Settimana 2

Gabriela Tavazza, Giuseppe Saraò 

Gli ultimi minuti della puntata precedente si concludevano con l’immagine di Pietro che, arrabbiato, si allontanava dallo studio del terapeuta seguito da una Lea silenziosa. L’atmosfera in seduta era carica di tensione.

Il secondo episodio inizia con uno scambio di tenerezze tra Lea e Pietro. In seduta siedono uno accanto all’altro in modo affettuoso. La rabbia, l’aggressività, il tono violento della voce sembrano essere spariti lasciando lo spazio ad una modalità comunicativa serena, giocosa (…poi abbiamo riso). Che cosa è accaduto, tra di loro, durante questa settimana ?

Lea dice che ha deciso di aspettare a prendere la decisione se abortire o meno. “Ho bisogno di più tempo per decidere, lo farò al più presto”.

Lo scambio verbale tra Lea e Pietro è di una qualità differente da quello della seduta precedente dove il “bambino” veniva evocato per attaccare l’altro, sottolineando la grande distanza emotiva della coppia.

L’affermazione di Pietro “lei (Lea) vuole uccidere il mio bambino” ha trovato durante la settimana la possibilità di modificarsi riconoscendo all’altro un desiderio differente dal proprio, così Lea, non sentendosi minacciata  ha potuto dare ascolto  al desiderio dell’altro e a quella parte di sé che desiderava la nascita del figlio.

Possiamo immaginare che la funzione di contenimento, di ascolto, favorendo la possibilità di introdurre chiavi di lettura alternative, abbia contribuito alla costituzione iniziale di un setting nel quale l’agito lascia spazio ad una pensabilità.

Il terapeuta aveva accettato di essere il depositario di un vissuto mortifero quando aveva decretato “abortite”; aveva agito una angoscia insopportabile per la coppia, ma questo “errore” forse ha  permesso di nominare l’indicibile nel setting della terapia . Lea sottolinea che la sera, dopo la seduta, per la prima volta non ne hanno parlato, nè hanno avuto dei “comportamenti fastidiosi  e cattivi” l’uno nei confronti dell’altro. Quasi parlando a se stessa  prova a descrivere il suo vissuto di donna/madre: le varici, l’essere mega cicciona, il dover ridurre l’attività professionale…stupendosi lei per prima che questi pensieri non fossero accompagnati da vissuti negativi. Si evidenzia come un ambiente responsivo, di sostegno, possa contribuire alla co-costruzione di nuovi pensieri permettendo alla coppia e al terapeuta di giungere a una lettura più complessa della situazione di crisi. Di questo cambio di registro emotivo è Lea che si fa maggiormente porta voce.

L’analista manifesta soddisfazione e compiacenza per questo cambiamento.

E’esperienza condivisa che i rapidi miglioramenti dei nostri pazienti spesso sono espressione di una negazione delle loro difficoltà, del loro dolore psichico, dei conflitti che li portano ad una “fuga nella guarigione “. Ma la “fuga” ha una battuta di arresto: Pietro, attribuendolo  a Lea,  comunica allo psicoterapeuta che quella sarà la loro ultima seduta. Lea non si riconosce in questa decisione e vuole sapere il parere dell’analista. Compare in lei la necessità di aspettare, di differenziarsi dal partner, si delinea una quota di dubbiosa ambivalenza sulla decisione di tenere il bambino e di terminare la consultazione.

Nuovamente emerge una divergenza nella coppia, la decisione viene delegata all’analista, quest’ultimo si lascia coinvolgere, sostituendosi a loro. Pietro e Lea non sono aiutati a esplorare i loro timori, fantasie, paure  circa la dinamica della loro relazione, il loro modo di stare insieme.

L’improvviso malessere di Lea drammatizza l’angoscia, ci ricorda che siamo dentro la gravidanza, la minaccia d’aborto mette la coppia di fronte ad una  realtà pressante. Non c’è tempo per l’attesa, c’è un precipitare degli eventi. La macchia di sangue sul divano materializza l’angoscia di morte, si percepisce la presenza di un vissuto catastrofico. La macchia di sangue deve essere cancellata!

Ecco venir fuori la persona dell’analista, le sue incertezze, la complessa vita coniugale.  Entra in scena lo spessore della realtà dove c’è una moglie che si sente trascurata e non vista, che grida la sua rabbia e cerca di riportare il partner alla scena familiare come per distoglierlo dall’eccessivo coinvolgimento, in generale, con il proprio lavoro, come se ci fosse uno scambio ed una pericolosa inversione tra vita privata e vita professionale. Ma la seconda parte della seduta potrebbe anche essere letta come una scena madre del teatro interno del terapista: prova sulla sua pelle i sentimenti di tradimento e gelosia che Pietro ha espresso nella seduta precedente verso la moglie. Insomma una drammatizzazione di un potente controtransfert, di sentimenti del terapeuta attivati dentro la relazione terapeutica che rimanda alla consultazione, ma che attinge alla sua vita privata e soprattutto al suo mondo interno. Straordinario è il momento quando il terapeuta si arrabbia con la moglie e le grida la sua incredulità e la sua gelosia. La coppia del terapeuta drammatizza, sullo stesso divano, quello che accade con la coppia dei pazienti; forse anticipa e comunque mette in scena cose non dette che stanno dietro il conflitto di coppia. Continuare la gravidanza, rimanda al loro modo di stare insieme, al perché si sono scelti, al loro modo di progettare un altro figlio, al terrore, forse di entrambi, di diventare una coppia definitivamente sterile, incapaci di formulare e mantenere un progetto in comune.

Nella terapia di coppia si muovono potenti movimenti transferali verso il terapeuta che si trova dentro un investimento emotivo doppio, in cui è difficile mantenere una vicinanza-distanza emotiva “equilibrata” che tenga conto non solo della storia personale dei coniugi ma anche delle alleanze inconsce che naturalmente si attivano dentro la storia di quella coppia. Un lavorare sul legame che necessita un attento ascolto del proprio controtransfert che via via si costituisce nel lavoro terapeutico. La creazione di un setting con la coppia, il più possibile stabile, è il primo obiettivo da raggiungere, nella direzione di creare un lavoro in comune che possa produrre ascolto e rispetto per la diversità dell’altro.

Questo secondo episodio, ricco di emozioni ha dato conto del complesso intreccio dei mondi interni dei pazienti e del terapeuta,  con  inevitabili rimandi  alla soggettività di ciascuno. Molto pregnante la recitazione, che è stata in grado di non banalizzare i contenuti della seduta.

11 aprile 2013