Senza nessuna pietà – The Humbling – Loin des hommes

‘Senza nessuna pietà’: Sezione Orizzonti, di Michele Alhaique, Italia, 98′

‘The Humbling’: Fuori Concorso, di Barry Levinson, USA, 112′

‘Loin des hommes’: In concorso, di David Oelhoffen, Francia, 110′

 

Commento di Elisabetta Marchiori

 

Io mi muovo istintivamente nella scelta dei film, con il desiderio di vederne il più possibile e facendo i conti con l’impegno di scriverne. Un impegno che non è né da critico cinematografico né da profonda conoscitrice di storia del cinema, ma da appassionata e vorace spettatrice, il cui sguardo, durante la visione del film, tende a rimanere in uno stato di ‘attenzione fluttuante’. È il corpo per primo a rispondere agli stimoli visivi delle immagini e alla storia. Tanto più la mente ne è attratta, coinvolta, avvolta, tanto più dimentico il corpo, che diventa invece irrequieto in risposta a film che, per motivi consci e inconsci, mi disturbano, annoiano, irritano. Qualche intuizione di pensiero arriva già durante la visione del film, ma è fuori dalla sala che provo a riordinare le emozioni e a formulare un pensiero condivisibile, che abbia a che fare anche con la psicoanalisi. Questa breve premessa è per sottolineare che ognuno di noi, inevitabilmente, vede in ogni film un suo film: è grazie allo sguardo che ogni singolo spettatore gli rivolge che un film può nascere e avere vita, come per ognuno di noi è necessario lo sguardo dell’Altro che lo veda e lo riconosca.

 

Ma ora arriviamo alla mia prima giornata alla Mostra del Cinema ho visto tre film, in questa sequenza: l’italiano ‘Senza nessuna pietà’, l’americano ‘The Humbling’ e il francese ‘Loin des hommes’. Opere completamente differenti, che si radicano in culture differenti.

‘Senza nessuna pietà’, presentato nella sezione Orizzonti, è l’opera prima di un giovane attore italiano, Michele Alhaique, interpretato e co-prodotto da Pierfrancesco Favino, che, ingrassato di venti chili per esigenze di copione, occupa con la sua mole ogni sequenza. Nel film, ambientato a Roma, è Mimmo, un gigantesco muratore in grado di fare a polpette senza dire una parola e senza pietà a mani nude o armi improvvisate (tipo skeatboard) chi non paga i debiti dello zio usuraio. Al quale zio, evidentemente, lui deve qualcosa: alla fine si dice che il padre è stato ammazzato e la madre chissà. Infatti, Mimmo fa paura, ma non sarebbe cattivo, anzi: ad un certo punto si ribella alle ingiustizie e decide di salvare una giovane escort dalle grinfie del cugino (il figlio dello zio). Ovviamente usa i metodi che conosce e, nonostante sia un suo parente, fa polpette anche di lui. La bella all’inizio pare piuttosto scocciata di trovarsi con la carriera rovinata, ma un po’ alla volta si innamora della bestia che la protegge e si prende cura goffamente di lei. La faccenda, come un altro personaggio del film alle dipendenze dello zio continua a prevedere (che mi è parso avere l’aspetto e l’accento di un piccolo mafioso siciliano), non può certo avere un lieto fine, non è una fiaba, ma uno squarcio spietato sulla realtà della piccola criminalità a tutti noi così vicina. Il film viene definito ‘un noir’, forse in omaggio a quei begli occhi di Favino il cui sguardo, purtroppo, è nascosto e offuscato forse dai lineamenti un po’ deformati dai chili presi. Ad un certo punto, ferito, Mimmo si fa sistemare da un veterinario, a cui l’intervento non riesce così bene. Anche se ce la mette tutta. E si capisce che tutti ce l’hanno messa tutta, per fare questo film, e di questo bisogna prendere atto. Purtroppo la storia di questo ‘incontro di due solitudini’ alla ricerca di una via di salvezza cerca di essere originale, ma risulta, nonostante l’onestà e i buoni propositi, confusa, piena di stereotipi, e i personaggi che ruotano attorno al grande Favino sono ‘macchiette’. Per dire ‘qualcosa di psicoanalitico’ mi viene in mente che il problema potrebbe risalire alla sindrome di deficit dell’accudimento, resa famosa da Nanni Moretti con il suo Habemus Papam. Anzi, ne sono quasi sicura.

Purtroppo per ‘Senza nessuna pietà’ a seguire nella stessa sala, fuori concorso, è stato proiettato ‘The Humbling’, del veterano Barry Levinson (Oscar per ‘Rain man’, lo ricordiamo per ‘Good Morning Vietnam’ e ‘Toys’) con un Al Pacino che merita tutti gli applausi e i riconoscimenti che gli sono stati attribuiti come il re delle star conclamate in questa edizione della Mostra. Con sollievo, si inizia ad aprire l’orizzonte. Il film è tratto liberamente dall’omonimo romanzo di Joseph Roth (tradotto L’umiliazione), di cui l’attore ha acquistato i diritti per poi convincere l’amico regista quasi coetaneo a fare un film ‘su misura’ per metterci il meglio di sè, forse un po’ esagerando. Racconta la storia di un attore di teatro, Simon Axel, sul viale del tramonto, che oltrepassa il confine tra genio e follia, ha perso ‘il dono, il talento, il desiderio’ e, caduto in preda al male oscuro, non riesce più a recitare. Ricoverato in una clinica psichiatrica dopo essersi buttato giù dal palcoscenico, il protagonista prova a ‘riabilitarsi’, anche attraverso una strampalata e un po’ perversa, forse incestuosa, storia d’amore con una giovanissima donna che si dichiara lesbica e sin da piccola era innamorata di lui. Il film vanta interpretazioni sicuramente ottime, da buon film hollywoodiano, con una sceneggiatura che però svuota la consistenza disperata del romanzo per giostrarsi tra la commedia brillante e il dramma, ricordando a tratti Woody Allen e a tratti Polansky. Nella sua discontinuità , affronta questioni interessanti seppure non originali: quali sono i confini tra creatività e delirio, tra vita reale e finzione, tra gli archetipi dei miti e le relazioni umane? La storia d’amore tra il protagonista e la giovane lesbica è davvero incestuosa o è una fantasia frutto di una mente ormai in preda alla degenerazione? Lo psichiatra a cui via Skype il protagonista racconta le sue vicissitudini appare, stranamente, l’unica persona assennata del film. Potrebbe essere anche lui un’invenzione, certamente non salva Simon da se stesso.

Un punto in comune tra questi due film è l’intervento in extremis di un veterinario, qui richiesto per un colpo della strega, ed effetti migliori, purtroppo non a lungo termine.

L’orizzonte mi si spalanca, con totale coinvolgimento, nei paesaggi sconfinati e desertici di ‘Loin des hommes’ (Lontano dagli uomini), in concorso, secondo lungometraggio di David Oelhoffen, classe 1968, di aspetto molto somigliante (quasi un sosia) al magnifico Viggo Mortensen (conosciuto anche come fotografo, poeta, pittore e musicista), che per l’occasione ha imparato anche l’arabo (parlando già perfettamente una mezza dozzina di lingue).

Ispirato al racconto di Camus ‘L’ospite’, girato in Marocco in un’atmosfera e con situazioni che rimandano anche al western più classico, è la storia dell’incontro tra due uomini nell’Algeria straziata dai moti indipendentisti del 1954. Daru, un ex comandante dell’esercito francese, colono di origine spagnola, è diventato un maestro elementare, punto di riferimento per i bambini dell’altopiano. Mortesen lo interpreta in modo convincente, forse solo un po’ troppo altero, non dismettendo del tutto i panni dell’eroe Aragon del Signore degli Anelli. Un giorno a Daru viene ‘affidato’ Mohamed (un bravissimo Reda Kateb), arabo accusato di aver sgozzato un cugino che lo derubava del grano, perché lo accompagni in città per essere processato e giustiziato. Daru è costretto ad accogliere l’ospite inatteso, ma è intenzionato a farlo fuggire. Mohamed però è braccato anche dai cugini che devono vendicarsi: questo avrebbe innescato una faida senza fine e consegnarsi ai francesi gli sembra l’unica via d’uscita. Daru decide quindi di non lasciarlo solo: come i suoi scolari, gli è stato ‘affidato’ e non può, e non vuole, abbandonarlo al suo destino. Lo chiama per nome, come chiama per nome i suoi scolari, uno a uno, e la compassione (nell’accezione positiva del termine) che muove le sue azioni risulta autentica. Daru è anche lui un ‘ospite’ nella sua terra: è uno straniero sia per i francesi che per gli arabi. Non vuole schierarsi, accettare compromessi, sottomettersi alle volontà della guerra e alle lotte fratricide. La guerra in Algeria diventa qui il simbolo di tutte le guerre e i conflitti, presenti allora ed oggi e che sembrano non avere mai fine. Mortensen ha dichiarato: ‘Per me quello che è davvero sovversivo non è far saltare in aria un palazzo, mettere una bomba su un aereo, tagliare la testa a qualcuno: è amare gli altri, ed è ciò di cui parla il nostro film’. Un argomento davvero difficile, che rischia di scivolare nella retorica. Eppure questo film di retorico non ha proprio nulla, non è melodrammatico, melenso, pretenzioso. Sceneggiatura, fotografia e colonna sonora (Nick Cave e Warren Ellis) sono pulite e in perfetta sintonia le une con le altre. I personaggi sono intensi, le emozioni passano attraverso le immagini forti e chiare. Una libera associazione mi fa venire in mente il testo di una canzone dei Simple Minds ‘Alive and kicking’. Realizzato quindi in modo estremamente equilibrato, è un film che dalla superficie scava in profondità con forza e convinzione, senza che lo spettatore si senta mai violato, ma piuttosto accompagnato, attraverso la scelta tra la vita e la morte, come Daru accompagna Mohamed. Si può scorgere la metafora di un percorso psicoanalitico, in questa relazione di avvicinamento progressivo tra due persone, che trova come obbiettivo quello di scegliere la vita, invece che la distruzione, di scegliere la libertà invece dell’asservimento e della compiacenza, di scoprire i desideri, invece di dipendere dai bisogni.