Settimana 6

Maria Teresa Palladino

 

Ho lasciato il Dott. Mari e Sara per un po’ di vacanza e al mio ritorno trovo una bella confusione.

D’altra parte, devo dire che, dopo avere visto la puntata di venerdì in cui una seduta che dovrebbe essere di supervisione è stata trasformata in una specie di terapia di coppia, non sono stupita che ci sia nella testa del povero Giovanni una serie troppo mescolata di livelli di funzionamento.

Certo, come molti hanno detto, dobbiamo tenere presente che questa non è una seduta ma uno sceneggiato televisivo, dove i sentimenti devono avere una rappresentazione  esplicita e raccontare lo svolgersi dei conflitti di un mondo interno oggettivamente difficile da illustrare.

In ogni caso oggi siamo al primo incontro dopo la fine concordata della terapia.

L’inizio chiarisce subito a che punto sia la storia: Sara arriva parlando al telefono con l’ospedale e dando disposizioni su come assistere quello che più avanti si capisce essere il padre. In ogni caso quella che vediamo entrare nella stanza è una dottoressa che porta al suo ex terapeuta il ciambellone che, sappiamo, le cucinava la mamma morta. C’è forse un gesto di gratitudine in questo o un tentativo di riparare il danno che sente di aver fatto alla sua terapia? Il terapeuta accetta, ringrazia e si siede accanto a lei, per la prima volta sul divano. La terapia è finita? Non si sa, ma sicuramente i protagonisti sono ufficialmente sulla stessa barca.

Sara commenta subito che suo padre è diventato piccolo, si è rinsecchito, come forse più striminzito le appare oggi questo Dott. Mari che ha cambiato di posizione e che ora siede accanto a lei. Forse si sente colpevole di essere la causa di questo rimpicciolimento, per avergli confessato la vicenda di Davide/Dario?

Al padre vero è venuto un infarto, ma era stato evidente anche il turbamento del dottor Mari al racconto della sua relazione con Dario. Forse entrambi, Sara e Mari, in quel momento avevano cominciato a realizzare che qualcosa non andava davvero in questa terapia.

In ogni caso Sara ribadisce la sua fedeltà al terapeuta: l’ho fatto per te! -dice- e a questo punto Giovanni le confessa di provare per lei un sentimento profondo, così forte da avergli fatto pensare che perderla potesse essere la fine del mondo.

Bravissimi gli autori e soprattutto Kasia Smuniak a rendere lo smarrimento, il disorientamento, lo spavento della paziente, che non è certo il caso di definire ex, alle rivelazioni del Dott. Mari. Il fantasma dell’incesto diventa reale e terrorizza Sara, che non è convinta dal cambio di etichetta sull’incontro. “Se dico sì, cosa succede?  Non c’è più terapia. Adesso va bene? Tutto sparito il problema?” –dice-.

Un evento come quello rappresentato può essere distruttivo o almeno fortemente disorientante per una persona in terapia e mi sembra che la puntata lo racconti molto bene.

Mari si accorge che Sara è turbata, che non è felice della sua dichiarazione, che aveva tanto atteso. Tenta uno spostamento su un piano simil-terapeutico con una specie di spiegazione sul fatto che, forse, quella che prima era un’idea, è adesso diventata una realtà e questo pare “strano”. Ma non regge questo piano e quando Sara dimostra di accettare l’avvicinamento che Mari le ha proposto, lui appare sempre più confuso, e non si allontana neanche  quando lei dice: “è strano come tutto possa rovinarsi, non doveva andare così.”

Il frammento che segue è un rapidissimo cambio di livelli di interazione espressione della confusione ormai dilagante.

Mari a tratti interpreta: “a Davide non chiedevi sesso ma altro” –dice-, a tratti racconta proprie vicende, comunicando così a Sara di conoscere bene i drammi del suo mondo interno, perché sono anche i propri. Qui i due protagonisti sembrano bambini complici su una barca senza timoniere, spersi nello stesso mare. Mari a tratti si propone come un innamorato appassionato ma così leale da rispettare la compagna per non farle ripetere il suo trauma passato, quel trauma che l’aveva portata a svalutarsi e a confondere sesso con amore. Sembra che davvero, e finalmente, Mari sia in contatto con l’angoscia della sua paziente, ma in un modo un po’ parodistico, con un eccesso di “rivivere” rispetto al “rielaborare”.  Qui sembra che la proposta sia quella di una relazione reale, curativa forse ma per ripetizione “fin sulla soglia” reale di un evento del passato.

Insomma ci sono troppi livelli, anche se le emozioni descritte sono toccanti e realisticamente descritte, sembra regnare il caos, testimonianza di quanto sia difficile per questo terapeuta distinguere tra sentimenti reali e contro-transferali.

In qualche modo e senza passaggi sessuali all’atto ma con un bacio che, in qualche modo, riposiziona Sara in un ruolo filiale, si conclude la puntata, con Sara  chiamata al capezzale del padre. 

La scena finale vede la moglie di Mari rientrare e incontrare sulla soglia dello studio la giovane donna che esce. Fa uno strano effetto questo incontro in cui una relazione reale sembra entrare in un quadro da cui la realtà è risultata esclusa,  nonostante l’impressione contraria di Mari.

Nota a margine

Non so se gli sceneggiatori abbiano letto la letteratura che in ambito psicoanalitico è stata raccolta sulle situazioni che predispongono ad infrazioni di setting, soprattutto nel senso di relazioni sessuali nei confronti di pazienti. Se non lo hanno fatto, l’intuito pare averli aiutati parecchio perché il Dott. Mari incarna in effetti perfettamente lo stereotipo dell’analista che incorre nelle rotture di setting. Appare per tutto lo sceneggiato un po’ sospeso nel vuoto. Non ha colleghi con cui parlare, non un gruppo di riferimento con cui incontrarsi, neanche una piccola mailing list …. Queste sono alcune delle caratteristiche di isolamento dalla propria comunità scientifica di appartenenza che vengono riconosciute come fattori predisponenti alle infrazioni. Il suo unico contatto professionale appare quello con Anna, che ricopre un ruolo ibrido un po’ terapeuta un po’ supervisora o meglio giudice perché nessun supervisore, come sappiamo, lavora così.  Nello sceneggiato questi incontri con Anna sembrano avere più la funzione di svelarci il Mari privato con i suoi conflitti professionali e personali  che quello di rappresentare un vero lavoro di supervisione di cui il nostro Giovanni avrebbe un gran bisogno.

L’altro elemento fortemente predisponente le rotture di setting sono le situazioni di crisi personale, divorzi, perdita di persone care, in analisti con problemi di narcisismo. E da quel che sappiamo della storia di Mari appare chiaro che qualche problema di questo genere sia rimasto aperto e soprattutto si sia riaperto  in un momento così difficile  della sua vita coniugale.

Sara ne sta facendo le spese come lei stessa dice: “non doveva andare così”.

Lei doveva essere libera di fare il suo gioco ma avrebbe dovuto trovare un compagno di giochi meno disponibile a lasciarle dettare le regole.

Vediamo come se la caveranno a questo punto.

8 maggio 2013