Salvo

Dati sul film: regia Fabio Grassadonia, Antonio Piazza, Francia, Italia, 2013, 103 min 

Trailer: 

Giudizio: 3/5 ***

Genere: drammatico, noir 

Trama

Un incipit inquietante, lampi di luce, come lo schermo di un televisore rotto, seguito dalle sequenze fulminee di un regolamento di conti tra mafiosi: il killer Salvo (Saleh Bakri), dopo aver estorto a uno degli attentatori il nome del mandante, gli abbassa la fronte premendogli le mani sulla faccia e lo fredda con un colpo di pistola alla testa. Poi va ad aspettare ‘l’infame’ a casa per ucciderlo. E qui il ritmo cambia completamente, diventa lento e ovattato. In quella casa c’è Rita (Sara Serraiocco), cieca, sorella dell’uomo che deve essere ammazzato, che ascolta, riascolta e canticchia la canzone dei Modà ed Emma ‘Arriverà’. L’attesa sembra interminabile, la ragazza si muove terrorizzata per la casa, cercando di non far capire al sicario nell’ombra che ha sentito la sua presenza. Anche lo spettatore è cieco, non vede l’uomo che la guarda, ma lo sente, come sente, amplificati, i colpi terrificanti della collutazione, il fragore degli oggetti che si rompono, le grida strazianti. La scena si immagina di violenza estrema. Ora tocca a Rita. Salvo le si avvicina, sembra ripetersi la scena già vista: le abbassa la fronte premendole le mani sulla faccia. Ma invece della morte, le ridà la vista. I lampi di luce si trasformano nella forma sempre più nitida del volto di Salvo, che, come un ‘killer sentimentale’, la porta via con sè.
La storia di mafia si intreccia con un’altra storia, che nasce dall’incontro di due cecità, come dichiarano i registi, quella fisica di Rita e quella morale di Salvo: ‘Si sveglierà il tuo cuore in un giorno d’estate rovente’… Una rovente estate siciliana. 

Andare o non andare a vedere il film?

Il Festival di Cannes gli ha tributato sia il Grand Prix che il Prix Révélation, è stato distribuito in vari paesi del mondo e finalmente anche in Italia (seppure in sole quaranta copie), è l’opera prima di due registi palermitani, Grassadonia e Piazza, con esperienze importanti di sceneggiatura e si avvale della magistrale e inconfondibile fotografia di Ciprì (‘E’ stato il figlio’). Merita certamente di essere visto. Ibridando con abilità, talvolta ingenuità e una certa ambizione, la lezione dei mestri del cinema giapponese con la tradizione del grande noir europeo e dei classici del western, i registi sviluppano un film di grande impatto visivo, uditivo ed emotivo, che evoca inevitabilmente anche ‘Gomorra’ di Garrone. A tratti eccessivamente dilatato e stilisticamente forzato, rimane un’opera decisamente originale, con un linguaggio narrativo denso di simbolismi e metafore universali, che permette al cinema italiano di andare oltre i confini. 

La versione di uno psicoanalista

Lo spettatore viene immerso immediatamente in un’atmosfera perturbante, a tratti onirica a tratti da incubo, creata da un gioco di contrasti talora stridente che coinvolge la vista e l’udito. Le alternanze tra immagini visive e immagini che si formano nella mente attraverso suoni e rumori ben identificabili capaci di evocare scene terribili (uccisioni, sepolture, sparatorie, inseguimenti), i lunghi ed estenuanti silenzi, le poche battute di normale conversazione (la maggior parte riguardano l’aver fame, il mangiare, l’apparecchiare la tavola, i bisogni primari dell’uomo-animale), dette per lo più dalla coppia (da citare il cammeo di un sempre straordinario LoCascio), che ospita in una squallida stanza la solitudine di Salvo, le altrettanto rare sentenze mafiose, la domanda disperata che Rita rivolge a Salvo ‘cosa vuoi da me?’, sono intervallati dalle strofe della canzone dei Modà, melodica, sentimentale, popolare, che traducono le senso-percezioni, le emozioni, che Rita e Salvo non sanno esprimere. Anche l’evidente scarto tra la sicilianità del boss mafioso e i tratti decisamente ‘stranieri’ di Salvo (attore palestinese che ricorda Schwarzenegger) contribuisce a dare alla vicenda qualcosa di surreale, girata tra paesaggi lunari e luoghi chiusi e claustrofobici. Si mettono così in risalto i due differenti piani su cui si svolge la narrazione filmica: quello della cruda realtà della mafia, che rende ciechi, muti e impone regole e confini disumani  – ‘Poi di colpo il buio intorno a noi’ – e quello delle vicissitudini interiori di una storia d’amore e morte, che ha del primordiale e dell’universale, fa incontrare gli sguardi e avvicina i corpi: ‘E arriverà il sapore del bacio più dolce e un abbraccio che ti scalderà’. Il miracolo che restituisce la vista a Rita, poco importa se determinato dall’imposizione delle mani del ‘Salvatore’ o dal trauma che lo stesso le infligge ammazzandole il fratello, e la ‘redenzione’ di Salvo, può apparire – nella versione di uno psicoanalista – in questo caso nella mia, come metafora di qualcosa cha affonda le sue radici nella profondità dell’inconscio, per sua natura inconoscibile.
In un’ottica psicoanalitica mi pare che questo film possa aprire una serie di domande: che cosa determina il cambiamento, che cosa rende visibile l’invisibile, fa aprire gli occhi, genera l’insight, mette in contatto con le proprie emozioni, permette un incontro autentico tra le persone, fa vincere eros su thanatos? Io qui posso azzardare solo una, la più semplice e ovvia delle risposte: sono le parole che toccano, che mettono in contatto tra loro due esseri umani. Possono essere anche quelle della apparentemente più banale canzone nazional-popolare di Sanremo, non servono testi teorici, poetici, citazioni illustri. Ma c’è una condizione: le parole toccano se si riempiono di senso, se sono autenticamente, empaticamente condivise. Allora forse sì, può avvenire anche un ‘miracolo’: ‘E cambierai la tristezza dei pianti in sorrisi lucenti tu sorriderai’. 

Luglio 2013