Regarding Susan Sontag

Documentario, di Nancy Kates
Stati Uniti, 2014

Mi era abbastanza imperdibile questo documentario – genere che peraltro amo molto e di cui il Tribeca è ricchissimo – su Susan Sontag, una delle intellettuali, o forse l’intellettuale, più nota e influente negli Stati Uniti degli ultimi anni, ma conosciuta anche dal pubblico italiano per la traduzione di molti dei suoi libri. Ne avevo seguito l’opera e il pensiero in maniera discontinua, ma sempre con interesse per la sua acuta intelligenza e il gusto imperterrito di essere “contro”, come il bel docu-film della Kates illustra bene, soffermandomi poi in particolare su “La malattia come metafora. Aids e cancro”, un suo noto libro del 1992 su cui poi tornerò, perché ci riguarda direttamente come psicoanalisti.

La Sontag, tipica intellettuale newyorkese ebreo-americana, credo fosse tanto amata, e il suo pensiero quindi tanto influente ancora oggi, sebbene meno, perché rappresenta una specie d’intellettuale, di pensatore, in via di estinzione: un’autentica polemista, coltissima e anticonformista, il cui pensiero abbracciava la letturatura, la politica, l’arte, la fotografia, tutto ciò che il sapere incontra e con cui deve fare i conti. Una di quelle figure che vanno scomparendo come divulgatori, se autentiche (l’ultimo in Italia forse Pasolini), sostituite da tuttologi televisivi o residuate in nicchie intellettuali, che è altra cosa.
Il film – realizzato in collaborazione con la HBSO e che sarà nelle sale in autunno – mantiene un equilibrio attento nell’associare sempre, in parallelo, il percorso di vita della pensatrice e della donna, delineando così un profilo psicologico non banale, frutto del mosaico d’interviste ad amici e appassionati, a pezzi d’archivio, alle parole di scritti della stessa Sontag affidati alla voce dell’attrice Patricia Clarkson.

Rimasta precocemente orfana di padre a 5 anni, Susan prenderà il nome Sontag del secondo marito della madre, per avviarsi a una precoce e brillantissima carriera scolastica, che la vede diplomarsi in anticipo e laurearsi in seguito a Chicago. Giovanissima (ed evidentemente inconsapevole di quella che emergerà poi come la sua nota e dichiarata omosessualità) si sposa e si separa dopo otto anni; dall’unione nasce David, con cui avrà sempre un rapporto dialettico e complesso e che diventerà suo editore. Ma il vero amore della Sontag sono i libri, le avventure del pensiero, l’analisi della realtà del suo tempo. Un’intellettuale “contro”, dicevamo: contro la guerra, contro la razza bianca e le sue devastazioni, contro ogni conformismo come ben si coglie dalla provocazione nel frequentare apertamente locali gay, contro certe posizioni sul terrorismo e l’eccesso di psicologismo nell’interpretazione della dinamica umana.
Sentimentalmente, si legherà verso la fine degli anni ’80 alla fotografa Annie Leibovitz, che le resterà accanto fino alla morte, avvenuta per leucemia nel 2004, a 71 anni. La passione per la fotografia, metafora con cui Susan esamina il mondo e che definisce “ecologia delle immagini”, fu certamente un forte elemento di legame tra le due donne.

In “La malattia come metafora”, cui il docu-film fa un cenno quando affronta il rapporto della Sontag con la malattia in genere, che definiva “lato notturno della vita”, e la sua stessa malattia cancerosa, è anche la psicoanalisi a essere messa sotto accusa, l’oggetto “contro”, e perciò me ne ero interessata. La Sontag criticava, non a torto, come su alcune malattie in particolare, come un tempo la tubercolosi e oggi l’Aids e il cancro, si crei un immaginario collettivo, anche inconscio, investendole di un forte valore metaforico. Il cancro, se da un lato è spesso usato come metafora per tutto ciò che si diffonde in maniera incontrollata, divorando il “tessuto sano” (ad esempio della società), dall’altro è stato oggetto di una psicologicizzazione, con il contributo della psicoanalisi (si pensi a Reich e i suoi seguaci) che finisce col colpevolizzare il malato, che diventa come tragicamente malato due volte: della malattia in sé, e del “tenersi tutto dentro”, ossia di quell’attitudine psichica a non esprimere emozioni e rabbia che finirebbero col corrodere la persona, e la sua vitalità cellulare, dall’interno. Un discorso simile per l’Aids, di nuovo frutto delle “colpe” del malato. Visioni interpretanti oggi certo non più così di moda come in quegli anni, ma forse non tramontate del tutto e sulle quali in ogni caso, mi pare interessante il richiamo della Sontag a riflettere criticamente.
Molte le altre opere importanti tradotte in italiano, da non poterle ricordare tutte: Saggi di letteratura e politica (2008), il classico Davanti il dolore degli altri del ’73, L’amante del vulcano per la narrativa (1995), e molti altri.
Una donna passionale e appassionata, adorata da studenti, femministe e un vasto pubblico di lettori che esortava a essere “seri, passionali…svegliatevi!”, forte e fragile, complessa, controversa, arrabbiata, mai conforme, icona discussa di un’eccellenza americana, e tipicamente newyorkese, di cui ancora si respira l’aria, si sente il profumo anche in questo – lo ripeto dall’apertura – particolare Festival di cui spero essere riuscita a trasmettere il clima intelligente e tutto fuorché divistico.
E’ sull’amore, che rintracciamo la crepa, la paura e la fragilità infantile di questa donna, che occorre saper leggere per bene, a fondo, come ha voluto fare il film, per non relegarla, anche lei, in facili etichette che avrebbe detestato.

“Fa male amare. È come accettare di farsi scorticare sapendo che in qualunque momento l’altra persona può andarsene via con la tua pelle.”
Susan Sontag