“Sarah e Saleem” Commento di E. Marchiori e C. Marogna

Autori: Elisabetta Marchiori e Cristina Marogna

Titolo: Sarah e Saleem – Là dove nulla è possibile (The reports on Sarah and Saleem).

Dati sul film: regia di Muayad Alayan, Palestina, Germania, Olanda, 2018, 132’

Genere: drammatico

Claudia Bedogni, responsabile della distribuzione per la Satine Film, sta accompagnando per l’Italia “Sarah e Saleem – Là dove nulla è possibile”, che traduce l’originale “The reports on Sarah and Saleem”. Lo presenta con la sincera passione di chi fa dell’amore per il cinema la sua professione, e cerca e trova opere di indubbia potenza (ricordiamo solo “Alabama Monroe”, di Felix Van Groeningen, 2014), trasmettendo entusiasmo agli spettatori. Prima della proiezione cui abbiamo assistito – nell’unico coraggioso cinema con un’unica sala sopravvissuto a Padova, il Lux – l’ha definito un film “onesto”, di quelli che mostrano una realtà che altrimenti non conosceremmo, “autentico”, di quelli che emozionano e coinvolgono. Non ha deluso le aspettative.

Presentato nel 2017 alla Mostra del Cinema di Venezia, designato Film della Critica e vincitore di premi internazionali, tra cui il quello speciale per la sceneggiatura al Festival di Rotterdam, quest’opera del regista palestinese Mauyad Alayan, classe 1985, merita la visione.

Lo spettatore è coinvolto dall’inizio alla fine nella storia, che inizia con una relazione clandestina tra l’israeliana Sarah (Silvane Kretchner) che gestisce un bar a Gerusalemme Ovest ed è sposata con David, un colonnello dell’esercito (Ishai Golan) e il palestinese Saleem (Adeeb Safadi), un fattorino che stenta a sbarcare il lunario e aspetta un figlio dalla moglie Bisan (Maisa Abd Elhadi). Proprio per le sue difficoltà economiche, Saleem accetta un lavoro illegale dal cognato, cioè di fare consegne “oltre il muro”, di “qualsiasi cosa chiedano”. Ma avventurarsi “oltre” qualsiasi muro lì, dove una guerra è in corso, comporta rischi altissimi, di cui Saleem e Sarah non sembrano misurare la portata. Infatti, il conflitto tra israeliani e palestinesi può trasformare un banale tradimento di coppia in un tradimento politico: “reports” accusano ingiustamente Saleem di crimini mai commessi, coinvolgendo Sarah, Bisan e David.

Uno degli aspetti più interessanti, reso magistralmente dal regista, è che ognuno dei protagonisti – interpretati in modo molto convincente – è vittima e complice di un tradimento più insidioso, profondo, cui sono asserviti e a cui poi reagiscono ognuno a proprio modo: il tradimento della verità. Anch’essa è del tutto soggettiva, ma comunque trasformativa (Bion, 1977)

Per Bisan la scoperta della verità scatena la ribellione e l’autodeterminazione: appare una moglie devota, disposta a vendere di nascosto i suoi gioielli e pagare le bollette per non umiliare il marito, incapace di mantenere la famiglia, ma lo mortifica a sua volta negandosi sessualmente. Per Sarah la verità è qualcosa di informe, che arranca per venire alla luce ma, quando emerge, pur sollevando una quota importante di angoscia, la rende libera e più forte.

Saleem pare invece stordito dalle menzogne proprie e altrui, da cui rimane schiacciato, mentre David, l’uomo tutto d’un pezzo completamente dedito alla carriera, cede inconsapevolmente a svelare l’unica verità che dovrebbe tacere.

Il film, ad un altro livello, mostra come, con estrema facilità, si possano manipolare culturalmente e politicamente le letture dei fatti, trasformando l’uomo che tradisce in eroe e la donna che tradisce in prostituta. Oppure la donna può essere solo madre, che solidarizza per definizione con tutte le altre madri?

Nulla è possibile, dunque o, piuttosto, tutto è possibile? Con questo dubbio, carico di apprensione, il film tiene il ritmo del thriller e la profondità della tragedia.
“Tell me the truth”, implora disperatamente il poeta Auden, come sembrano implorare i personaggi del film, e con loro gli spettatori.

 

Riferimenti bibliografici

Bion W.R. (1977). Seven Servants. Jason Aronson, New York.

 

Aprile 2019