YOUTH – La giovinezza – 2

Di Paolo Sorrentino, Italia, Francia, Svizzera, Gran Bretagna, 2015, 118 min.

Commento di Amedeo Falci

…E ILMETACINEMA DI SORRENTINO

È un ripensamento sofferto questo su “Youth”.

Film che a prima vista non eccita e non entusiasma come “La grande bellezza”. Né riesce a eguagliare (e come potrebbe?) l’originalità di quello che, probabilmente, è uno dei migliori film italiani di questa partenza di secolo, “Il divo” (l’altro: “Gomorra” di Matteo Garrone).

Però, leggendo in controluce, si intravedono i due film.

Il primo è il film sulla caducità. Quindi le crisi dell’età senile, il congedo dalla vita e dalle scene del mondo, i vuoti degli affetti, i rimpianti, le nostalgie, le incompiutezze.

Nel mondo (privilegiato ed elitario) degli artisti.

Paolo Sorrentino, in un’intervista sul web, ha raccontato della dolorosa perdita dei suoi genitori in adolescenza, e della considerazione che i suoi figli abbiano la stessa sua età al momento del lutto. Sopravvivrò all’età di mio padre e mia madre?

Freud ne sapeva qualcosa, di questi pensieri.

Un forte movente personale (in un regista ancora ‘giovane’) che ha spinto alla ‘fermentazione’ del soggetto cinematografico. ‘Nessuno parla più di ispirazione – dicono i giovani sceneggiatori nel film – ma semmai di fermentazione’. Ma una cosa è la ‘fermentazione’ (anche quella problematica), un’altra la tenuta compositiva. Ed è qui che si avvertono le maggiori incertezze del film.

Intanto parliamo dei pregi. Musica di alta qualità. Sorrentino è il miglior regista di colonne sonore musicali che ci sia oggi in Italia. Ricordiamo bene le eccezionali colonne sonore degli ultimi due film. Rispetto al cinema morettiano, essenzialmente verbale e visivamente scialbo, il cinema sorrentiniano è un cinema di alta qualità e ricerca di immagini, che spesso escono dalle inquadrature e divengono pure composizioni pittoriche.

Purtroppo non sempre qui. Ma all’inizio del film sì.

Nella primissima parte, quando si assiste alla processione degli ospiti dell’hotel che si avviano alle salutari operazioni mattutine, la fila si snoda in rampe che si incrociano, ed in una inquadratura c’è solo il contrasto cromatico tra una fascia bordeaux in basso, contrastata da una fascia più crema (credo) in alto. Puro quadro (Rothko?), se non fosse per l’apparire fugace della testa di una donna che ci ricorda che siamo pur sempre nel film. E poi le luci degli interni, le riprese a filo d’acqua, i colori delle acque, i chiaroscuri di segreti canali ed ombre veneziane, San Marco notturna allagata, la scena tra Fonda e Keitel con il ‘retablo’ di sci sullo sfondo.  Apertissime imitazioni felliniane, in alcune scene di gruppo, nella ripresa di Keitel che allucina le sue passate attrici (“Giulietta degli spiriti”), e nella Ghenea in piscina che è Anita alla Fontana di Trevi, più sfacciatamente che non si può. Ma senza la portanza ‘simbolica’ del Femminile nell’Elemento Primigenio delle Acque, che poteva riuscire solo allo junghiano Federico Fellini. Un grande fotografo, Luca Bigazzi, che regge tutti i film di Sorrentino, è dietro questo elegante apparato visivo del film. Convincono meno le riprese esterne, tra mucche, boschi di conifere, amene valli, e montagne innevate. Non è l’ambiente ‘naturale’ di Sorrentino.

Qualora ci lasciassimo per un attimo afferrare dallo spirito della caducità che permea i gesti, le ansie e le attese di Caine/Ballinger e Keitel/Boyle, forse non ci aiutano certo i dialoghi, sovente sentenziosi e con un pericolo viraggio verso la banalità.  Le minzioni dei prostatici (ma il regista non è un prostatico, ancora…e per sua felicità, e si capisce); che cosa dire ‘l’ultimo giorno della vita’ (meglio appuntarselo in tempo); le analogie tra futuro-passato e visione vicino-lontano del cannocchiale (non proprio inedita!); le colpe dei padri che non si sono curati abbastanza dei figli (ma non è la norma?); le figlie incazzate con i padri (ma poi gli passa perché in fondo ci si vuol bene); le donne che ci facemmo (forse) quando ancora potevamo “farcele” (che bei tempi!); i ricordi che si vanno dissolvendo.

Insomma quello che mi pare manchi sia una ‘compositio’ adeguata dell’opera che non viene tenuta in un coerente equilibrio stilistico e grammaticale nelle sue parti. La verità è che il film ha un incipit velocissimo e bello. Uno start di musica che di dà – per 20 secondi – quel picco adrenergico che decretò il successo, anche eccitatorio sensoriale, de “La grande bellezza”. Ha un suo piccolo apice lisergico nella pseudo-videoclip musicale con Paloma Faith nella corsa velocissima in auto con fuoco finale. Ottimo. Ma poi il film cambia registro e si ammoscia in melensaggini tra anziani o in pistolotti tra padre e figlia o in dialoghi bucolici. Ancora, la laconicità dei luoghi, così essenziale e quasi metafisica de “Le conseguenze dell’amore” (2004), e l’opulenza sibarita-romana de “La grande bellezza” (2013), qui sono attutite in un film con una fondamentale indecisione tra interni ed esterni, tra civiltà e natura (le piscine e le acque fanno da spazi transizionali tra le due realtà).

A mio avviso ci sono difetti di tenuta compositiva anche nella costruzione dei personaggi. L’understatement composto, doloroso, ma essenzialmente leggero e ironico di Michal Caine, è il filo diegetico che regge la trama. Ma il salto dalla finestra di Keitel/Boyle arriva troppo inaspettatamente e senza una adeguata solennità tragica, creando un certo scompenso narrativo rispetto al tema dominante dell’opera. E molte dispersioni aneddotiche che fanno da riempitivi. La storia separativa della figlia diluisce troppo il tema della caducità. L’inserto degli sceneggiatori giovani risulta di nessun apporto significativo alla storia. La comparsata di Hitler assolutamente fuori contesto e semplicemente risibile. Lievemente retorica ed eccessiva la scena del concerto finale, dove, personalmente avrei optato per la scelta di una ripresa muta proprio per accrescere il fascino delle Simple Songs, citatissime, ma, appunto, mai ascoltate. Semplicemente splendido il cameo di Maradona che prima occhieggia la palla da tennis, poi la manda prodigiosamente in orbita. La levitazione del monaco buddista è presa di peso da “Birdman”. Chi ha copiato chi?

Un film che si regge, dicevo, sulla elegante performance di Michael Caine, Virgilio del film, che si conferma come uno degli ultimi grandi e splendidi attori  di tradizione britannica. Keitel sembra faticare, ma in fondo, come vedremo, è forse lui il protagonista segreto del film. Grande cameo della Fonda, che ce la mette tutta per un ritratto di Prima Donna tutta volgare e sboccata. E ci riesce magnificamente. Ottima resa di Paul Dano, attore in crescita. E infine la Ghenea, con indiscutibili e uniche qualità di scena, da qualsiasi  punto di vista le si voglia vedere.

Poi c’è l’altro film. Il film nel film.

Quello la cui sceneggiatura disperatamente Keitel/Boyle cerca di completare.

Su L’Ultimo giorno della Vita.  

Ci si mettono tante teste brillanti a cercare che cosa si dirà in quell’ultimo tempo.

Tutto sembra completo, ma le ultime parole proprio non vengono. Il film va in malora.

Keitel dice che girerà allora un altro film. Quindi fa il gran salto.

E il gran salto sembra sbloccare tutto.

Caine/Ballinger capisce che ‘è vecchio… ma non si sa perché’ (la migliore battuta del film), e la giovinezza lo attende. Dirige, infine.

Ma qual è l’ultima, dico l’ultimissima immagine del film? Dopo che Ballinger guarda verso la cantante, e che la cantante, grata, gli restituisce lo sguardo. Dopo che la ragazza massaggiatrice esegue le sue prove di danza. L’ultimo fotogramma è di Keitel che guarda in direzione della macchina di presa e con le dita inquadra la ripresa.

“Youth” è allora il film che Keitel/Boyle ha in mente, e che non riuscirà a dirigere, e che Sorrentino girerà per lui. Ballinger sarà il Virgilio, ma Boyle è Sorrentino. Ars longa, vita brevis. Le vite delle persone (e dei registi) (e dei genitori) (e di noi stessi) sono necessariamente limitate. Ma il cinema (e la letteratura) ci sopravvive. E si riproduce e si perpetua attraversando i singoli individui. (E qui Sorrentino fa un piccolo graffio geniale e incisivo. Che, in parte, e solo perché lo amiamo, salva un film ispirativamente molto faticoso.)

PS. Ma tutto questo non era già in ‘Caducità’? (Freud, 1915). E pure là passeggiate in montagna.

giugno 2015