“Santiago, Italia” di N. Moretti. I commenti di A. Falci e A. Moroni

Autore: Amedeo Falci

Titolo: Santiago, Italia

Dati sul film: Regia di Nanni Moretti, Italia, 2018, 80’

Genere: Documentario

 

ROMA, CILE

Forte ispirazione etica e politica del documentario di Moretti: appare chiaro il riferimento del dramma cileno del 1973 alla preoccupante situazione politica italiana attuale, così come la dilagante propaganda anti-accoglienza in atto nel nostro paese rimanda, per contrasto, allo straordinario esempio di solidarietà e accoglienza dell’Italia di allora nei confronti dei perseguitati politici cileni. È quello che non accade adesso con i rifugiati siriani, tanto per fare un esempio, rifugiati per identità politica e sociale non dissimili dai cileni di quarantacinque anni fa.

La prima parte è una rievocazione, attraverso i filmati di epoca, della vittoria di Salvador Allende e della coalizione di Unidad Popular, della via cilena al socialismo, nonché della ferrea opposizione e resistenza all’attuazione del programma di governo. La seconda parte è, invece, dedicata all’importante ruolo svolto dall’ambasciata italiana di Santiago del Cile nell’accoglienza di un rilevante numero di perseguitati dal regime repressivo delle giunta militare golpista. Pare che nel periodo di massima accoglienza siano stati presenti in ambasciata circa duecentocinquanta persone!

Ma più che la ricostruzione del golpe l’autentica forza palpitante che regge tutto il documentario è costituita dalle interviste ai sopravvissuti e agli scampati di quegli anni, grazie anche all’aiuto dell’Italia. Straordinari volti, voci e testimonianze, particolarmente efficaci non solo per le memorie storiche, ma per le intense emozioni che accompagnano i racconti del trauma collettivo. Si assiste a testimonianze ancora oggi intense e animate, a testimonianze in apparenza pacate, calme, quasi distanziate a causa di un dolore presente da anni, pur nella descrizione dell’orrore. Si ascoltano aneddoti incredibili e quasi paradossali, tentativi di trascorrere una vita ordinaria, pur in un clima di emergenza, insicurezza e pericolo costante di vita: gli squadroni della morte avrebbero potuto entrare impunemente in ambasciata in qualsiasi momento. E ci sono le parole che non possono esprimersi, con lacrime trattenute che non vogliono apparire per dignità, parole difficili perché sopraffatte non solo dai ricordi del terrore, ma anche dai ricordi di quelle pochissime figure di alto profilo, degne di essere chiamate “umane” in quelle circostanze estreme e disumane. Una sequenza particolarmente toccante riguarda un esule che commemora, con grandi pause, il ruolo esemplare di attenzione ai diritti umani svolto dal cardinale Raúl Silva Henríquez, allora arcivescovo di Santiago del Cile.

Documentario edificante, che serve a non perdere la memoria di quell’anno tremendo, e di quelli che seguiranno, durante i quali è stato eseguito lo sterminio sistematico di una generazione, di una classe politica, di una popolazione.

 

Cito da Wikipedia, alla voce ‘Augusto Pinochet’ (con le relative note di verifica dei dati): “uccisione di un numero tra 1.200 e 3.200 oppositori, tra 80.000 e 600.000 internati, esiliati o arrestati in maniera arbitraria e tra 30.000 e 130.000 torturati e vittime di violenza. La Commissione Rettig e altre commissioni, istituite dopo la dittatura, contarono ufficialmente 3508 morti – 2.298 assassinati o giustiziati, 1.210 sparizioni forzate – oltre a 28.259 vittime di tortura e prigionieri politici nei circa 17 anni di potere di Pinochet, ma in particolare durante il primo decennio. Taluni autori hanno aumentato il numero delle vittime a 17.000 (15.000 morti e 2000 scomparsi), altri di più, ma la questione è ancora aperta”.

 

La cura della memoria è ovviamente una virtù civile e politica essenziale. Memoria non solo di quelle circostanze storiche lontane (lontane?). È accaduto in Cile, e poteva accadere da noi, forse. Potrebbe accadere ancora, forse. Se a questo le rivisitazioni della memoria possono servire, ecco che il documentario sollecita questioni su cui forse non ci si è mai soffermati: le grandi iniziative, ma anche la fragilità del governo Allende; la sorprendente impreparazione ad una risposta popolare di massa, o ad una resistenza armata, da parte del governo stesso e dei principali partiti della coalizione, rispetto ad un prevedibilissimo golpe, dopo una primo tentativo di rovesciamento pochi mesi prima del settembre 1973; il ruolo direttivo e fondamentale nel golpe e nella strage svolto dagli USA; il silenzio tombale (è appunto il caso di dire) dell’URSS che pure aveva fornito importanti appoggi ed aiuti anche finanziari al governo cileno; il ruolo eroico dei diplomatici a Santiago, ma le esitazioni politiche del governo italiano di allora; e, infine, il grande mistero della fine di Salvador Allende a cui il documentario allude, ma senza dare risposte.

 

Ma coltivare la virtù della memoria è anche altro. Memoria anche di come eravamo. Di come eravamo diversi. Quello che appare quasi incredibile non è, ovviamente, solo la rievocazione dell’immane tragedia cilena, con la sequela di repressioni e orrori che sarebbero continuati per altri diciassette anni, ma riscoprire come nell’Italia circolasse uno spirito umano, politico e civile di solidarietà, accettazione e integrazione che oggi sembra svanito.

Moretti compie un’operazione documentaria di valore, riuscendo una volta tanto a trattenere se stesso, e a mettersi da parte. Parlano i filmati, le rievocazioni e i protagonisti, lui non c’è, o c’è pochissimo: se non nella sua voce fuori campo, in una veloce apparizione in cui dichiara “io non sono imparziale”, e soprattutto, nella splendida apertura del film dove guarda silenzioso Santiago e la sua cornice andina innevata. È il prologo: adesso vi racconteremo del grande freddo disceso su una grande città vivace e vitale che aveva creduto che i mutamenti fossero possibili.

 

Dicembre 2018

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