“Sigmund Freud, un ebreo senza dio” di D. Teboul. Recensione di M. Capitanio

Autore: Mariagrazia Capitanio

Titolo: “Sigmund Freud, un ebreo senza dio

Dati sul film: regia di David Teboul, Francia, 2019, 98’

Genere: documentario

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Fino al 4 giugno 2020, su Arte.tv, possiamo gustare con piacere e interesse un coinvolgente documentario dal titolo impegnativo: “Sigmund Freud, un ebreo senza dio” girato dal regista francese David Teboul, autore anche di “Yves Saint Laurent, 5 Avenue Marceau 75116 Paris” (2002), “Simone Veil, une histoire française” (2004) e “Bardot, la méprise” (2013). Appassionato fin da ragazzo agli scrittori ebrei vissuti fra le due guerre, Teboul ha voluto cimentarsi in una impresa non facile, tenuto conto della complessità di presentare Freud in un tempo limitato e di farlo con competenza e con strumenti diversi da accordare tra loro: la voce, il suono, le immagini. Gli ci sono voluti parecchi anni e alla fine c’è riuscito grazie a due coordinate: l’aderenza agli scritti freudiani e a quelli delle persone a lui più vicine, come ad esempio, la figlia Anna o la Principessa Bonaparte; il metodo delle libere associazioni – frutto della propria esperienza psicoanalitica – per mettere in relazione testi e immagini allo scopo di sollecitare l’immaginario dello spettatore.

“Per affrontare il tema dell’inconscio – racconta in una intervista a F. Ekchajzer (2020) – ho scelto scatti di montagna che mi vi facevano pensare. Le Alpi, con le loro cime e i loro precipizi, i ghiacciai addormentati che si esplorano con colpi esitanti di piccozza”. In effetti le immagini in bianco e nero delle montagne innevate e dell’alpinista sono assai suggestive, e diventano ancora più interessanti quando veniamo a sapere che sono le uniche riprese non di archivio, ma girate da Teboul per l’occasione. Esse rappresentano una libertà che il regista si è accordato all’interno di un documentario basato su una ricerca assai rigorosa di immagini storiche conservate in varie istituzioni fra cui il Freud Museum di Londra e l’Osterreich Film Museum di Vienna. Un’altra associazione di idee particolarmente interessante è quella tra la lettura (con la voce fuori campo di ‘Freud’) del celebre brano tratto dal Disagio della civiltà: “L’uomo non è una creatura mansueta, bisognosa d’amore, capace al massimo di difendersi quando è attaccata […] Homo homini lupus” (S. Freud, 1929, 599), e le riprese di un balletto dalla goffa e sconcertante coreografia, rappresentato durante una delle ultime kermesse dei social-democratici tenutasi a Vienna prima che il partito fosse messo fuori legge nel 1934. Lontane dalle immagini di perfezione coreografica dei giochi olimpici di Berlino del 1936 filmati da Leni Rienfenstahl, quelle proposte da Teboul sono associate all’idea di un mondo in procinto di crollare. Cosa che in effetti sarebbe avvenuto di lì a poco.

Il documentario descrive i punti salienti della vita umana e scientifica di Freud dosando sapientemente il pathos durante la narrazione sintetica di una vita così ricca e complessa.  Tuttavia, data la vastità dell’opera freudiana, vi sono alcune inevitabili imprecisioni che possono stimolarci a diventare appassionati e curiosi lettori dei testi del fondatore della psicoanalisi. A proposito ad esempio di J.-M. Charcot, le “Lezioni del Martedì” non erano certo, per i criteri dell’epoca, incontri ‘mondani’. Freud non fu impressionato dalla ‘teatralità’ delle dimostrazioni dell’eminente neurologo ma dalla sua acutezza di pensiero, dalla autonomia di vedute e dalla fine capacità diagnostica (cfr. Freud S.,1892-94). Oppure, a proposito del Caso di Anna O. studiato e descritto da J. Breuer ne gli Studi sull’Isteria (1892-95), la paziente riprese a parlare in tedesco quando riprodusse l’esperienza allucinatoria di una biscia strisciante verso il letto ove giaceva il padre malato e non quando allucinò il padre con la testa da morto. Presa dallo spavento, la ragazza cercò di pregare, ma le uniche parole che riuscì a trovare furono quelle di “un versetto infantile inglese e poté allora pensare e pregare in quell’idioma” (ibidem, 1892-95,205). E ancora, per quanto riguarda i concetti teorici, a proposito della nuova ‘cartografia dell’apparato psichico’ descritta da Freud dopo la svolta teorica del 1920, il ‘narratore’ spiega che l’Io ‘nasce’ per mediare tra Es e Super -io; invece, esso si sviluppa a partire dall’Es sotto l’influsso del mondo esterno.

Venendo ora al tema di fondo – Freud e l’ebraismo – esso attraversa il documentario a più riprese fin dall’inizio con una citazione tratta dall’Autobiografia: “I miei genitori erano ebrei; anch’io sono rimasto ebreo” (Freud S.,1924,76). A cui fanno seguito ripetuti accenni al padre Jakob – autodidatta e forse non credente, facente professione di liberalismo e di modernità –  il quale iniziò il figlio fin dai 7 anni allo studio della Bibbia bilingue ebraico-tedesco dei fratelli Philippson (Anzieu D.,1959, 512), testo che compare anche in un sogno d’angoscia che Freud fece a 7/8 anni (Freud S., 1899, 532). La Bibbia fu per lui un libro fondatore dell’identità – tanto da paragonarsi a Mosè nella lettera a Jung citata nel film (la n. 125) – unitamente alla cultura ebraica nel suo insieme, cultura propensa alla ricerca, al pensiero astratto e ardito. Inoltre quel libro, nonostante il tradizionale divieto, era corredato da immagini: con le sue xilografie esso aprì al piccolo Sigmund il mondo di Roma e di Atene, la cultura pagana che nelle pagine si affiancava, come si vede dalle immagini captate dalla cinepresa, ai paesaggi di Gerusalemme

Il tema della identità ebraica e atea di Freud, come lo inizia, anche conclude il film. Le penultime riprese – precedute dal racconto da parte della nuora Lucie della morte sopravvenuta nel 1939 a Londra dove si era rifugiato per sfuggire alle persecuzioni naziste – inquadrano il Mosè di Michelangelo mentre ‘Freud’ legge un breve estratto della sua ultima opera, L’uomo Mosè e la religione monoteistica, pubblicato ad Amsterdam nell’autunno del 1938. Quindi ‘Anna’ spiega la portata destabilizzatrice di un’opera con la quale il padre toglieva al popolo ebraico – proprio in un momento storico così tragico – la certezza di essere il popolo eletto. Ma Freud non poteva assolutamente rinunciare ad una delle caratteristiche del suo ebraismo: la ricerca della verità.

Nel congedarsi ‘Freud’ ribadisce, con le parole tratte dalla presentazione della traduzione in ebraico del 1930 di Totem e tabù (1912-13, cit. in Malet H., 2016), che – nonostante la sua laicità e il non aver fatto propri gli ideali nazionalistici del suo popolo – non rinnegò mai la propria appartenenza ebraica “sentendo come ebraico il proprio particolare modo di essere che non desidera diverso da quello che è” (ibidem, 2016, 57).  Appartenenza ebraica, non condivisione di ideali nazionalistici di qualsiasi tipo, libertà di pensiero, amore per la verità, laicità: un messaggio che il regista vuole inviarci in un momento storico dove l’antisemitismo ha ripreso slancio?

 

Bibliografia

Anzieu D. (1959). L’auto-analyse de Freud. Paris, P.U.F.

Breuer J., Freud S.  (1892-95). Studi sull’isteria. O.S.F. 1.

Ekchajzer F. (2020). Dans les mondes di Sigmund Freud, Télérama n. 3664/01/04/2020.

Freud S. (1892). Prefazione e note alla traduzione delle “Lezioni del martedì della Salpêtrière” di J.- M. Charcot. O.S.F., 1.

Freud S. (1912-13). Totem e tabù. O.S.F., 7.

Freud S. (1909), Epistolari. Lettere tra Freud e Jung 1906-1913; lettera n. 125. Torino, Bollati Boringhieri,1990.

Freud S. (1924).  Autobiografia.  O.S.F., 10.

Freud S. (1929).  Il disagio della civiltà. O.S.F., 10.

Malet E. H. (2016). Freud et l’homme juif, Paris, Campagne Première; tr.it. Freud e l’uomo ebreo, Roma, Inschibboleth (2019).

 

Aprile 2020