Settimana 7

Cristina Saottini

Eccoci alla fine.

In quest’ultimo episodio appare più chiaro quello che è, a mio parere, il valore di questo sceneggiato, cioè il mettere in scena dei processi interni complessi del terapeuta, più che descrivere realistiche sedute di psicoterapia e permetterne la fruizione e la discussione.

Penso che soprattutto con Sara e Dario, si possa vedere come In Treatment parli di alcuni importanti aspetti della vita affettiva di un terapeuta, dando espressione ai suoi processi emotivi e alle sue fantasie. In questo, più che nell’incerta tecnica del dottor Mari, ci si può senza difficoltà riconoscere.

La morte di un paziente durante la terapia: non era mai capitato a Mari, non è frequente, ma è soprattutto un espediente di grande impatto per portare un terapeuta in mezzo alla vita del suo paziente, un paradosso questo di non poco valore scenico ed emotivo.

Il funerale di Dario gli permette di vederlo in mezzo ai suoi amici, di conoscere sua moglie, i suoi figli e il suo temutissimo padre. Anche qui un bel colpo di “teatro dell’interno”: Mari si può sentire accomunato al padre, di cui immaginava di poter essere solo l’alternativa migliore e invece come lui si sente in mezzo a sconosciuti, “Ho scoperto che aveva tanti amici che non conoscevo” – dice il vecchio giudice.

La differenza è che il terapeuta ha sentito spesso parlare degli amici e dei famigliari e li ha certamente spesso immaginati, ma sono anche a lui sconosciuti. 

Quella sensazione, così curiosa e forte, di sapere in fondo così poco di chi si ha davanti, accomuna il genitore e il terapeuta. In realtà ogni genitore e ogni terapeuta sa bene, volente o nolente, di che si tratta.

Entrambi, se bene fanno, occupano per giusta necessità un luogo così vicino e così remoto nella vita dei loro cari. Credo davvero il più vicino e insieme il più remoto perché proprio l’estrema vicinanza costringe a confrontarsi con il riconoscimento profondo che non li si possiede, che sono definitivamente Altro.

A queste considerazioni ci aveva aperto l’incontro di Mari con Anna, quando dolorosamente si interrogava sulla sua fiducia nel metodo psicoanalitico, sul padre Freud e il padre Jung, giustamente accomunati, e su quello che si fa ogni giorno. Domande che ogni analista, non malamente integralista o ancora poco esperto, per fortuna si pone e alle quali risponde scegliendo ogni giorno di fare quello che fa.

D’altra parte lo stesso Freud diceva che governare, educare e fare l’analista sono mestieri impossibili, e non perche “non si possono” fare, si fanno perbacco, ma sono statutariamente impossibili ed è in questa sfida che trovano il loro senso. Altrimenti si diventa dittatori, despoti o incantatori di serpenti.

La prima immagine che colpisce è la foto di Dario sul feretro: irriconoscibile, non sembra il Dario che frequentava lo studio di Mari, è senza barba, lo sguardo sereno.  Anche qui la fiction mette in scena un’emozione comune a ogni analista: basti pensare a quando apriamo la porta, pensando di incontrare un paziente e invece, per un cambio di orario che avevamo sul momento dimenticato ci troviamo si fronte un altro paziente.

Tutti conosciamo il senso di disorientamento che per qualche secondo ci prende: chi è costui, non è chi pensavamo fosse, allora chi è? E questo anche davanti a pazienti che ben conosciamo.

Succede che una persona che ha con noi il massimo della vicinanza sia avvertita con disorientante estraneità: conosciamo tanto di una persona che non conosciamo per niente, o meglio di cui non condividiamo alcun momento di vita fuori dal setting. Se si presenta inatteso, per un attimo é anche sconosciuto.

In quest’ottica si comprende che Mari si avvicini al figlio di Dario e gli parli: è una fantasia comune che prende corpo. Quante volte tutti abbiamo desiderato conoscere le persone care di cui i pazienti ci parlano o aver potuto avvicinare il nostro paziente quando era bambino, avergli parlato allora, averlo potuto aiutare o consolare allora.

Portando la macchina da presa in esterni la sceneggiatura ci consente di pensare allo studio di Mari come al suo proprio spazio interno, spazio in cui sono messi in scena i suoi pensieri, i suoi dubbi, le sue emozioni. 

Settimana dopo settimana siamo stati noi l’analista di Mari, a cui egli ha raccontato le sue fantasie più intime, i suoi desideri inconfessabili, ma anche la sua volontà di essere d’aiuto, di essere una brava persona e un bravo terapeuta e di come questo talvolta gli costasse molto.

E ci ha parlato della difficoltà che incontriamo nel sostare in quel luogo specifico della psicoanalisi che è il mondo interno. Un mondo che a volte viene semplicemente considerato altra cosa rispetto a quello esterno, alla vita reale in  cui le emozioni prendono la forma di azioni, di scelte di decisioni.

Io credo invece che non sia altra cosa, perché interno ed esterno sono isomorfi e le parole non sono di carta ma di carne e di sudore ed è per questo che il lavoro dell’analista è un lavoro di tessitura che richiede un setting e una comunità scientifica e culturale che lo sostenga e lo legittimi.

Personalmente penso che Sara e Dario nella fiction rappresentino alter ego di Mari, i volti dei suoi tormenti interni, e mi chiedo se, con artistica intuizione, la sceneggiatura non metta in campo qualcosa che riguarda ogni transfert-controtransfert particolarmente intenso, erotico o aggressivo che sia, che nella sua violenza costringe anche a fare i conti con la realtà delle emozioni che si provano in seduta, da entrambe le parti e con il desiderio di essere l’unico oggetto della vita reciproca.

Fortunatamente non tutte le terapie sono così: i pazienti “reali” non sono perlopiù né così oppositivi né così manipolatori, sono alleati leali dell’analista, ma questi pazienti sono stati disegnati per sottolineare le difficoltà dello stare in assetto, non la sua facilità.

Le difficoltà stanno anche nel riconoscere che non si può saturare la vita di nessuno, né assumere decisioni che non ci competono, anche se spesso è difficile distinguere tra intrusivitá e giusto sostegno nell’aiutare qualcuno a fare delle scelte.

In questo senso ho letto il commiato, in fondo sereno, da Dario e da Sara. Gli amici di Dario gli dicono quanto lui si sia sentito aiutato, nessuno lo rimprovera per la sua morte, anche se la regia abilmente sottolinea lo sguardo che gli amici si scambiano, comunicandoci che Mari teme l’accusa e si sente in colpa, ma come non potrebbe? Quale essere umano non si sentirebbe in colpa davanti alla morte prematura di qualcuno a cui si é sentito molto vicino? Sara invece si allontana bella e sorridente, con una frase sibillina: “qui nessuno mi conosce”, forse un attesa di vita nuova? a cui Mari risponde: “io ti conosco” un riconoscimento affettuoso proprio mentre si lasciano, un po’ faticosamente, andare.

Mi viene da pensare che, mettendo in scena la separazione di Mari da Dario e Sara, lo sceneggiato mostri anche il completamento di un episodio terapeutico che ha visto noi psicoanalisti lavorare con Mari paziente. Forse siamo riusciti ad aiutarlo ad attraversare i suoi fantasmi di terapeuta: l’onnipotenza, l’intrusività, la confusione tra sentimenti transferali e reali, la rabbia narcisistica, la debolezza di fronte all’adulazione ecc ecc ecc.

Molto per una fiction.

Come si dice: That’s EnTertaiment !

14 maggio 2013