Settimana 3

Il punto di vista di Giovanni

Valentina Nuzzaci

Il setting macchiato

Giunti alla terza settimana di lavoro, il personale ormai è ovunque nella stanza d’analisi. Il lettino dei pazienti è diventato il letto di Giovanni. Le sue cose spuntano ovunque e anche se la “macchia” della perdita di contenimento non è visibile sul lettino, i pazienti la percepiscono, la sentono, e agiscono la loro ambivalente rabbia, la cui intensità rimanda al misto sentimento catulliano, che riconosce il binomio amore-odio tra cui oscillano le nostre relazioni più significative.

Sara arriva in ritardo, Dario regala a Giovanni una macchina  caffè americano (insolito nel Paese del caffè espresso), Alice gli porta il suo regalo d’addio, una “nave” che lo porti via dalla noia dei pazienti, Lea cerca di sedurlo e schiaffeggia Pietro, che ha registrato le sue parole in seduta, e Giovanni si protegge con le braccia come se il gesto lo sentisse rivolto a sé.

Il setting analitico sembra un contenitore intasato, fuori uso, che non è capace di rispondere ai bisogni evacuati dai pazienti.

Giovanni è imbarazzato, confuso, spiazzato, stanco, e la sua capacità di ascolto è messa in scacco da un personale che il professionale non riesce più a gestire e a tenere dall’altra parte della porta. Sara lo mette a nudo, secondo il pensiero di Luciana Nissim Momigliano che parla de ‘il paziente miglior collega’, quando gli dice “la verità è un’altra…è che non sai come continuare la terapia”.

Giovanni è in difficoltà e chiede ad Anna di “saper vedere” (Matteo Marangoni) per lui. Però, anche il loro rapporto è ambiguo, confuso. Otto anni sono veramente tanti per una supervisione. È un tempo che fa pensare ad un rapporto troppo dipendente e profondo, che solo un “tradimento” ha interrotto, quasi fosse diventato, ad un certo punto (forse nelle prossime puntate avremo ulteriori elementi per valutare questo), più un rapporto affettivo che professionale.

Un supervisore è un collega esperto e navigato, al quale ci si affida per poter affrontare le proprie difficoltà con i pazienti, ma se le questioni personali spuntano da ogni cosa che gli si porta all’attenzione, forse sarebbe necessario che Anna invitasse Giovanni a fare una tranche di analisi personale.

Anna coglie che Giovanni le sta chiedendo di essere trattenuto, che è come se volesse riportare tutto ad una situazione più intima, perché è lì che gli fa male. Giovanni risponde infastidendosi, perché vorrebbe che Anna gli dicesse cosa deve fare, come se fosse un genitore onnipotente e onnisciente. Sullo sfondo di questo scambio emerge il timore del trauma ripetuto, “i figli che curano i genitori”. Si vedono i pazienti vestiti da dottori o al loro posto e Anna evoca a Giovanni il fatto che si è occupato della madre dopo il tradimento del padre.

Perché Giovanni è da Anna? Forse vuole veramente trasferire i suoi pazienti da lei, “è a questo che servono le sedute di supervisione”. Anna sente che le viene chiesto di essere un complice emotivo, che possa aiutare Giovanni a liberarsi dei suoi problemi, non dei suoi pazienti. Sara occupa troppo spazio nella mente di Giovanni e gli altri pazienti sono troppo nello sfondo, seppur con le loro criticità. Ora, a Giovanni, serve un posto sicuro, un palco con un pubblico scelto, dove esporre i suoi passi, i passi a due con i suoi pazienti, senza che qualcuno lo metta alla sbarra, ed essere aiutato, da un buon maestro, a recuperare la passione per il suo lavoro, passando anche da una “valutazione” dei fatti analitici e poter r-assicurare se stesso e i suoi pazienti.

Il punto di vista di Anna

Cristiano Rocchi

Due psicoterapeuti, Giovanni ed Anna, questa di lui un poco più anziana, si incontrano in una stanza per un colloquio di 30 minuti, una  supervisione. La seduta di supervisione prevede classicamente un/una psicoanalista esperta/o  (nella SPI la denominazione è AFT, analista con funzioni di training, quindi con competenze anche didattiche) che aiuta nella formazione un/a candidato/a analista o comunque un collega meno esperta/o o in difficoltà attraverso una riflessione-elaborazione, svolta secondo criteri psicoanalitici, sulle sedute che l’analista (in formazione) sta svolgendo con un paziente; quella di cui ci stiamo occupando qui  è invece una situazione in cui lo psicoterapeuta è in difficoltà principalmente con … se stesso, anche se non si sa quanto ne sia consapevole;  e cerca un aiuto. Il dottore e la dottoressa, Giovanni ed Anna, si conoscono da quando lui era un suo specializzando in psichiatria; divennero amici, successivamente si persero di vista. Dopo anni lui, ormai analista esperto, la ricerca per essere aiutato; lei lo accoglie con la sua aria di accondiscendenza materna a tratti lievemente giudicante. Ma che aiuto cerca Giovanni in Anna? E’ difficile comprenderlo. E’ difficile individuare e delimitare il campo ove operare con/su di lui. Non si capisce quanto sia realmente disposto a sottoporsi ad una supervisione, riconoscendo alla collega il ruolo di qualcuno chiamato ad aiutarlo a comprendere analiticamente ciò che sta avvenendo nella relazione con i suoi pazienti;  d’altronde neppure par disposto, ammesso e non concesso ce ne  siano le condizioni, a farsi psicoanalizzare tout court. Giovanni mal tollera spesso gli interventi di Anna, che cerca di fornire interpretazioni all’occorrenza ricostruttive che possano servire al collega a ri-conoscere certi aspetti anche inconsci del funzionamento intrapsichico-relazionale suo e della paziente che più lo mette in difficoltà, Sara. In effetti la brava Maglietta (Anna) pare assumere -non si sa quanto intenzionalmente-  un ruolo molto vicino a quello che Ferenczi nel ‘22 vedeva per il supervisore quando proponeva che la supervisione fosse condotta dall’analista personale, in modo da continuare a “curare“ il giovane analista che trattava il suo paziente, ma non può essere indenne da un passato di conoscenza e di amicizia che ha condiviso con  Giovanni: variabile non insignificante che aumenta il grado di  complessità della situazione. La domanda è allora: come ci  si può  occupare di quell’aree mentali in cui sono andate a confluire criticità tanto  della relazioni analitiche dell’analista con  alcuni dei suoi  pazienti (controtransfert propriamente detto), quanto delle sue relazioni personali (controtransfert allargato), quando poi a complicare le cose intervengono anche i suoi transfert sul supervisore, nonché  i controtransfert del supervisore per la/il propria/o supervisionata/o? Un bell’intreccio! In questo senso la puntata che ho commentato, pur nei limiti della  situazione finzionale, può aiutare un po’ a pensare alla complessità ed alla ricchezza del dispositivo psicoanalitico anche quando esso si declina nella cosiddetta supervisione clinica.

21 aprile 2013