Sentire, fare e interpretare

Passioni, agiti, pensieri: tra sentire, fare e interpretare

Commento di Irene Sarno

Una settimana intensa per il dott. Mari, forse più del solito. È la quinta settimana di lavoro, e le vicende del dottore e dei suoi pazienti si evolvono velocemente, a tratti in modo brusco, in una certa confusione tra vita interna (setting, mondo psichico, transfert) ed esterna (vita “reale”, agiti). Le passioni diventano più violente, irrompono e “costringono” ad agire: per controllarle, per evitarle, nella migliore delle ipotesi per viverle. Analista e paziente hanno l’occasione di trovare un modo per dare un senso, un nome, a quello che si sta vivendo e mettendo in atto.

La settimana inizia con il silenzio di Rita. “Anche i silenzi parlano” dice Giovanni Mari. Vero, ma gli spettatori sanno che c’è un sospeso: i risultati del test genetico. È di questo che non vuole parlare Rita? E nel frattempo agisce: un’imboscata a scuola della figlia che non vuole parlarle, va a letto con un attore di 25 anni, “proprio ora” osserva il dott.  Mari, dopo due anni da quando si è separata. Ma anche se vorrebbe non pensare alla sorella e alla malattia, Isabella e Giovanni, fuori e dentro il setting, le impongono la realtà. Isabella manda un sms: “devi chiamare la zia, sembra un cadavere”. Un’immagine così forte che non si può allontanare dalla mente. Il dott. Mari a sua volta riporta l’attenzione sui risultati del test, apre con lei la busta, accorcia le distanze e una volta scoperto il risultato negativo incalza anche lui Rita e per tre volte la esorta, in modo sempre più deciso, ad andare dalla sorella: “deve vedere sua sorella prima che muoia”. Di fronte ai silenzi e le fughe di Rita, il dott. Mari sente l’urgenza di parlare, la pressione della realtà esterna, della morte, dei possibili rimpianti (non andare a trovare Patrizia, così come non era riuscita ad andare a trovare la madre): non c’è tempo per interpretare, bisogna agire. Anche se questo significa mettere in scena nel teatro del transfert il ruolo di qualcuno (la madre?) più vicino alla sorella, tanto da farle dire: “Non potrebbe essere un po’ felice per me?”.

L’arrivo di Riccardo è preceduto da una chiamata di Padre Carlo, che apre alla storia misteriosa che si dispiega come un giallo per tutta la seduta/puntata. Riccardo appare immediatamente sfigurato dal dolore, è un corpo che parla: insolitamente porta gli occhiali, ha la faccia disfatta. Un’immagine molto diversa da quella che lo vedeva in abiti sportivi annunciare la ritrovata serenità nella scorsa puntata. “Un piccolo attacco ischemico per accumulo di stress traumatico” ma “tutto dovrebbe tornare come era prima” dichiara. Ma invece tutto è cambiato e Riccardo può ora fare un collegamento che il dott. Mari aveva suggerito dalla prima puntata/seduta: la passione per Letizia. L’evento traumatico scatenante è infatti la richiesta da parte di Letizia, incinta, di celebrare le sue nozze. Un surplus di emozione, e Riccardo non ha gli strumenti psichici per gestirla: anche qui l’ “agito somatico” vorrebbe evitare il sentire. È un vero terremoto emotivo, che lo lascia impotente. Il sintomo è la perdita delle vista: “non vedevo più, era tutto avvolto nella nebbia”. Ma “ci vuole tempo a volte per cominciare a vedere” osserva Mari. E Riccardo non scappa, vuole iniziare a vedere: il ricordo della sensazione di pienezza provata nel contatto fisico sedendo a teatro vicino a Letizia gli fa dire di essere innamorato di lei. Ma il racconto continua tra uomo e sacerdote, accompagnato da una domanda drammatica per la sua vicinanza alla “verità”: “le mie scelte sono mai state libere?” E come è successo con la nascita della psicoanalisi, la convinzione di Riccardo nel libero arbitrio lascia il posto al determinismo psichico. La storia continua: si cerca di tornare alle origini, alla casa dell’infanzia, a una prima storia d’amore, un primo approccio alla sessualità così carico di ansia e vergogna da portare Riccardo al sacrificio della sessualità stessa, alla rinuncia delle passioni terrene una volta per tutte. Ma al dott. Mari non basta: “c’è dell’altro? Cosa ancora non ha raccontato? Da dove arriva veramente la vergogna?”. Aspettiamo…

Luca. La puntata si apre su una scena serale a casa del dott. Mari che cucina con il figlio Michele, in un clima scherzoso e allegro. Uno dei rari momenti in cui sembra far capolino un accenno di vitalità e scomparire la tristezza apatica o angosciata che accompagna costantemente la vita fuori dal setting. Cosa succede quando le diverse realtà del terapeuta e del paziente entrano in contatto? Luca suona alla porta, anche lui come Riccardo appare sconvolto, sfatto, in contrasto con l’ultima seduta in cui finalmente lo abbiamo visto meno arrabbiato. È andato a conoscere i suoi genitori biologici e loro lo “hanno cacciato via”: “possiamo fare la seduta adesso invece che domani?”. Anche qui sembra non esserci spazio e tempo per pensare, Giovanni è chiamato ad una decisione, una scelta difficile tra due figli; e non se la sente anche lui di cacciare Luca; come dice ad Adele: “dovevo”. Nel setting però si fa spazio alla possibilità di pensare, di dare un senso agli agiti, che è un aspetto importante del nostro lavoro. Luca fuma una canna prima di andare a conoscere i genitori biologici: anche lui non vuole sentire la forza delle emozioni che accompagnano l’incontro. Giovanni fa raccontare, chiede, cerca di capire e infine interpreta: Luca di fatto ha mandato in fumo (la canna) l’incontro, lo ha sabotato, per dimostrare e confermare la sua verità psichica originaria o, come è stato detto nei commenti precedenti, il suo copione: non può essere amato, verrà “cacciato”. L’agito del terapeuta può ora acquistare un senso psicologico: chiedendo una seduta “in notturna”, Luca si aspettava e voleva inconsciamente essere ancora una volta cacciato? Il dott. Mari in qualche modo si sottrae alla parte assegnata? La realtà esterna irrompe, e Michele (ri)chiama il padre: sta mandando in fumo la casa (sic!). Luca scappa.

Bianca ha seguito l’invito del dott. Mari ad andare al centro. Descrive lungamente l’incontro in sala d’aspetto con Stefania, che sogna di andare a New York: “lei si è già sistemata” e può sognare, al contrario di Bianca, che è ancora incollata a terra, non può volare. E va emergendo più chiaramente cosa tiene Bianca incollata a terra, prima ancora del marito che la picchia: il mandato materno e la lealtà ad esso che la costringe ad un ruolo al quale sembra impossibile sottrarsi. “Mentre ero là (al centro) pensavo a quello che poteva pensare mia madre se mi vedeva là… mia madre diceva che i momenti brutti passano, ma la famiglia resta”. Il mondo è un posto di merda, e nulla si può fare per cambiarlo: questa è la sua verità. Il dott. Mari interpreta questa verità, mostra nuove possibili letture, al contempo diventa nuovamente interventista e spinge la sua paziente a prendere una decisione. Bianca, come molti pazienti, sente un conflitto fortissimo tra il desiderio e la paura che le cose possano essere diverse: “per favore basta! Lei è cattivo!”. Ancora agiti: Bianca chiede al dott. Mari di andarle vicino, e lui acconsente, e chiede sempre più insistentemente come sia andato l’incontro oltre la sala d’aspetto, con la dott.ssa Fontana. Bianca diventa più vaga nel racconto, ma al contempo più esplicita nel transfert: “ho pensato a come poteva essere la donna sua, perché lei mi sta cambiando la vita”. Giovanni (come non ricordare Sara, la paziente della prima serie?) si allontana dalla realtà transferale per tornare velocemente sul terreno più sicuro della realtà concreta: l’incontro con la dott.ssa, la possibilità di testimoniare in favore di Bianca. Siamo alla fine, e qualcosa che rimane non detto in seduta può prendere corpo nella telefonata all’esterno: Bianca ha davvero incontrato la dottoressa al centro?

La fine della settimana è un precipitato di agiti. Giovanni riaccompagna Michele a casa da Sebastiano e la madre: forse grazie alle poche sedute con Adele può liberare il figlio dall’idea che lui debba rendere felice il padre, anche se accompagnarlo è doloroso, il vissuto di esclusione è forte. Arriva in ritardo, con delle medicine, un analgesico. Resta solo metà seduta. Come ha detto lo stesso Giovanni a Rita, viene anche a noi da pensare: “proprio ora”.  Giovanni da terapeuta diventa paziente, e sembra che anche lui vorrebbe evitare di pensare, di soffrire, di capire. Adele si sente un po’ messa alle strette, e interpreta: Giovanni vuole farle vedere come è stato bravo e coraggioso con Michele per evitare che lei possa commentare o criticare? Si dice che una buona interpretazione apre una porta; forse è questo che porta il paziente a poter riprendere l’argomento spinoso rimasto in sospeso: i suoi sentimenti “ridicoli” verso Adele. La relazione con Adele può essere fantasticata perché impossibile? Eppure anche qui c’è un accenno di vitalità emotiva. Giovanni prova di nuovo a cambiare argomento, a tornare sui dubbi sui suoi pazienti, ma Adele è brava e decisa nel non mettere in scena la parte che Giovanni vorrebbe, nel non confondere i ruoli come era successo con Anna, anche quando Giovanni agisce nuovamente e violentemente. Non vuole lasciare la seduta e chiede insistentemente “un minuto in più”, fino ad esplodere: “perché sei così rigida cazzo!?”. Adele non cede alla pressione, e prima di congedarlo fermamente interpreta ancora, prova a dare un senso a quanto sta succedendo, a usare il pensare al posto dell’agire, uno dei più grandi strumenti che noi, come analisti, abbiamo.