Sacro GRA

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo: Sacro GRA

Sezione: in Concorso

Dati sul film: regia di Gianfranco Rosi, Italia, 2013, 93 min.

Genere: documentario

 

Applauditissimo il terzo film italiano in concorso, il documentario di Gianfranco Rosi ‘Sacro GRA’, ovvero il Grande Raccordo Anulare, che circonda Roma ‘come un anello di Saturno’.

Il paesaggista-urbanista Nicolò Bassetti, ideatore del progetto, ha esplorato questo ‘nonluogo’ per venti giorni a piedi, zaino in spalla; Gianfranco Rosi ha girato il film muovendosi con la troupe in un minivan e Jacopo Quadri ha lavorato al montaggio per otto mesi. Ne è valsa la pena.

Dalle riprese aeree che inquadrano una periferia desolata, percorsa dalle strade trafficate, l’occhio della cinepresa si avvicina ai bordi delle strade, esita sulla soglia di finestre di microscopici appartamenti, entra in un palazzo fatiscente, in baracche di pescatori, in case di gente qualunque, si aggira in un’oasi di palme, si apposta dentro ad un’ambulanza. Seguendo questa traiettoria di progressivo avvicinamento, il regista ci accompagna a incontrare le persone che, in questo anello di Saturno, ci vivono, e non sono extraterrestri: ‘In un luogo privo di identità ci sono personaggi con fortissima identità’, ha dichiarato lo stesso regista.

Attraverso frammenti della vita quotidiana di queste persone, di conversazioni pacate, di racconti sommessi,  di gesti e comportamenti semplici e usuali, Rosi riesce a fare emergere la loro umanità, vitalità e dignità, a far intuire le loro storie, evocare i loro bisogni e i loro desideri. Non c’è ombra di giudizio, né retorica. Il regista pare riuscire, attraverso uno sguardo attento e un ascolto rispettoso, che non prende mai il sopravvento, a calibrare ‘la giusta distanza’ tra la macchina da presa e ogni singolo ‘protagonista’, che si espone con naturalezza e autenticità.

Mi viene in mente il saggio di Didi-Hubermann ‘Come le lucciole. Per una politica delle sopravvivenze’. Nel 1975 Pasolini ha teorizzato la ‘scomparsa delle lucciole’, metafora della scomparsa dell’umanitá per eccellenza, non tanto nel buio, quanto, piuttosto, sotto la luce accecante di riflettori feroci. Il filosofo francese sostiene che le lucciole scompaiono alla nostra vista nella misura in cui non le cerchiamo, rinunciamo a seguirle. É necessario fornirsi degli strumenti adatti per vederle apparire nei luoghi e nei tempi della loro sopravvivenza, in questo presente sovraesposto, saturo di informazioni, come ricorda anche Rosi. Per questo ci vuole coraggio, poesia e un’attenzione etica al volto umano qualunque, che riescano a individuare zone o reti di sopravvivenza.

Si può dire che le immagini di questo film sono immagini-lucciole: rendono visibili e condivisibili scintille di umanità, preziose per una fiducia nel futuro.

Anche la psicoanalisi può essere uno strumento adatto per cercare, e trovare, le lucciole.