Settimana 7

Giovanni Foresti

Difficilmente la conclusione della storia di Dario avrebbe potuto essere più drammatica di quella che ci è stata raccontata negli ultimi episodi di In Treatment. Venerdì scorso, prima di incontrarsi con Anna (il supervisore? o il terapeuta? non si capisce), il Dott. Mari aveva ricevuto una telefonata nel corso della quale era stato informato che il suo paziente era morto. All’inizio della settimana successiva, il terapeuta aveva quindi preso parte al funerale e incontrato le persone che sino a quel punto erano state ‘solo’ personaggi dei racconti del suo paziente (i colleghi, i figli, la moglie e soprattutto il padre). Nella seduta di martedì abbiamo finalmente saputo qualcosa di più preciso sulla sua scomparsa. A raccontare i pochi fatti davvero chiari che riguardano la morte di Dario, è stato il padre che nei giorni precedenti aveva chiesto un appuntamento al terapeuta del figlio. Abbiamo appreso così che dopo l’ultima seduta col Dott. Mari il paziente aveva deciso di partire per la Calabria. Convintosi, probabilmente, della necessità di cercare il capobastone della ‘ndrina di cui aveva fatto parte in Germania, Dario aveva forse immaginato di riuscire a portare a compimento il lavoro interrotto nei mesi precedenti.

Il suo corpo era stato ritrovato in un fossato con la lingua mozzata: ucciso da un colpo di pistola alla testa – la stessa tecnica con la quale era stato eliminato il contatto di Dario in Germania.

Queste macabre evidenze non sono però la conclusione del racconto televisivo, ma la logica premessa della narrazione che caratterizza anche questo episodio del serial. I temi affrontati in questa puntata sono due – il senso di colpa e il nesso fra realtà interna e realtà esterna – e sono sviluppati nel corso di un intenso dialogo fra Giovanni e il padre del suo paziente (un magistrato impegnato nella lotta alle organizzazioni criminali).

Gli analisti che si sono formati dopo la svolta teorico-tecnica degli anni ottanta, vengono sistematicamente addestrati ad ascoltare le parole delle persone con cui interagiscono cercando indicazioni su ciò che l’interlocutore pare recepire nel discorso del terapeuta (chiamiamo questo focus della tecnica ‘ascolto dell’ascolto’ e il suo risultato è un’utile feed-back in presa diretta: un costruttivo commento critico offerto inconsapevolmente dal paziente al terapeuta).

Nell’episodio di martedì, la battuta che meglio sintetizza la reazione del padre di Dario agli interventi del dott. Mari è la seguente: “La smetta! Non sono un suo paziente.”

Benché la proposizione sia molto forte, ben giustificata ed estremamente precisa, il Dott. Mari non riesce né ad ascoltarla né a tenerne conto. Per tutto l’incontro col padre di Dario, insiste infatti a ingaggiare il genitore in un lavoro di ricerca sulle ragioni che hanno portato alla morte del figlio. Così facendo, usa però l’incontro per affrontare la sua ansia invece che quella del padre. Il risultato di quest’attitudine interpretativa fuori contesto (un altro bell’esempio di analisi selvaggia) è semplicemente catastrofico: un formidabile attacco all’utilità del lavoro psicoterapeutico (vedremo tra poco quali sono gli argomenti che lo connotano) e l’interruzione drammatica/traumatica dell’incontro. La domanda che l’episodio suscita nello spettatore è del tutto legittima: perché le cose vanno in questo modo?

Per cercare di rispondere, occorre procedere con ordine.

Nella prima parte del dialogo il padre informa il terapeuta di avvenimenti di cui è a conoscenza e che giustificherebbero le conclusioni che ne ha tratto: “In pratica – dice –, è stata una mossa suicida.” Il Dott. Mari tenta inizialmente di giustificare sul piano pratico il comportamento del paziente, poi perde il controllo della situazione e comincia a sparare interpretazioni che vanno in diverse direzioni. Mentre il padre è angosciato e chiede rassicurazioni per lenire il proprio dolore, il terapeuta sceglie di intervenire analiticamente e – del tutto incurante del fatto che, appunto, l’interlocutore non sia un suo paziente – continua a lavorare in modo tale da spingere il genitore a dolorose auto-rivelazioni (si tratta dell’episodio di cui lo spettatore era già a conoscenza: la negazione del senso di colpa per il suicidio del nonno di Dario, che era stato denunciato alla polizia dal padre).

È a questo punto che il corto circuito fra realtà interna e realtà esterna produce i suoi effetti più distruttivi. Il problema di elaborazione del senso di colpa che caratterizzava il quadro clinico di Dario, è presentato come una conseguenza dell’incapacità del padre a elaborare il senso di colpa per il suicidio del proprio padre. La realtà esterna della storia del genitore diviene così la spiegazione della realtà interna del figlio. In preda a un accanimento clinico che pare irresistibile, il Dott. Mari non sembra provare l’onesto imbarazzo di chi riceve confidenze fuori luogo, ma insiste a chiedere, a scavare, e pronuncia infine la frase che scatena la reazione rabbiosa dell’interlocutore. “Per tutta la vita – dice – io e lei dovremo convivere con questo senso di colpa”.

La risposta alla domanda posta poco fa (perché le cose vanno in questo modo?) trova così delle ipotesi di risposta piuttosto convincenti. Sentendosi in colpa per la morte del paziente, Giovanni accomuna il suo destino a quello del padre e paragona le sue mancanze a quelle dell’addolorato genitore che gli sta davanti.

Il risultato dell’inopportuna insistenza (che il padre vive con un attacco, da qui la frase citata: “La smetta, non sono un suo paziente”) è una veemente ed efficacissima requisitoria contro il lavoro psicoterapeutico. “Mi dica, si è mai chiesto perché un uomo tiene nascoste certe cose? Perché esiste il subconscio? Sub, cioè sotto, nascosto. Parlarne è davvero utile?” E più avanti, con anche maggior vigore: “Abbiamo un cervello – dice – e funziona scegliendo quello che è bene rivelarci e ciò che è invece meglio tenere nascosto.” Il giudizio del genitore magistrato è netto e, se si pensa alla crisi e ai numerosi errori clinici di Mari, non del tutto scorretto: “Siete degli ipnotisti!”, dice urlando.

Il Dott. Mari tenta di replicare con argomenti insieme tecnici ed etici, ma è inquieto, incerto, autocritico e finisce dunque per farfugliare delle banalità. Le risposte ai forti quesiti posti dal padre, sono così deboli, esitanti, scontate. Animato dalle migliori intenzioni (aiutare il padre), ma travagliato da inquietudini che non gli sono abbastanza chiare (vaghi ma pervasivi sensi di colpa: una profonda crisi personale e professionale), Giovanni non riesce ad affrontare la più prevedibile delle fantasie di un genitore: il timore che il figlio e il terapeuta si siano alleati fra loro per mettere impietosamente in luce le mancanze della famiglia.

La battuta che chiude idealmente lo scambio fra Giovani e il padre di Dario viene pronunciata da quest’ultimo poco prima della fine del colloquio.  “Lei e mio figlio vi siete seduti qui per un mese e mezzo e mi avete linciato.” Non è ciò ch’è successo, ovviamente. Ma la difficoltà del Dott. Mari a tener presente la differenza fra la realtà esterna e quella interna (fra il padre incontrato da lui e quello che gli era stato raccontato dal figlio) lo ostacola nella comprensione dei fatti e gli rende impossibile essere convincente. Il senso di colpa di tutti i protagonisti di questa storia agisce come un collante combinando tutte le tessere del mosaico in un disegno persecutorio in cui tutti si sentono perseguitati da tutti. A questo punto, la comunicazione diviene impossibile e, malgrado l’implorante invito del terapeuta, il padre di Dario esce maestosamente di scena.

E noi con lui.

18 maggio 2013