“Sofia” di M. Benm’Barek. Commento di Barbara Scaramelli

Autore: Barbara Scaramelli
Titolo: Sofia
Dati sul film: regia di Meryem Benm’Barek, Francia, Quatar, Belgio, 2018, 85’
Genere: drammatico

 

Trama
Sofia (Maha Alemi), è una giovane ventenne, da poco licenziata da un call-center per il suo francese incerto, che vive a Casablanca insieme ai genitori. Durante un pranzo di famiglia la ragazza ha un malore che la cugina Lena (Sarah Perles), studentessa di medicina riconosce come un parto imminente. Con la scusa di recarsi in farmacia per un antidolorifico, Lena accompagna Sofia in ospedale dove un amico medico riesce a farla partorire clandestinamente. Ora le due donne hanno a disposizione solo ventiquattro ore di tempo per cercare un uomo che riconosca come padre la neonata e sposi Sofia per evitarle il carcere. In Marocco, infatti, l’articolo 490 del codice penale prevede da un mese ad un anno di detenzione per coloro che hanno relazioni sessuali al di fuori del matrimonio. Da qui la vicenda si svolge come un giallo, a disvelare un drammatico segreto.

Andare o non andare a vedere il film
Premiato per la miglior sceneggiatura della sezione “Un certain regard“ a Cannes 2018, dell’esordiente regista marocchina cresciuta in Belgio, ha ricevuto la designazione di Film della critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici con la seguente motivazione: “Nella temperie culturale sul ruolo della donna nel mondo islamico Meryem Benm’Barek esordisce alla regia con un film che scava in profondità sul senso di un cinema che sia politico ed estetico allo stesso tempo, in grado di riflettere sul reale interrogandosi anche sui codici morali e su una società in cui l’ipocrisia è l’unico veicolo di relazione, là dove il vero viene invece ripetutamente censurato e nascosto”. Il film ha ottenuto il patrocinio di Amnesty International Italia.
È distribuito nelle sale in lingua originale (marocchino e francese) con i sottotitoli in italiano, ma questo non è un limite alla visione di un film, anzi amplifica le emozioni dello spettatore, che si immerge in una storia descritta con realismo e pudore, purtoppo esemplificativa della condizione della donna in Marocco.
Quest’opera, recitata da attori non professionisti, offre un complesso ritratto di una società marocchina fondata sull’ipocrisia, sulle convenzioni e sul denaro. Una società patriarcale, dove le vittime non sono solo le donne ma anche gli uomini, nella quale è il divario sociale a stabilire chi subirà l’ingiustizia e chi ne sarà graziato, data la corruzione che pervade il sistema giudiziario.

La versione di uno psicoanalista
È molto interessante la figura di Sofia che, segnata da una forte rabbia per le ingiustizie subite, inizialmente nega la realtà della sua condizione. Poi, non avendo la possibilità di denunciare la verità, privata del sostegno dei familiari che osservano senza cercare di scardinare il sistema, elabora un piano per continuare a vivere. La sua strategia purtoppo si ripropone all’interno del consueto modello patriarcale in vigore, con i suoi giochi di potere e le sue vittime, impedendole di divenire soggetto attivo e responsabile.
Durante questo processo in cui la protagonista è di fatto sola, lo sguardo della regista non è giudicante e, mentre il film si chiude sulle immagini del fastoso matrimonio tra Sofia e Omar che diventerà la loro gabbia, la tristezza provata si stempera pensando che Sofia ha chiamato la figlia con un nome traducibile in italiano con “speranza”.

Marzo 2019