Settimana 7

Anna Nicolò

La storia finisce dove era iniziata. A volte succede così nella vita, spesso lo richiede la finzione scenica di un serial televisivo per mantenere la suspense e reinviare lo spettatore al film successivo della serie.

Dovremmo aspettarci che qualcosa cambi nella vita e nei processi terapeutici. Non sempre è così. Mari arriva e trova Pietro già nel studio, quasi nascosto al buio. Lea è in ritardo. La prima parte della seduta è dedicata a lui e alla sua storia, come nelle sedute precedenti è stato fatto per lei. Pietro racconta  le sue precoci difficolta familiari, la difficile empatia con i suoi genitori intellettuali di sinistra, che comunicano con lui con bigliettini. Il narcisismo e il falso sé dei genitori gli suscitano rabbia ancora oggi e anche lui come Lea, mostra la sua adolescenza difficile che esita poi in una depressione che continua ancora oggi.  La sua scelta di vita mostra la fatica nell’organizzare  un’identità  in contrasto con questa famiglia intellettuale. La sua guerra e la sua delusione continuano ancora oggi. Il tradimento di Lea sembra essere un altro picco del fallimento della sua vita. Lea arriva  tardi alla seduta  perché si è licenziata ed è stata a colloquio con la maestra del figlio  aggressivo a scuola. Ambedue sono d’accordo sul separarsi, ma come osserva Mari, questa decisione non li rende contenti né li pacifica. Litigano sull’affidamento del figlio, come succede quasi in ogni separazione di coppia. Mari osserva la somiglianza di questi loro funzionamenti: nessuno dei due vede nell’altro le parti svilite e fragili e fanno fatica a parlare di sè. E anche il tradimento giustamente assume un significato relazionale.D’altronde tradire l’altro o  tradire se stessi e i propri sogni è un altro dei dilemmi che spesso troviamo nelle coppie.  Lea e Pietro, spinti definitivamente dal tradimento, hanno raggiunto una decisione, quella di separarsi.  Ma quello era anche il motivo che li aveva spinti a intraprendere il cammino terapeutico. Comunicano a Mari  che è quella la decisione che vogliono  prendere:  divorziare  e interrrompere la terapia.

Come Mari dice, sia pure con altre parole, è il legame ad essere il problema della coppia e  ciascuno dei due   si sente boicottato dall’altro nei suoi sogni e nelle sue realizzazioni. A questo punto, si dispiega però il lavoro relazionale di Mari che si alterna tra l’uno e l’altra  nella linea del favorire a livello interpersonale   un nuovo investimento di ciascuno  nel matrimonio  e a livello intrapsichico  una trasformazione di sè. Forse si potrebbe vedere qui il seme di quel lavoro nel setting di  coppia che mette il focus nell’ area intermedia tra i partners  dove si intrecciano e si rimandano i due livelli di funzionamento, quello intrapsichico e quello interpersonale. Un livello molto complesso che certamente investe il controtransfert dello psicoterapeuta di coppia sempre confrontato con il legame della sua coppia  reale e di quella internalizzata dei propri genitori.  Lea rimprovera  al suo psicoterapeuta  di tentare di farli riappacificare e  in  modo diretto e duro  gli contesta  come, forse a causa dei suoi problemi di coppia, non accetti il loro divorzio. In effetti  sembra proprio che Mari  faccia fatica a pensare che una coppia si può anche separare. Non sto dicendo che Lea e Pietro si debbano separare, nè che debbano continuare per forza a stare insieme. Penso solo che questo livello in una vera psicoanalisi di coppia sarebbe stato esplorato nella sua dimensione fantasmatica. Sarebbe stato osservato ad esempio come ciascuno dei due viveva e  generava  per l’altro la ripetizione di quel legame traumatico che  aveva avuto nella sua famiglia di origine, il non essere visto, essere abbandonato, essere svilito. Nelle sedute di psicoanalisi di coppia si dovrebbe  lavorare  su quel legame imprigionante che si ripete per cercare  una soluzione e una riparazione senza mai trovarla e senza riuscire a liberarsene. Ma  si mettono  anche in luce le risorse di ognuno e la spinta trasformativa e di crescita che ognuno può portare con sè. Anche Mattia che è uno dei sintomi della coppia  si inserisce nel discorso come ragazzo conteso e come possibile origine del senso di colpa dei genitori. Sembra che tutto questo sia raffigurato nel sogno di Lea.  Lea Lo racconta : “Mattia, il figlio  era fuori casa e piangeva. Aveva vestiti troppo grandi per lui  e  non arrivava  alla maniglia della porta”. Il sogno nella psicoanalisi della coppia è un evento molto significativo perchè in realtà non appartiene solo al sognatore, ma è espressione  dell’inconscio di ambedue i membri anche se è sognato e narrato solo da uno. Facendo un’interpretazione selvaggia, potremmo dire che qui Il Mattia del sogno rappresenta il bambino che ciascuno si porta dentro, escluso dalla casa coppia e ancora troppo infantile per parteciparvi in modo maturo, ma  Mari non lo interpreta. E’ una seduta abbastanza diversa da una seduta analitica. Ci troviamo con lui a questo punto a slittare da un livello di ascolto più attento al mondo interno, alle dinamiche più superficiali . “Guardatevi- Mari ingiunge e poi – …Io vi lascio soli”. Aderendo alle esigenze dello spettacolo, ma anche seguendo molte delle tecniche attive che i terapeuti familiari, non psicoanalitici, fanno, il cambiamento viene forzato,  accompagnato naturalmente da una musica adeguata, suona ad effetto. Quanto ci possa essere di suggestione in questo effetto che pure ci ricorda l’ingiunzione “a me gli occhi!”  del perturbante, lasciamo lo spettatore a giudicare. Così suona anche lontano il terribile agito dell’aborto, sbattuto addirittura davanti agli occhi dello psicoterapeuta , che ci evoca terribili immagini di morte delle parti nuove dei pazienti e del loro progetto di vita insieme. Un agito mai indagato, senza che neppure ci si sia mai potuti accostare ad esso, con uno gesto, uno sguardo, un’intonazione, una parola, una frase, un’emozione nel controtrasfert.

Possiamo finire così? Dobbiamo riconoscere che lo spettacolo “In Treatment” aggancia il pubblico ed è utile  perchè toglie l’alone  di mistero iniziatico che talora spaventa  e fa ritrarre dall’intraprendere un viaggio analitico. Alcuni dei temi trattati possono essere anche riscontrati nelle storie cliniche. Ma c’è ancora un’altra utilità che è quella che stiamo costruendo  con i nostri commenti che  segnalano al lettore le distorsioni di fondo che esso  raffigura. Tutti i colleghi intervenuti le hanno ricordate.

La storia clinica  finisce così dove era iniziata.  C’è stato un cambiamento? una comprensione? una trasformazione? Questa è una buona domanda da farsi dopo ogni processo terapeutico ma per i lettori che non sono del mestiere vorrei ricordare che la psicoanalisi non è suggestione.

19 maggio 2013