YOUTH – La giovinezza

di Paolo Sorrentino – Italia, Francia, Svizzera, Gran Bretagna, 2015, 118 min.

commento di Rossella Valdrè

                         “…Tra l’orrore e il desiderio, scelgo il desiderio….”

                                                                                         (Uno dei personaggi)

Chi, come me, pur apprezzandone certe doti di stile, non avesse particolarmente amato i precedenti film di Sorrentino (per l’eccesso di grottesco, la ridondanza caricaturale, un certo manierismo) si deve forse ricredere di fronte  a questo dolente e splendido affresco che è Youth, uno dei tre film italiani in concorso al Festival di Cannes 2015.

Atteso al varco dopo l’Oscar per La grande bellezza, Sorrentino qui non solo non delude, ma trova a mio avviso una cifra poetica insolitamente profonda, umana, ironica e carica di un dolore senza strazio, senza eccedere nelle pur presenti continue figure allegoriche che, come in un sogno, abitano completamente la scena.

A dispetto del titolo, Youth è un film sull’eterno tema della vecchiaia, del tempo che passa inesorabile, sulla morte che ci vede “tutte comparse”, come dice il regista Mick, uno dei due personaggi principali. Tutte comparse, in questo passaggio terreno. Corpi che dal massimo dello splendore – Miss Universo ospite dello stesso hotel in cui si svolge l’intera scena – si decompongono nella deformità abnorme dell’ombra di Maradona, nella maschera sfasciata del delizioso cammeo di Jane Fonda, attrice invecchiata che abbandona il regista di sempre per guadagnare di più in una  serie televisiva, o nel semplice invecchiare dei due amici, Fred e Mick, ottantenni di successo, amici da sempre, ospiti come ogni anno in un lussuoso quanto oniroide hotel sulle Alpi Svizzere. Fred (l’indimenticabile maschera di Michael Caine) è un noto compositore e direttore d’orchestra che si considera in ritiro, quasi in annoiata attesa della fine, e rifiuta ogni proposta di tornare a dirigere un’orchestra anche se a chiederglielo è la stessa regina d’Inghilterra (per la cronaca, l’attore è stato davvero designato in patria come sir, baronetto). Mick (un Harvey Keitel piacevolmente ritrovato, lontano dal virilismo che lo rese celebre ne Il cattivo tenente), è un regista di altrettanta fama, alle prese col suo ultimo film che non decolla, di cui non trova il finale, abbandonato dall’attrice storica Brenda Morel (Jane Fonda) e dunque in profonda crisi rispetto a quest’ultimo lavoro che vorrebbe essere una sorta di testamento intellettuale, personale e spirituale…ma è possibile lasciare dei testamenti, delle memorie? 

Entrambi sono perseguitati (dolcemente perseguitati) dalla consapevolezza del tempo che passa, dei ricordi che sfuggono (“non ricordo più com’erano i miei genitori), dalla Bellezza che come una dea transita fuggevole davanti ai loro occhi stanchi. La stessa loro antica amicizia, calda e fedele negli anni, risente di una negatoria parzialità: ci si dice solo le cose belle. Questo, ha riferito il regista in un’intervista, differenzia l’amicizia dall’amore. Questo pudore, questa prudenza. L’amore invece (o meglio il desiderio, in un film se vogliamo squisitamente psicoanalitico) sa essere crudele: la figlia di Fred viene repentinamente abbandonata dal fidanzato, i due amici sono ancorati al flebile ricordo di una donna (idealizzata) che hanno desiderato entrambi senza averla avuta nessuno, e Fred patisce terribilmente il lutto della moglie, immagine pietrificata dentro di lui che gli impedisce oggi ogni ripresa creativa, il recupero della sua musica, unico balsamo al dolore di vivere. L’amore è complesso fra uomini e donne come fra genitori e figli: i figli non ci conoscono, rivela Fred. L’improvvisa solitudine della figlia, li costringe a una delicata ripresa di un rapporto che solo ora, nell’ovattata atmosfera sospesa dell’hotel, ricuce un senso e ritrova una traccia possibile.

L’intera scena, dicevamo, si ambienta in un raffinato e silenzioso hotel Svizzero, dove corpi avvolti in asciugamani scivolano silenziosi tra piscine a massaggi, passeggiano nel verde, scambiano brevi e talvolta illuminanti conversazioni, poiché Youth è film di poche parole, prevalendo la musica (“la musica non necessita parole” per Fred) e l’immagine, fedele alla cifra poetica del regista, che qui ritrova una delle sue migliori sceneggiature, che rende il film compatto e al tempo stesso etereo, sospeso, allegorico, ma mai manierato. Vi si respira grande umanità.

Assumerei, come frase centrale e cuore tematico del film (almeno uno, trattandosi di un film complesso) la battuta di uno dei personaggi minori dell’hotel, attore californiano in cerca di ruolo. Prova a impersonare Hitler, ma non funziona.

        “Se devo scegliere tra orrore e desiderio, scelgo il desiderio”.

Senza il motore del desiderio, lo sappiamo dalla psicoanalisi e dalla vita, prevale la pulsione di morte. Mick, infatti, privato della possibilità di realizzare l’ultimo film, “inadatto alla routine”, silenziosamente si suiciderà. Poiché è un film privo di enfasi e che accoglie l’umano in tutte le sue forme e de-formazioni, ci appare un suicidio logico, del tutto coerente col destino del personaggio, privato ormai del desiderio.

Desiderio che si riaccende invece nella figlia di Fred e, a fatica, in Fred stesso, che accetta infine di riconciliarsi con l’immagine interna della moglie morta, concedendo alla regina l’ultimo concerto (di cui avrebbe valso la pena, vista l’importanza del testo, porre i sottotitoli). Non si può dire un lieto fine, né una qualsivoglia fine: la curiosità del film, il suo tocco di genio a mio parere, sta proprio nel mantenere fino all’ultimo questa insaturicità priva di soluzioni, se non irrimediabilmente, debolmente parziali. Tutto è così cangiante alla luce del tempo, tutto è così caduco.

Non mancano, come è tipico del cinema di Sorrentino, i colti riferimenti ai maestri (Fellini prima di tutto, nella splendida scena del regista circondato dai fantasmi delle sue ex-attrici), o alla letteratura (un certo primo Kundera con le sue ambientazioni in stazioni termali cecoslovacche, il citato poeta Novalis che canta che “si torna sempre a casa/sempre a casa), ma il tutto, più che nei film precedenti, viene qui metabolizzato in una cifra più personale e creativa. che, anche quando citati, vengono metabolizzati nel suo universo creativo.E’ interessante sapere, in un film in cui nulla è lasciato al caso, che l’hotel è lo stesso in cui Thomas Mann ambientò La montagna incantata: un sanatorio, luogo di cura al tempo per la tubercolosi, che vede l’entrata in scena di diversi personaggi e, sullo sfondo, la fine di un’epoca.

Anche qui, non mancano passaggi di personaggi più o meno misteriosi che appaiono e scompaiono, meteore cui non sempre vale la pena di dare una valenza concreta: è lo spettatore a sceglierne se farne personaggi del teatro del sogno privato del regista, figure allegoriche, metafore, simboli. Godiamo di assoluta libertà: gli stessi Fred e Mick, che sono stati personaggi per tutta la vita, tornano qui a presentarsi come persone, vincolate nel tempo e nel reale del corpo.

Molte dunque le tematiche, i sottotesti, se vogliamo, in questo film semplice e complesso; abbiamo visto il passare del tempo, la metamoforsi del corpo, il conflitto desideiro/pulsione di morte, l’afflizione del ricordo, i destini che si incrociano, l’univeralità della musica, i brevi dialoghi densi di senso.

– “L’emozione è sopravvalutata”, in Fred.

– “No, l’emozione è tutto ciò che abbiamo”, in Mick.

Oppure, alla visita finale di controllo su Michael Caine, al sentirsi dire dal medico che non ha nulla, gli esami sono a posto, il suo domandarsi: allora perché invecchio?

La trovo una breve battuta geniale: già, perché si invecchia e basta, se non ci si ammala, se non c’è la morte pronta? Perché invecchio? Invecchio e basta, sembra dire il film.

Un giovane regista, con un cast internazionale, si è cimentato con uno dei temi oggi più frequentati dal cinema, dove sempre meno interessanti sono i film sui ‘giovani’: i vecchi. Non credo sia solo un dato sociale, il noto invecchiamento della popolazione; no, credo che il cinema abbia saputo raccogliere il sentito bisogno, in noi tutti, di tornare a frequentare con meno paura, dentro di noi, l’angoscia di morte, la possibilità di sbocchi ancora creativi oppure no, confortandoci con la poesia quale parola capace di conferire quel piacere, termine che ricorre in tutto il film. Piacere/dispiacere, è la posta in gioco.

E’ ancora il poeta Novalis, voce presente nel film, a esprimersi a proposito:

«La poesia sana le ferite inferte dall’intelletto. Essa è appunto formata da elementi contrastanti – da una verità sublime e da un piacevole inganno».

Maggio 2015

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