Settimana 1

Settimana 1 

Giovanni Foresti 

Nel caso che gli sceneggiatori dell’edizione italiana di In Treatment hanno chiamato Dario, il regista, gli attori e i tecnici della troupe riescono a raccontare un problema di grande rilievo clinico e sociale: il senso di colpa e le conseguenze della sua mancata elaborazione. Per introdurre la complessità del tema affrontato nella puntata di martedì scorso, si può fare riferimento a un’esperienza della vita quotidiana alla quale i neurofisiologi hanno da tempo fornito una spiegazione convincente.

Quando ci capita di scottarci con i fornelli della cucina o con l’acqua del bagno, sappiamo che il dolore non arriverà tutto in una volta ma in due ondate successive. La prima ondata è stata definita epicritica dagli studiosi che se ne sono occupati, ed è molto rapida. Ci avverte del danno cui il nostro corpo andrebbe incontro se non adottassimo subito la contromisura, banale ma decisiva, di allontanarci dalla fonte di calore. La più penosa fra le due componenti del dolore è tuttavia la seconda, l’ondata detta protopatica, che è separata dalla prima da un breve periodo di latenza. In questo fugace lasso di tempo, noi non rimaniamo del tutto inerti perché ‘sappiamo’ – una conoscenza acquisita per esperienza e non per scienza – che possiamo ridurre l’ammontare del dolore se stringiamo la mano ustionata con quella rimasta indenne, oppure se agitiamo in aria l’arto ora dolente. La base neurofisiologica di questi gesti automatici è stata definita, dagli scienziati che l’hanno studiata, porta del dolore o teoria del cancello (Gate Control Theory: GCT). Essa spiega la nostra condotta con osservazioni sperimentali ritenute scientificamente conclusive: stimolare canali sensoriali diversi da quelli dolorifici (canali tattili, termici o pressori) chiude il metaforico cancello delle vie nocicettive e riduce l’impatto soggettivo del dolore.

Nella storia clinica di Dario viene descritta l’attività che il protagonista mette in campo per ridurre il dolore psichico. Prima di far uso dell’analogia colla porta del dolore fisico, vediamo quali sono, nella realtà della fiction, i fatti che Dario racconta a Giovanni con una rapidità appunto epicritica (ma anche ipocritica, come vedremo).

Nella serie statunitense, il personaggio del martedì sera è un pilota dell’aviazione militare che ha bombardato dei villaggi iracheni. Nell’edizione italiana, il protagonista è invece un carabiniere addestrato a infiltrarsi nelle organizzazioni criminali. Spesso impegnato in missioni ‘sotto copertura’, Dario è reduce da un anno di lavoro in Germania, dove era diventato collaboratore di malavitosi della ‘ndrangheta calabrese.  Allo psicoterapeuta racconta di essere molto abile nel suo lavoro e di avere imparato molto bene come diventare “uno di loro” (cioè ha sviluppato la capacità di identificarsi a fondo con i personaggi che deve interpretare: la stessa competenza che dovrebbe sviluppare ogni buon ‘psi’).

A Oberhafen, la sua abilità l’ha portato all’incontro col “capobastone”: il leader dell’organizzazione criminale locale. Proprio quando pensava d’esser stato scoperto, il boss della ‘ndrina gli ha però fatto capire di non sospettare affatto di lui e anzi di volergli chiedere una prova di fedeltà. Per completare il processo di affiliazione, Dario avrebbe dovuto uccidere la persona con cui aveva collaborato nei mesi precedenti (il suo ‘amico’, tentando di mettersi in proprio all’insaputa di tutti, aveva infatti tradito la fiducia della cosca).

Per evitare l’assassinio, Dario racconta di aver ha cercato di far intervenire la polizia tedesca ma l’iniziativa non ha ottenuto i risultati sperati. Per compiere la prova di fedeltà che gli avrebbe salvato la vita, il carabiniere in incognito è stato accompagnato a casa dell’amico da due altri sicari, fatti di cocaina e molto spaventati. Nella caotica sparatoria che ne è seguita, sono così morti, oltre al malavitoso che era la vittima designata, anche i figli di quest’ultimo. Unica sopravvissuta della famiglia è Teresa, la moglie del criminale rimasto ucciso.

Questi i fatti, o meglio il plot (l’intreccio) del racconto. Cerchiamo ora di capire cosa succede nel dialogo che dà vita alla narrazione (la fabula) della storia.

Nello studio di Giovanni, Dario dice molte cose che possono essere comprese solo supponendo che risultino dalla compresenza, a diversi livelli del suo funzionamento psichico, di due serie contrapposte di pensieri.

Da un lato, il carabiniere in crisi sa benissimo che la sofferenza per la quale sta cercando aiuto è da ricondurre al senso di colpa che prova per ciò che è accaduto in Germania. Dall’altro ci sono però numerose esperienze di vita (come la morte della madre, o l’addestramento che ha ricevuto nell’esercito) che gli hanno insegnato come fare per ridurre l’impatto della componente più penosa del dolore psichico, e cioè l’onda differita, viscerale e protopatica, del senso di colpa.

Per evitare di pensare, bisogna riempirsi la giornata di attività concrete (come faceva suo padre all’indomani della morte della madre) e distogliere i propri pensieri dalla serie delle preoccupazioni più penose (provocando una rissa, ad esempio, per ottenere contemporaneamente due scopi: sfogare la rabbia e farsi picchiare/punire). Occorre inoltre ripetere come un mantra rassicurante le formule che organizzano le proprie idee in modo tale da non sentirsi responsabili: i morti sono “danni collaterali” e la colpa dell’accaduto è dell’amico criminale, che aveva intrapreso iniziative incoerenti con la sua scelta di vita.

La scommessa degli artisti che hanno ideato e realizzato questa serie è riuscire a far diventare il lavoro psicoterapeutico un godibile argomento d’intrattenimento. Buona parte dell’interesse suscitato negli spettatori deriva dal fatto di poter seguire lo scambio discorsivo in cui consiste il progetto clinico che ha portato Dario nello studio di Giovanni.

Ma cosa succede fra quei due? Cosa si dicono, esattamente? E perché può essere interessante per lo spettatore? Lo vedremo meglio commentando le prossime puntate. 

5 aprile 2013