Viva la lberta’

Roberto Andò, Italia, 2013, 94 min.

Commento di Rossella Valdrè 

Vi sono scorciatoie

nel cielo,

luna d’estate?

    (Haiku giapponese, Don Suti-jo) 

Delizioso film, una vera e propria sorpresa questo Viva l’Italia – titolo forse un pò infelice che non rende merito alla complessità del film – ultima opera del regista palermitano Roberto Andò.

L’onorevole Enrico Oliveri, leader stanco e depresso dell’altrettanto esangue sinistra pidiessina italiana, attraversa una crisi profonda, parallela e sovrapponibile a quella del suo partito e del popolo dei suoi elettori, disillusi e scontenti. Smarrito e solo, alla guida appunto di un cosiddetto popolo ormai critico e recalcitrante, circondato da compagni di partito ugualmente allo sbando e costantemente seguito dal fido e grigio segretario Bottini (il sempre bravo Mastandrea), l’onorevole un giorno improvvisamente sparisce.

In un ipotetico clima pre-elettorale, con costantemente sullo sfondo un Paese alla deriva morale in quella che sembra l’ineluttabile crisi storica delle sinistre soprattutto nostrane ma anche  europee, l’onorevole silenziosamente si dilegua, in cerca di pace e di se stesso, lasciando nei guai i collaboratori e tutto il partito d’opposizione, a questo punto privo persino di un leader stanco e svuotato, e che cercano di tenere nascosta la notizia alla stampa. Che fare, dunque?…Mentre Enrico trova rifugio a Parigi, presso la calda e intelligente ospitalità di un’antica amica di gioventù che oggi ritrova sposata ad un regista di successo e ha così modo, nello snodarsi del film, di ripercorrere e ritrovare un percorso interiore interrotto ma scevro da ogni ripensamento nostalgico, a Roma il segretario Bottini, in cerca di soluzioni, si imbatte casualmente in una possibilità curiosa e, a suo modo, buffa e disperata. Enrico ha infatti un fratello gemello, Giovanni, del quale quasi nessuno sa nulla, appena dimesso da una Rsa psichiatrica, bizzarro e poetico personaggio un pò folle e un pò sognatore, coltissimo e lui stesso scrittore sotto falso nome, che vive immerso nella letteratura in una sorta di leggera, gioiosa solitudine.

I due sono identici, impossibile distinguerli. Si intuisce un legame profondo, un passato che li ha visti uniti e confusi e da cui hanno dovuto allontanarsi, nel tentativo forse di recuperare un pò di soggettività. Il bizzarro Giovanni, inevitabilmente trascinato dalla forza degli eventi e del Caso, occuperà il posto di Enrico, improvvisandosi un inaspettato leader di partito carismatico e capace di toccare finalmente i cuori dei disillusi militanti.

Basato sullo stesso romanzo di Andò, “Il trono vuoto” (Bompiani, 2012), il regista – che non dimentichiamo è soprattutto sceneggiatore e noto regista teatrale – sfrutta un archetipo ben noto alla letteratura: il tema del doppio, del sosia dostojewskiano e del gioco pirandelliano delle parti, dandone però, a mio parere, una precisa sebbene non marcata declinazione psicologica. Il “doppio” è infatti scelto come rappresentante della parte scissa e inconscia del Sè che l’altro, in questo caso collocata nel gemello, incarna e appunto rappresenta.

Non mancano spunti, lievi riferimenti ad una filmografia che ha saputo giocare e sognare con la possibilità di magia che il cinema consente, come l'”Habemus Papam” di Moretti – altro “trono” lasciato vuoto dall’esauribilità del Potere umano e terreno, e oggi tema che si è prepotentemente imposto d’attualità (!) – , il breve flash su un appassionato Fellini, l’eco di “Oltre il giardino” (1979) dove è il piccolo anonimo giardiniere a ritrovarsi per caso a diventare una celebrità nazionale, così come a tutta la tradizione elegante e garbata della commedia francese degli equivoci (si pensi al recente “Confidenze troppo intime” di Leconte, 2003, dove sempre per caso un grigio e solitario notabile viene scambiato per lo psicoanalista e dovrà calarsi nella parte).

Il tutto, però, è giocato e ricomposto da Andò con sobrio e acuto equilibrio, senza cadere o eccedere in nessuno dei registri che così abilmente riesce ad attraversare. La politica non si collega ai suoi stretti riferimenti attuali per farsi metafora universale e senza tempo di una Politica che sembra avere perso ideali e coraggio, schiacciata nella ricerca di alleanze tanto da far dire a Giovanni che “dobbiamo allearci solo con le coscienze”. Lo scambio tra i gemelli, pur punteggiato di momenti lievi e divertenti, non cade mai nel ridicolo, nella  prevedibile gag o nel comico, e altrettanto il percorso intimo e intrecciato dei due personaggi e delle figure di contorno risulta chiaro ma delicatamente accennato, senza trasformarsi in una sorta di film nel film.

Allo spettatore è lasciata la libertà di intuire, immaginare quale integrazione sarà possibile per il recupero, sempre frammentario e parziale, della parte di sè che ciascuno ha perduto nel tempo, pressato dalle incombenze della vita e dalle richieste del collettivo, inconsciamente scissa e depositata nel fratello: i due non si incontrano da 25 anni, nè si incontreranno, essendo del tutto superfluo il contatto fisico quando esiste una comunicazione che potremmo definire inconscia, profonda e mai interrotta.

Quando parla del “gemello immaginario”, Bion (1950) si riferisce, nella presentazione che ne fece Sergio Bordi (2009),  a qualcuno “che rappresenta le parti scisse e sottratte alla conoscenza che l’essere desidera riconquistare nell’intento di raggiungere un’individualità completa e totalmente compresa (cioè amata)….”[1] Anche senza entrare nella psicopatologia, esso sembra in qualche modo un bisogno umano: nei bambini si incarna spesso in un personaggio di fantasia, qualcuno con cui il bambino dialoga in un utile e fecondo “spazio potenziale”; nell’adolescente il bisogno di gemellarità, di qualcuno in cui rispecchiarsi nella costruzione del nascente senso di identità è spesso affidato all’amico del cuore, di cui infatti il ragazzo ha assoluto bisogno, e poi…? cosa accade nella vita adulta quando non riusciamo ad integrare, nemmeno in parte, i vari aspetti del nostro sè, spesso discordanti e conflittuali? a che faticosi e costosi compromessi ci costringiamo, a cosa si sono dovuti piegare, Enrico e Giovanni, nella rinuncia all’aspetto di sè che hanno lasciato depositato nell’altro?Il film ci consente, seguendo il personaggio sdoppiato, di aprire una benevola crepa, forse un pò illusoria e onirica, sul destino dell’integrazione anche dentro di noi. Enrico, nella sua pausa francese, ritrova in parte un se stesso giovane appassionato di cinema (lo stesso regista?) che era rimasto come sospeso, interrotto, per finire in una vita di adattamento, di falso-sè dolorosamente affetto da depressione; Giovanni, dal canto suo, ha forse finalmente l’occasione di tradurre in parole, in toccanti discorsi alla folla un ricco percorso culturale accumulato dentro di sè per tutta la vita, citando in assoluta libertà le poesie di Brecht, gli haiku giapponesi o gli aforismi di Pascal.  

Il tutto è affidato all’istrionismo teatrale di Toni Servillo, al suo bel volto maturo ricco di sfumature e sottili pieghe dell’animo, che passa dai pensosi silenzi di Enrico ai motti di spirito di Giovanni con la consueta naturalezza, lo sguardo sempre segnato da un’irriducibile malinconia.

Ci vuole forse un poeta, un sognatore, un bizzarro folle che fa danzare la cancelliera tedesca, un filosofo, un cineasta a guidare la Politica? Forse sì, forse il fallimento della realpolitik, dei cosiddetti “inciuci”, delle strategie, lascia aperta la speranza del regista che sia la Libertà del titolo, la libertà dell’immaginazione e la forza della cultura, a guidare il mondo. 

A CHI ESITA 

Dici:
per noi va male.
Il buio cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni noi siamo ora in una condizione più difficile di quando si era appena cominciato.
E il nemico ci sta innanzi più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. 
Ha preso una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori, non si può più mentire.
Siamo sempre di meno. 
Le nostre parole d’ordine sono confuse.
Una parte delle nostre parole le ha travolte il nemico fino a renderle irriconoscibili.
Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?
Qualcosa o tutto ?
Su chi contiamo ancora?
Siamo dei sopravvissuti, respinti via dalla corrente?
Resteremo indietro, senza comprendere più nessuno e da nessuno compresi?
O contare sulla buona sorte?
Questo tu chiedi.
Non aspettarti nessuna risposta
oltre la tua.

                                                                             (Bertold Brecht)

Febbraio 2013

[1]Bion W. (1950). The imaginary twin, read to the British Psychoanalytical Society, Nov.1,1950. In Second Thoughts (1967). trad it “Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico”, prefazione di S. Bordi, Armando, Roma, 2009