“Santiago, Italia” di Nanni Moretti. Commento di Angelo Moroni

Autore: Angelo Moroni

Titolo: Santiago, Italia

Dati sul film: Regia di Nanni Moretti, Italia, 2018, 80′

Genere: Documentario

Trama

Nanni Moretti raccoglie in prima persona le testimonianze di molti sopravvissuti alla repressione della giunta militare cilena avvenuta dopo il golpe dell’11 settembre 1973, colpo di stato che destituì il governo democraticamente eletto di Salvador Allende.

Il documentario interseca filmati d’epoca con interviste a registi, operai, artigiani, diplomatici, vittime e carnefici cileni, che hanno vissuto uno dei periodi più bui e traumatici della storia latinoamericana. L’occhio del regista coglie lo stretto rapporto, sia simbolico sia propriamente storico-politico, che intercorre tra storia cilena e storia passata e presente del nostro paese. Molti sono, infatti, i riferimenti al Partito Comunista Italiano e alla sua funzione di contenitore sociale e ideologico dei più alti valori progressisti e democratici del nostro paese, andati perduti con l’avvento della cultura neo-liberista berlusconiana.

 

Andare o non andare a vedere il film.

Attraverso il fluido e coinvolgente montaggio di Clelio Benevento, “Santiago, Italia” ci fa rivivere una parte importante di Storia, non solo cilena, ma anche italiana, riportando alla nostra memoria la tragica involuzione totalitaria cui è andato incontro il paese di Allende e di Neruda dopo un periodo molto vitale e creativo di sperimentazione politica, sociale, culturale. Questa immersione nel passato, che rimanda tragicamente al presente e fa temere per il futuro, è indotta dal regista attraverso interviste che sono “quadri viventi”, in cui le emozioni e la commozione degli uomini diventano protagoniste assolute, insieme alla narrazione dei fatti. Toccante, in particolare, risulta la testimonianza di una ex-militante del MIR, torturata per giorni interi a Villa Grimaldi, luogo di detenzione di molti dissidenti.

Il ruolo fondamentale dell’Ambasciata italiana a Santiago nel dare ospitalità a duecentocinquanta rifugiati, poi trasferiti in Italia, è anche l’occasione per riflettere sulla deriva individualistica e discriminatoria cui sta andando incontro la politica italiana di oggi, ben lontana dal clima di accoglienza e solidarietà che caratterizzava la nostra società negli anni ’70. Ritroviamo il Moretti ancora “impegnato” politicamente, con la sua capacità di anticipare i tempi (il film era in produzione prima dell’instaurarsi dell’attuale Governo), che non si è stancato di ricordare alla Sinistra italiana le sue radici popolari e operaie, antitesi assoluta di tutti i “populismi” in auge.

 

La versione di uno psicoanalista

Quello di Moretti non è semplicemente un documentario, ma una riflessione che si muove su vari piani ed esplora simultaneamente, attraverso una visione sempre “binoculare”, diversi temi. Prende avvio da quello del trauma collettivo causato dai genocidi di stato e arriva a quello dell’accoglienza di uno “straniero” che va integrato all’interno di un’idea di umanità più ampia, intrinsecamente multietnica e che va al di là dei confini e delle dogane. Prosegue con quello del lutto per una solidarietà sociale, che in Italia, come in Cile e in tutti i paesi occidentali, è andata perduta e sostituita da modalità sempre più caratterizzate da relazioni narcisistiche ed emozioni gruppali e sociali primitive.

Moretti lancia quindi un appello accorato e indignato ad una coscienza collettiva che sembra aver perso i legami con la propria identità e la propria memoria, che la funzione etica del Cinema può aiutare a recuperare.

 

Dicembre 2018

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