopravvivere. Quante cronache ci raccontano di episodi di cannibalismo, di omicidi, di comportamenti selvaggi nei sopravvissuti ai disastri, naufragi, potremmo dire di comportamenti primitivi e psicotici. Solo che abbiamo delle belle gabbie-difese, di grande educazione civile, che ci impediscono di prendere contatto con quelle parti scisse di noi, appunto “la tigre del Bengala”. Tempo fa uscì, sull’IJPs, un bell’articolo della Segal su Conrad e sul tema del doppio, poi ripreso da Eugenio Gaburri sulla rivista di psicoanalisi. Il problema rimane sempre lo stesso: come recuperare le parti scisse, tigri pericolose, nei nostri pazienti senza spaventarli e … spaventarci. L’esempio di Pi ci insegna molte cose, come nei romanzi di Conrad “Cuore di Tenebre”, “Il Compagno Segreto”, “I Duellanti”. Forse la tigre risulterebbe un pò più selvaggia come doppio o parte scissa?

Quando la psicoanalisi funziona spesso assistiamo all’emersione di questi personaggi selvaggi. Essenziale in analisi è la personificazione degli elementi scissi nel soggetto per una prima elaborazione. Come in un romanzo (Muschio) si vanno a cercare i vari personaggi nascosti in una cantina perché forse fan paura.

La scissione psichica dà origine ad un altro Personaggio, persona, animale o cosa che sia, il quale a sua volta corrisponde alla proiezione di un conflitto interiore. L’angoscia dell’incontro con il proprio Doppio-Tigresco è il prezzo che si paga per liberarsi da questa tensione attraverso un’oggettivazione del conflitto. Il sintomo più evidente di questo stato psichico è un forte senso di colpa che crea nel protagonista un profondo disagio, quindi il suo rifiuto ad assumersi la responsabilità di certe azioni, anzi la tendenza ad addebitarle ad un proprio Doppio, che può essere rappresentato dal diavolo stesso, o da lui in cambio di una concessione.

Nel romanzo di Conrad “I Duellanti” abbiamo il tentativo del protagonista D’Hubert (l’Io, la razionalità, il buonsenso) di tenere il suo doppio Feraud (istintualità, passionalità) ad una distanza che risulterà impossibile da realizzare; nascerà invece un legame inquietante, o per dirla con Freud “perturbante”, che durerà per circa 15 anni. I rapporti tra il protagonista e il suo doppio, saranno improvvisi, imprevisti, non programmabili e violenti. Specifica della dinamica del doppio, secondo Funari, è la continua tensione esistente tra i due, che scaturisce dalla ricerca costante che i personaggi fanno uno dell’Altro.

Nel doppio è espressa la conflittualità tra istanze adulte ed emancipative, rispetto a parti scisse più regressive, che il soggetto non riesce a vivere come un’esperienza propria e si realizza in un  comportamento immediato e irriflessivo.

Nel romanzo I Duellanti, i due protagonisti s’incontrano come personaggi autonomi e reali, diversi tra loro: è l’incontro tra ciò che all’uno manca e che l’altro ha in eccesso. Come per Pi, ragazzo introverso e mansueto, la Tigre rappresenta l’esatto contrario.

Il riconoscimento di questa parte di Sè irriflessiva, il tentativo di mantenerla in ogni caso in vita con un atto di solidarietà (D’Hubert manderà in incognita i soldi a Feraud perchè “non possa morire di fame”), e ancora “Devo tutto a quello stupido bruto. Senza la sua stupida ferocia mi ci sarebbero voluti anni per scoprirti (riferito a sua moglie). E’ straordinario come quest’uomo sia riuscito a legarsi ai miei sentimenti più profondi.” Sembra proprio che lo scrittore del romanzo Vita di Pi, Yann Martel, si sia ispirato al più vecchio romanzo di Conrad.

Nel racconto di Conrad “Il compagno segreto”, l’Altro viene fatto salire a bordo della nave dal protagonista, comandante della nave, quest’ultimo è il solo ad accorgersi dell’esistenza di questo “intruso” sulla nave. Lo nasconde nella sua cabina e tra loro si stabilisce un misterioso contatto silenzioso. Il doppio rappresenta qui l’altra parte di sé stesso a lungo ignorata: “…come qualcosa contro natura, disumana”. L’intruso ha commesso un delitto, seppur a fin di bene, ma soverchiando le regole e la gerarchia, deve essere tenuto nascosto, cosicché la complicità del comandante diventa evidente.

Come ne “Il Compagno Segreto” Conrad risolve il problema dell’altro: è abbandonato vicino ad un’isola deserta, in esilio permanente, per rimanervi nascosto, ma anche per sopravvivere alla sicura condanna a morte che lo aspetterebbe se fosse scoperto. Tale separazione è una soluzione del conflitto nella rinuncia, da parte dell’Io, del suo altro inaccettabile per assumere le responsabilità della vita adulta, il comando della nave. L’immaginario è qui abbandonato senza rimpianti, ma assicurandogli la sopravvivenza.

Nell’uomo vivente in cui, l’anima sia integra, abita un ospite sconosciuto, un Doppio più debole, il suo altro io, che si presenta come la sua psiche, il suo regno è il mondo dei sogni. Se l’Io cosciente dorme, il suo Doppio si risveglia e agisce. Una simile immagine è il Genio dei Romani, la Fravauli dei Persiani, il Ka degli Egizi. L’ospite vive in quelle aree psichiche relativamente non strutturate con le quali sempre più spesso noi analisti facciamo i conti; nel trattarle il lavoro, che come psicoanalisti ci troviamo a fare, è in effetti quello di un Geppetto che da vita a dei personaggi come Pinocchio. 

Chissà se talvolta, alla conclusione di un lungo e pericoloso percorso analitico, l’analista all’analizzando potrà dire prima del commiato finale: “e si ricordi di salutarmi ogni tanto, se la intravede, la sua tigre del Bengala!” 

Febbraio 2013

Bibliografia

Bleger J. (1967). Psycho-Analysis of the Psycho-Analytic Frame. IJP, 48, 511-519.

Conrad J., Il compagno segreto, Rizzoli Ed., Milano, 1975.

Conrad J., Cuore di tenebra, Garzanti, Milano, 1990.

Conrad J., I duellanti, Ed. e/o, 1994.

Freud S., Il perturbante, Opere, 9, Bollati Boringhieri, Torino, 1989.

Gaburri E., Dal gemello immagnario al compagno segreto, in “Rivista di Psicoanalisi”, Il Pensiero Scientifico, Roma, 4, 1986.

Hanna Segal  (1984). Joseph Conrad and the Mid-Life Crisis. International Review of Psycho-Analysis, 11:3-9

Kaes R., Un singolare plurale, Borla, Roma, 2007.

Muschio C., La cantina di Isabella, Borla, Roma 2005.