Settimana 2

Giovanni Foresti

Nonostante le difficoltà del primo incontro, il dialogo fra Dario e Giovanni prosegue. Il carabiniere in crisi è tornato dallo psicoterapeuta che ha scelto di consultare, e quest’ultimo lo accoglie con modalità che intendono essere particolarmente calde e interattive.L’interesse che lo scambio fra questi due personaggi suscita negli spettatori, ha diverse origini e andrebbe spiegato distinguendo almeno tre diverse tipologie di osservatori: gli spettatori che non hanno alcuna esperienza di lavoro psicoterapeutico; gli spettatori che sanno piuttosto bene e per esperienza in cosa consiste il dialogo clinico; e infine gli spettatori che sanno fin troppo bene cosa il serial sta descrivendo, perché sono professionisti nel campo della salute mentale o in qualche altra professione d’aiuto (una delle più sorprendenti caratteristiche di In Treatment è di riuscire a catturare l’attenzione di fasce di pubblico così eterogenee). Tenendo sullo sfondo la domanda sulle ragioni generali del fenomeno – cosa fa sì che questi dialoghi di mezz’ora, trasmessi quotidianamente, suscitino tanto interesse? –, proviamo a descrivere cosa succede.

Nel primo dialogo, i due protagonisti si erano ‘pizzicati’ più volte. Il carabiniere aveva informato lo psicoterapeuta di aver fatto un’indagine su di lui. Oltre a parlare con diverse persone che lo conoscevano (dalle quali aveva ricevuto giudizi lusinghieri, riferiti però con un miscuglio di ammirazione e ironia: “… dicono che Lei sia un mago… ”), Dario aveva anche letto alcuni scritti di Giovanni e cercato di comprenderne la tecnica di lavoro. Dal canto suo, lo psicoterapeuta aveva reagito agli affondi polemici e alle provocazioni del paziente (“… ma Lei non dovrebbe mettersi sul mio stesso piano e interagire?”) cercando di mostrare al suo interlocutore che sottoporre il proprio analista a preliminari test di efficacia non era il miglior modo per cominciare a lavorare insieme.

All’inizio del secondo incontro, le cose non vanno molto meglio. Con una delicatezza che gli specialisti avranno trovato eccessiva, Giovanni ha fatto trovare un caffè pronto per Dario – caffè che in questa circostanza è servito in una regolare tazzuriella, e non negli improbabili mug utilizzati negli episodi della prima settimana. Per tutta risposta, Dario sputa nella tazzina il primo sorso della bevanda (non è più abituato al modo italiano di prepararlo, dirà poi).

Fine del prologo: compare la sigla della serie e inizia il secondo episodio.

La prima parte dello scambio è una vertiginosa narrazione di fatti e stati d’animo. Dario è andato in Gemania e ha visto Teresa, la madre dei ragazzi rimasti uccisi nella sparatoria. Riferisce di non aver provato alcuna emozione né prima, né dopo l’incontro (per lui – dice – il senso di colpa è come un organo interno che può essere rimosso chirurgicamente: senza problemi perché non è vitale). Solo più tardi, mentre era nell’ascensore dell’autosilos e stava parlando con un anziano sconosciuto che aveva un accento calabrese… solo allora ha provato qualche emozione e ha temuto di essere riconosciuto. Dopo aver affrontato con molta classe l’incidente del caffè (“Reagisce così tutte le volte che non Le piace?”), Giovanni ricorre a modalità d’intervento che mirano da un lato a dimostrare empatia (qualche volta un po’ forzata, a mio gusto) e dall’altro a facilitare Dario nell’operazione per lui in abituale di riflettere su di sé. L’ipotesi che sembra orientare il terapeuta è che il paziente si difenda dal dolore psichico dissociando la sua personalità: grazie alla compresenza delle due identità che ha dovuto costruire nei mesi precedenti, il carabiniere tiene distanti Giorgio, il personaggio del criminale che ha dovuto interpretare in Germania, e Dario, la persona che vive nella realtà sociale ma che non sa più bene come interpretare il mondo.

A questo punto la sceneggiatura introduce ben due colpi di scena.

Il primo è la rivelazione dell’identità del padre. Dario è figlio di un magistrato impegnato nella lotta alla mafia che appare spesso in televisione. Si tratta di un uomo con un passato sorprendente ed emblematico (da ragazzo avrebbe denunciato il proprio padre per le percosse inflitte alla madre e in seguito a questo episodio, il nonno di Dario si sarebbe suicidato per la vergogna). È da lui, dal padre, che il paziente avrebbe ereditato la capacità di tacitare completamente il senso di colpa (un’esemplificazione dodattica dell’organizzazione transgenerazionale dei disturbi psichici: il figlio avrebbe imparato l’arte della negazione degli affetti dal genitore).

Il secondo è la decisione di separarsi dalla moglie a causa del fastidio e dell’indifferenza che il carabiniere dice di provare nei suoi confronti. Durante la notte precedente l’incontro con Giovanni, Dario l’avrebbe osservata a lungo, mentre dormiva, disturbato dal fatto di avere scoperto che Carla, molto spesso, digrigna rumorosamente i denti.

Il suono agghiacciante del ri/morso, probabilmente… Separarsi per non dover più pensare a come far convivere i diversi personaggi, dunque. Separarsi per evitare il conflitto delle sue numerose organizzazioni di personalità.

Mentre sto discutendo con mia moglie l’ipercondensata intensità della sceneggiatura e lo stile di recitazione dell’attore che interpreta Dario (la cui tecnica, in quest’episodio, ci pare un po’ forzata e troppo spesso sopra le righe), la figlia minore, Anna, ci interrompe per porre la domanda che avvierà le riflessioni notturne: “Ma anche tu fai tutte quelle domande?”

10 aprile 2013