Sister (Sorella)

di David Lascher
Stati Uniti, 2014

La sorella, che dà il titolo al film, è la piccola Nicki (un altro film che ha per protagonista un bambino), una ragazzina di 11 anni ritenuta “difficile”, patologica, con reazioni aggressive fuori controllo, e che perciò i ricchi, e problematici, genitori di Long Island mettono in un lussuoso college del New Humpshire, dove Nicki è massimamente infelice, presa in giro, evitata dalle compagne. Nicki, per la verità, non sembra avere nulla di così patologico, se la profonda solitudine che le deriva dalla complessa situazione familiare, con una madre depressa in lite col marito proprio sul trattamento di Nicky, i fisiologici turbamenti dell’età, del divenire pre-adolescente con un corpo che cambia; l’introversione che la rende diversa, poco gregaria, portatrice di una differenza evidenziata dall’essersi colorata alcune ciocche di capelli in blu. Quando il padre improvvisamente muore, la madre è assolutamente incapace gestirla e cade in un profondo crollo depressivo, e la situazione si complica perché si scopre dal testamento che tutte le ricchezze del padre sono destinate proprio a Nicki, la figlia fragile, che evidentemente il padre (che vediamo solo in un attimo iniziale del film) amava e voleva proteggere. Gli altri fratelli, che vivono lontani e hanno rotto i ponti con una famiglia che non sembra mai esistita, ne sono estromessi. E’ Billy, uno dei fratelli, a essere però suo malgrado chiamato in causa: la morte del padre, il ricovero in clinica della madre, lo costringono a doversi occupare di Nicky “per un mese”, così gli viene detto. La sorella, Sister, questa bimba sconosciuta, di cui Billy non sa praticamente niente, torva e silenziosa, con le sue medicine quotidiane e la precoce etichetta di “disturbo da deficit d’attenzione”, gli piomba da un giorno all’altro in casa, nella bella villa in cui Billy vive con la giovane moglie in California. Due sconosciuti: una bambina sola e rifiutata da tutti con le ciocche blu nei capelli che passa il tempo a disegnare, e un giovane che sembra apparentemente avere tutto, attore “ogni tanto” ma in cerca di una vena artistica che fatica ad arrivare.

Come in ogni film del Tribeca, il regista brevemente apre e saluta il pubblico prima del film: ho immaginato che il giovane David Lascher debba aver parlato di sé, trasferendosi in Billy, per conoscere così a fondo la delicata problematica dell’intervento psichiatrico nel bambino e nell’adolescente, farmaci e malattie così in dettaglio, aspetto centrale del film che è tuttavia tenuto in equilibrio con l’intera vicenda narrativa. Un film che ci tocca, che ci riguarda da vicino, quindi: è opportuno trattare con Ritalin, scuole speciali, psichiatri, una ragazzina come Nicki, sebbene tutti lo consiglino? E’ davvero ciò di cui ha bisogno, una supposta normalizzazione, o si rivelerà giusta l’intuizione di Billy (costretto alla fine ad accettare quest’estranea il cui arrivo gli manda all’aria matrimonio e abitudini), che insiste per mandarla in una scuola pubblica, si oppone allo psichiatra, e comincia ‘semplicemente’ a vivere davvero con lei, a osservarla?
Attento, delicato, sostanzialmente positivo e incoraggiante, che fa riflettere ma mantiene un tono leggero e a tratti divertente, Sister è un film che mi auguro poter rivedere nelle nostre sale. Sebbene l’uso di psicofarmaci in quell’età non sia in Italia diffuso come negli Stati Uniti, è tuttavia una tendenza presente, il cosiddetto “disturbo d’attenzione” una diagnosi che circola sempre più di frequente, sorta di passe partout con cui si etichettano sbrigativamente situazioni infantili diverse, complesse, che hanno solo in comune la presenza di un’angoscia che si esprime con rabbia, agitazione, risposte aggressive. Il mese di convivenza si trasformerà in sei mesi, fino alla dimissione dalla clinica della madre che, del tutto ristabilita, chiede a questo punto di riavere Nicki con sé.

Non proseguo oltre nel racconto, non difficilmente immaginabile, della trama, nel caso fortunato in cui il film sia accessibile a noi tutti. Il cambiamento che la sorella ha innestato in tutte queste vite, quella del fratello soprattutto, è ormai irreversibile: nessuno è più come prima. Senza scuole d’élite e farmaci, identificandosi nelle nuove figure adulte che la vita le ha ora offerto, Nicki diventa una ragazzina normale e divertente, senza più ciocche blu e con qualcuno che le spiega che “avere le mestruazioni succede a tutte”; Billy ha una profonda trasformazione, il cui sbocco creativo è una sceneggiatura finalmente completata e accettata; la madre stessa, dopo un’iniziale braccio di ferro giudiziario, comprende che separare forzatamente Billy dalla sorella sarebbe ora un nuovo trauma, una nuova lacerazione. Se la vicenda, come ho immaginato, è un’elaborazione narrativa dalla biografia del regista, bisogna dire che a volte la vita può avere esiti davvero insperati, davvero felici.
Ma più che la trama in sé, essa ci serve come supporto narrativo a chiederci di cosa hanno davvero bisogno i bambini, i bambini “difficili” ma non solo…di cosa hanno davvero bisogno le persone. Ascolto, condivisione, rassicurazione, modelli: una casa, home, è ciò che serviva a Nicki. Home, non house, come giustamente la lingua inglese differenzia. Abitudini, calore, presa in carico, amici, normalità che sfugga però gli stereotipi, soggettivazione. Che il comportamento discordante dalla regola non sia subito sintomo, che l’eventuale sintomo sia osservato, tradotto, che si accetti la soggettività, la ciocca blu, lasciando anche che il tempo, questa cura naturale, faccia il suo corso.
Si esce col sorriso da questo film, accende una speranza: che arrivi una sorella

“Mi ero perduto in me stesso e tu sei venuta a darmi mie notizie”

(A. Bréton)