Settimana 6

Giovanni Foresti

1) Le esigenze spettacolari di uno sceneggiato televisivo comportano scelte che sono fatalmente in contrasto con la fedeltà ai fatti clinici. E tuttavia, per rendere efficace un serial sull’attività clinica di uno psicoterapeuta bisogna essere abbastanza plausibili e raccontare storie che ‘funzionano’. Quando il racconto ottiene il suo scopo, il piacere dello spettatore dipende dal fatto che alla fine ha capito qualcosa che non immaginava ancora e che gli sembra interessante. Se le storie non funzionano, lo spettatore fatica invece a identificarsi nei personaggi del racconto, non riesce a sospendere la sua fisiologica incredulità (come se all’improvviso il back stage della rappresentazione divenisse evidente; non è una verità sui generis: è finzione – una finzione che non funziona) e rimane con l’impressione di non aver capito né provato nulla di nuovo.

Scopo di questo breve testo è cercare di spiegare in che senso ‘funziona’, a mio avviso, il sesto episodio della serie dedicata al caso di Dario.

2) Chi fa per mestiere lo psicoanalista, viene giustamente disturbato dal fatto che l’attività del Dott. Mari sia definita ‘psicoanalisi’. Questa strana sineddoche fa diventare una metodologia che si avvale di requisiti tecnici ben noti e specifici (alta frequenza degli incontri e uso del lettino, ad esempio), l’emblema di una più vasta gamma di attività cliniche che si basano anch’esse sul dialogo, ma che si svolgono diversamente.

Di un fenomeno analogo a questo si lamentava a suo modo anche Nanni Moretti, in una famosa crisi di collera descritta nella sequenza di uno dei suoi film: “Ma possibile che tutti si ritengano competenti in fatto di cinema?!!”

Per quanto possa essere seccante, la risposta è sì: il fenomeno è inevitabile. Il cinema (e la psicoanalisi) hanno a che fare con la vita delle persone. E dunque le persone, a torto o a ragione, si ritengono competenti in fatto di cinema (e anche di psicoanalisi). Chi non tollera questa popolarità invadente, doveva dedicarsi a una professione più discreta e appartata.

3) C’è bisogno di sottolineare che incontri della durata di mezz’ora che avvengono vis-a-vis una volta la settimana non sono psicoanalisi? È necessario discutere il fatto che gli incontri di Giovanni e Anna  si trasformano troppo spesso in un caotico pasticcio in cui si mescolano confusamente supervisione e attività interpretative reciproche? Cosa c’entrano queste aggressive sedute di autocoscienza con la psicoanalisi?

La risposta a queste domande è implicita nella sceneggiatura del serial televisivo ed è quella classica. Le attività del Dott. Mari descrivono ciò che Freud, più un secolo fa, definiva psicoanalisi selvaggia. Mentre il fondatore del metodo e della teoria psicoanalitica pensava che questa malpractrice fosse il risultato di una formazione indeguata, oggi gli psicoanalisti sanno bene che il rischio di effetti collaterali è sempre molto elevato. Se rimane vero che la psicoanalisi selvaggia è spesso il risultato di un’applicazione frettolosa delle nozioni psicoanalitiche, è stato però anche riconosciuto che quest’eventualità non è limitata a coloro che sono sprovvisti di una formazione adeguata (e che dunque non praticano la psicoanalisi o la psicoterapia psicoanalitica nel modo corretto). Questa possibilità iatrogena dev’essere una preoccupazione costante di ogni clinico prudente. Il problema non è di essere psicoanalisti, ma riuscire a far diventare psicoanalitica la propria pratica lavorando costantemente per mantenerla tale.

4) Nel sesto incontro fra Dario e Giovanni, viene descritto il micidiale intreccio di meccanismi di difesa in un’interazione di coppia (meccanismi psichici accoppiati del paziente e del terapeuta) che può rendere non solo anti-psicoanalitica, ma anche anti-terapeutica, la pratica clinica.

Dopo il tiro incrociato di agiti e identificazioni proiettive reciproche che era stato descritto nel quinto episodio, l’incontro di questa settimana ci mostra paziente e terapeuta intenti nella realizzazione di una frettolosa rappacificazione. Dario chiede che gli siano fornite delle scuse per ciò che è successo la settimana precedente, e Giovanni ritiene giusto offrirgliele. Il tentativo del terapeuta di esaminare a posteriori l’accaduto, viene però rifiutato (“Che cazzo fa? Si giustifica?”). La prima parte del dialogo muove da questo tema ed è occupata dal racconto di un sogno. La scena è quella di una ritorsione primitiva: dente per dente, occhio per occhio, incursione per incursione (wie ich dir, so sie mir: come io a te, così loro a me).

Giovanni è molto a disagio, ma non lo sa e parla troppo. In tal modo, Dario viene facilitato nell’attività che persegue dall’inizio del trattamento: disinteressarsi delle parole del terapeuta (che gli fa una lunga predica molto didattica), rovesciare la prospettiva relazionale e anticipare le successive iniziative del curante.

L’interpretazione del sogno diventa così l’occasione per il manifestarsi di un fenomeno su cui si sono interrogati sia gli psicoanalisti sia i filosofi della scienza. In cosa l’elaborazione di un’intuizione originale si differenzia dal primo manifestarsi di un delirio? Quand’è che un insight (un fenomeno di autopercezione terapeutica) si trasforma in una Wahnstimmung (lo stato d’animo angosciato che spinge a delirare)?

Come spesso succede nella paranoia (anche in quella transitoria che si osserva nelle prime fasi del lutto), il timore di Dario è di essere omosessuale. La fantasia andrebbe ricondotta ai fenomeni transferali che riattivano le identificazioni primarie (l’amore per il genitore dello stesso sesso e il venir meno dell’ostilità o del disinteresse per quello del sesso opposto). I tentativi di spiegare così i suoi stati d’animo, suscitano però risposte ferme e ripetitive: “Non lo so. Basta.”

5) Alla fine dell’incontro Giovanni capisce che la situazione sta uscendo fuori controllo.

O meglio: gli sceneggiatori intuiscono che la situazione clinica da loro immaginata è divenuta intollerabile. Fanno dunque pronunciare al terapeuta, al termine di una lunga interazione discorsiva, una frase che sarebbe utilmente autodiagnostica (“Sente che stiamo andando troppo in fretta?”), se Giovanni riuscisse a tenerne conto.

La risposta alla domanda del terapeuta è però un’altra domanda (“E dove stiamo andando?”) alla quale Giovanni risponde, assurdamente, con un ulteriore quesito: “ E dove vorrebbe andare?”

Paziente: “In un posto dove sentirsi meno di merda.”

Terapeuta: “E dov’è questo posto?”

Prima di quest’interazione che riassume bene le difficoltà a intendersi dei due personaggi, una lunga filippica di Giovanni sulle emozioni negate e che premono per poter finalmente uscire, aveva provocato una commozione così intensa da costringere Dario a interrompere il dialogo.

Alla fine del pianto, il paziente dice con chiarezza al terapeuta: “Io non ce la faccio. Non penso di poterlo sopportare. Questo… è troppo per me.”

Di lì a poco, l’ennesima richiesta di un intervento pratico e di un parere chiaro (“Posso andare in missione, oppure no?”) viene affrontata con una risposta che vorrebbe essere professionalmente corretta (“Io non posso dirle sì o no, e credo che sarei molto preoccupato se la sapessi in uno stress del genere”).

La seduta finisce con un’ambigua promessa. “Le farò sapere se torno martedì prossimo.” – dice Dario. In preda al panico, Giovanni telefona al Collega che lavora nell’istituzione in cui milita il suo paziente ma non lo trova.

11 maggio 2013