Settimana 1

Cristina Saottini

Certo fa effetto vedere e sentire recitata (benissimo) in italiano una serata di In Treatment. La versione in inglese permetteva un certo distanziamento un “vabbè loro sono americani” che rendeva più indulgente il mio ascolto da psicoanalista. La versione italiana non lo permette, favorisce l’identificazione con il terapeuta e rende più facile pensare “ma cosa sta dicendo/facendo?”. Sono ovviamente contenta che si parli di psicoterapia psicodinamica (non si può proprio usare la parola psicoanalisi per la tecnica messa in campo dal dottor Mari) senza l’ironia caricaturale con la quale sono stati dipinti dal cinema gli psicoanalisti. Proprio questo maggiore realismo corre il rischio di far confondere una seduta di psicoterapia con uno sceneggiato sulla psicoterapia e quindi di rendere l’ascolto ipercritico: In Treatment è in primo luogo uno sceneggiato che parla della vita personale di un terapeuta e dei suoi pazienti, in secondo luogo parla di psicoterapia.

Se nella versione anglosassone parevano accettabili stranezze d’oltreoceano come la stanza di lavoro connotata in modo così personale e privato, o come il bagno in cui fanno bella e indiscreta mostra i farmaci del terapeuta, nella versione italiana questi aspetti sorprendono e mettono un po’ a disagio. Quanto di troppo personale c’è in questo ambiente, soprattutto per la nostra cultura,  e quanto una paziente, soprattutto una paziente come Sara sarà evidentemente attirata dallo spiare, attraverso i suoi oggetti, la vita segreta e per questo eccitante del terapeuta/oggetto proibito? Si può capire che sia stata da subito sedotta, più difficile è capire come il dottor Mari dopo un anno non se ne sia accorto. Ma come? una paziente seduttiva che porta come sintomo la sua incapacità di stabilire rapporti soddisfacenti e durevoli con i propri partner, che si esprime con un linguaggio esplicitamente sessualizzato e che egli “abbraccia” con il plaid…..Dottor Mari….sveglia!

Il controtransfert addormentato porta al torpore nella relazione terapeutica e quindi a dar statuto di concretezza all’amore di transfert. L’enunciazione preoccupata delle regole deontologiche sembra un cerottino sulla ferita narcisistica aperta in Sara, ma non è il rifiuto dell’amore reale del terapeuta che ha prodotto questa ferita, bensì la difficoltà di lui a capire cosa lei stia attraversando nella relazione terapeutica/transferale. L’erotizzazione sembra per Sara una difesa consueta dal dolore, visto che se ne va da casa angosciata e finisce nel bagno di un bar con uno sconosciuto.

Ma se il dottor Mari sembra decisamente in difficoltà su questi aspetti, è molto più convincente quando  consente a Sara di riconoscere la sua “attività” nella relazione con Andrea. Grazie al lavoro in seduta Sara pare comprendere, o almeno intuire, che la sua rabbia è una rabbia abbandonica, ma anche che lei non è una vittima: è lei infatti che ha dato l’ultimatum ad Andrea “o ci sposiamo o ci lasciamo” e non viceversa. Qui, finalmente, sembra che entrambi partecipino ad una esplorazione dell’inconscio e si accenna ad un velata consapevolezza del transfert.

3 aprile 2013