Snowpiercer

Dati sul film: Regia di Joon-ho Bong, Francia, USA, Corea del Sud, 2013, 126 min. 

Trailer

Genere: Fantascienza/Drammatico 

Trama: Siamo nel 2031. Dopo un esperimento per contrastare il surriscaldamento globale,  una vera e propria nuova Era Glaciale stermina quasi tutta la popolazione terrestre. Gli unici sopravvissuti sono i viaggiatori di un treno, lo Snowpiercer, creato dal genio del misterioso Signor Wilford. Si tratta di un treno ad alta velocità che gira intorno al mondo in moto perpetuo, auto generando l’energia che lo muove. Lo Snowpiercer è l’unico mezzo che consente la sopravvivenza, diventando un microcosmo della società umana, divisa per classi sociali: capeggiati dal coraggioso e indomito Curtis, i più poveri sono confinati nelle carrozze di coda; i più ricchi si godono la vita nei vagoni anteriori. La difficile convivenza e l’instabile equilibrio tra le classi sociali dei viaggiatori, determinano inevitabilmente conflitti che sfoceranno in un focolaio rivoluzionario dagli esiti imprevedibili.

 

Perché andare a vedere il film: l’aspetto più saliente e stimolante di quest’opera è senza dubbio una scrittura filmica che già nel soggetto contiene spunti molto innovativi rispetto ai tradizionali stilemi del genere science fiction. Il regista coreano Joon-ho Bong non utilizza infatti tale genere cinematografico semplicemente per stupire lo spettatore con i soliti effetti speciali di stampo hollywoodiano (vedi anche il suo interessantissimo precedente film del 2006,”The Host”). Al contrario Bong utilizza il genere fantascientifico per portare avanti una attenta e personale riflessione sulla condizione sociale e culturale dell’uomo contemporaneo. Molti i rimandi al tema dell’alienazione, come è trattato dal cinema di Terry Gilliam (vedi soprattutto “Brazil”, 1985). Le sequenze d’azione, a tratti piuttosto cruente, che rappresentano il conflitto mortale tra le classi sociali su un treno in perpetua corsa attraverso un mondo congelato, sono girate con accorgimenti tecnici molto indicati, quali il ralenty e un uso della colonna sonora che fa da ottimo contrappunto poetico alla vicenda narrata. Ottimo anche il casting, in particolare i personaggi di Curtis (Chris Evans, il leader della rivoluzione), Gilliam (John Hurt, il patriarca degli insorti) e soprattutto quello del Ministro Mason (una Tilda Swinton davvero eccezionale nel rappresentare il sadismo cieco ed impersonale del burocrate senza scrupoli).   

La versione dello psicoanalista: Il film di Bong sembra porsi alla nostra attenzione come  riflessione impietosa e insieme appassionata sul rapporto tra soggettività e gruppo, tra libertà individuale e patto sociale che lega l’individuo alla gruppalità (interna ed esterna) da cui inesorabilmente dipende. Penso che questo film sarebbe molto piaciuto ad Elliot Jaques il cui scritto su “Lavoro, creatività e giustizia sociale” (1990) sembra quasi ispirare le atmosfere che attraversano la pellicola del regista coreano. Lo sguardo di Bong si pone a metà tra un darwinismo postmoderno come lettura del rapporto tra Uomo e Natura da una parte, e  una sorta di “lacanismo” estetico nel quale non esiste che il Caos aldilà delle ferree regole che la Cultura umana si è data per sopravvivere a quella legge Altra rappresentata dalla Natura. Bong vuole cioè rappresentare in questo suo film, un conflitto insanabile sul quale si fonda, a suo avviso, la soggettività dell’individuo: l’essere-soggetto significa infatti essere-assoggettati a un gruppo e alla coazione a ripetere (il treno che viaggia circolarmente per il mondo senza mai fermarsi) che lo istituisce come struttura  garante della sopravvivenza dell’individuo medesimo. Il freudiano “Disagio della Civiltà” è dunque inevitabile, anche nelle sue forme più kafkiane e persecutorie (emblematicamente rappresentate dal Ministro Mason e dall’inquietante, ma necessario, Signor Wilford). 

Marzo 2014