Settimana 4

Caro dottor Mari,

ti ritrovo dopo due settimane e mi sembri un po’ invecchiato.

Ho pensato di scriverti e parlare con te anziché parlare di te, perché questo mi permette di stare dentro la fiction, anziché pensarmi come esperta esterna che commenta dal vertice della sua competenza psicoanalitica il lavoro di un “collega”. Solo se resto nella fiction posso pensarti collega, guardarti con un po’ di irritazione, mettermi le mani nei capelli ma anche provare per te pena,  preoccupazione e anche tenerezza.

Senza fiction rischierei di essere ipercritica e non mi va tanto anche perché come comunicatore vinceresti tu che giochi su due tavoli, quello dello sceneggiato e quello della psicoterapia, mentre a me, poverina, toccherebbe di stare su quello della psicoterapia analitica, che mi dà vincoli, mi costringe ad un pensiero critico, mi confronta con i miei limiti.

Ho molto apprezzato l’equilibrio dei due colleghi che hanno commentato le tue sedute con Sara le scorse settimane e non vorrei, proprio io, riproporre la vetusta immagine del freudiano bacchettone e freddo che ha sempre da ridire su tutti, insensibile a quelle emozioni “così umane e così forti” che tu sembri esprimere.

Aggiungo che “entrare nel sogno”, anche “entrare nella fantasia” fino a “entrare nel delirio” sono modalità molto emotivamente impegnative e complesse da realizzare, per raggiungere i “rifugi della mente”, come li chiama John Steiner, in cui tanti pazienti si sono nascosti. Magari anche tu stai ben riparato in un tuo rifugio e spero, “entrando nella fiction” di poterti aiutare a riflettere sulle difficoltà nel mantenere un assetto terapeutico che ti stanno lacerando.

Poi, a volte è così difficile trovare parole per descrivere passaggi emotivi complessi, mentre alla rappresentazione scenica siamo così più abituati e le si perdonano tante cose. Nel caso delle tue sedute non è nemmeno così difficile perdonare, aggiungo, spesso sono state “quasi” buone, specie con Alice.

Dobbiamo certo ringraziarti per esserti “messo in piazza” con i tuoi innumerevoli difetti, senza voler fare lo psicoterapeuta da manuale. Ben sappiamo noi tutti che abbiano fatto anni di supervisione (non otto anni di fila con lo stesso supervisore, quella mi parrebbe più un’adozione, che forse ci dice qualcosa sulle tue difficoltà interne, sul tuo bisogno doloroso di essere adottato da supervisori e pazienti, ma non voglio allargarmi) quanto sia difficile dire con sincerità e coraggio cosa stiamo veramente passando con i nostri pazienti.

Sei molto in crisi, questo è certo e avevo provato molta comprensione quando sfinito dalla giornata di lavoro non riuscivi a parlare con tua moglie. E’ capitato a tutti. Ricordo un questionario inglese, non ricordo da chi proposto, forse dall’International Psychoanalytic Association, qualche anno fa. Era rivolto ai familiari degli analisti. I miei figli allora erano ancora piccoli e avevo letto loro ad alta voce una domanda: “capita che il tuo genitore torni a casa la sera “emotionally esausted”?, diceva così, e tutti e due i mie bambini avevano detto ad alta voce: Sìììì. Non ero andata avanti. (Ops, sto forse cedendo come te alla “self disclosure”? Spero di no.)

Ma poi ci si riprende, sta arrivando la primavera, ci sono i colleghi con cui si dibatte a volte anche aspramente, ma che ti fanno sentire parte di un gruppo, partecipi di un pensiero variegato che si sviluppa collettivamente, anche per opposizioni. Non mi sembra che tu abbia un gruppo di colleghi con cui discuti, non ne hai mai accennato.  Troppa solitudine fa perdere l’assetto terapeutico, ti senti un Titano e invece cerchi conforto e riconoscimento in coloro cui dovresti garantirlo (Sara mi trova affascinante, dici ad Anna).

La verità ci rende liberi e fa bene ai nostri pazienti, il problema è non confonderla con l’evacuazione, come sembra tu stia facendo con Sara.

A me sembra che il tuo bisogno di riconoscimento, di sentirti bello e buono, sia un tuo problema e quindi reggi male la fatica dell’asimmetria, che non è un privilegio. L’asimmetria è un dovere etico e non ha niente a che vedere con l’esercizio illusorio di un potere, asimmetria non vuol dire “io sto più in alto di te”. L’asimmetria etica nasce da dentro la relazione terapeutica, non è una corona che il terapeuta si mette in testa, vuol dire: “riconosco e accetto che tu, paziente, mi usi per dare forma al tuo inconscio e questa forma riconosco, rispetto e traduco in modo a te comprensibile”.

Già nel tuo ultimo incontro con Anna mi eri sembrato assai fuori fase: con che tono supponente affermavi di conoscere così bene Sara da poterla condurre dove tu intendevi e solo il tuo senso deontologico ti tratteneva dal farlo.

Non sono per nulla d’accordo. Non che non sia possibile portare qualcuno verso trappoloni narcisistici allo scopo di rinforzare la propria vanagloria o volontà di potenza. Sono certa che anche qualche terapeuta l’ha fatto, ma qualunque mago o cartomante ci riuscirebbe meglio. Solo per parlare di quelli che lo fanno one to one…

Non è la conoscenza diretta e profonda di qualcuno che permette di raggirarlo, sono altre le abilità richieste e psicoterapeuti e psicoanalisti non ne sono particolarmente dotati. Sono pessimi venditori di solito, non hanno la formazione adatta.  A proposito: ma tu hai fatto un’analisi? Gli otto anni di supervisione con Anna non sono stati certo un’analisi né lo sono i colloqui che adesso hai con lei.

Fino ad ora mi sembra che sia stata Sara a confondere te, in primo luogo sulla diagnosi. L’hai definita isterica perché cerca di sedurti, a me sembra che la seduzione sia solo un mezzo per controllarti e che il suo transfert erotico grondi aggressività, come perlopiù accade, e sia un mezzo per tenere a bada l’odio verso l’oggetto d’amore, senza trovare faticose integrazioni tra sentimenti scissi

A me pare più una borderline a funzionamento alto, intelligente, instabile, incapace di regolare la distanza emotiva con l’altro. Se va vicino si scotta e lontano congela così le tocca, povera topolina, di scappare senza sosta tra questi due poli, estenuante per sé e per chi le è vicino.

Mi sembra che questa giovane Circe stia meglio quando anestetizza la gente per tenerla vicino a sé, ma inanimata. In questo ha scelto la professione adatta a lei.

 Sembra che ti ecciti e invece, come terapeuta ti anestetizza e questo, penso, per renderti un contenitore sufficientemente utilizzabile per le sue proiezioni, così tu diventi il bicchiere e lei, che ha la forma dell’acqua, può pensare di avere trovato in te una forma più stabile.

Contenere da terapeuta richiede che quello che è stato messo nel bicchiere, quegli aspetti dolorosi e indigeribili con i quali il paziente non riesce ad avere a che fare, siano accolti e poi restituiti in modo digeribile, non tenuti lì, resi inerti da un eccesso di immedesimazione.

Ci hai detto oggi che anche tu come Sara hai a che fare con una “madre morta”, la sua di tumore e la tua di depressione. Così tutti e due cercate con fatica una mamma viva,  lei in te e forse tu in lei, ma viva non vuole dire eccitata, qui siete un po’ confusi.

Ti fa un racconto a luci rosse e tu ti cali nella sua sceneggiata senza chiederti perché stia facendo di tutto per eccitarti in maniera un po’ pornografica, quindi veramente triste, come in verità anche lei cerca di dirti.

E’ triste lì, con te in seduta, mentre si impegna a farti credere che sia una maga del sesso ti dice che con gli uomini lei non gode, deve fare tutto da sola, mentre ti mette da guardone della più banale delle fantasie erotiche, quella  della bella e la bestia.

Spostare l’attenzione da Dario a te, come hai fatto, non è un’interpretazione di transfert, è un autoriferimento un po’ ipocrita. Cogliere il transfert attraverso il tuo controtransfert sarebbe stato accettare di sentire la tristezza, ginnica ma sconsolata nel senso di non-consolata, di quel racconto, riuscire a non confonderla troppo con la tua tristezza per essere stato lasciato da tua moglie e chiederti cosa stesse cercando di dirti lei facendoti provare quell’emozione lì, sintonizzabile con le tue ma diversa dalle tue.

A me sembra ti stesse dicendo: “Guarda cosa mi tocca fare, devo eccitare per essere vista, nemmeno ti eri accorto del disprezzo che ho per me stessa, posso essere solo un oggetto parziale di un oggetto parziale. Io non so (ancora) cosa voglia dire essere in relazione con un Altro. Ne ho solo un vago sentore che ha il profumo del ciambellone, ma appena lo sento nella memoria questo profumo, appena mi sento toccata nel cuore,  arriva il dolore della morte e….ricomincio tutto da capo. Riuscirai tu a non cadere in questo inganno e a capire che io ti cerco come mamma, anche se posso usare solo i mezzi seduttivi che ho a disposizione?”

Invece tu, amico mio, entri nella scena reale e questo è giusto, ma non ne esci più. Tu “non vuoi” diventare il suo oggetto di transfert.

Sara a un certo punto ci prova con tutti i mezzi a rimetterti in assetto, ti parla del ciambellone, della morte della mamma, della vicina che non apre la porta e la manda via (questo anche meritava una bella interpretazione di transfert, troppo doloroso per accorgersene? Di sicuro è più gratificante sentirsi amato che essere considerato cieco e insensibile). Ma tu la interrompi, sei sommerso, i confini sono persi. Le parli di te invece che pensare a te per parlarle di lei. Così finalmente si realizza quel rovesciamento di ruoli che Sara desiderava fin dall’inizio, per evitare di fare i conti con il suo dolore.

Lei fa l’analista e tu stai ad ascoltarla incantato e dolente. In quanto a sensibilità lei non è affatto male. In fondo è lei che sta facendo per te quello che tu non sei riuscito a fare con lei. Mi sa che dovrai davvero pagarla.

Consummatum est, anche se per fortuna non c’è stato agito esplicito.

Mi sono dilungata un po’ troppo, forse sono stata troppo rimproverante, me ne scuso.

Il nostro è davvero un “Dangerous Method” che merita molto rispetto e considerazione, e lavoro, lavoro, lavoro.

Con affetto.

Cristina Saottini

 

23 aprile 2013